una recensione del 2008

Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta (Laterza, 119 pagine, 9,50 euro) di Franco Arminio, poeta e narratore di Bisaccia, nell’Irpinia orientale, a ridosso della Lucania, è il quarto sorprendente libro di prose pubblicato nell’arco di sei anni da questo straordinario scrittore di paese, inventore di una pratica dello sguardo e del corpo in movimento denominata “paesologia”, sommo rappresentante in terra meridionale di una narrazione antiromanzesca, frammentaria, stralunata e tragicomica che ha nelle ariostesche terre del Po (a partire dai “buffi” e dagli “idioti” di Celati e Cavazzoni, e passando per il breve magistero della rivista feltrinelliana “Il Semplice”) la sua primogenitura, il suo punto d’irradiazione, in una parola: il suo centro normativo.

Con Franco Arminio scompare ancora una volta la letteratura come fiction, il romanzo borghese descrittivo, le ambizioni sociologiche e politiche della “letteratura meridionalista”, e tutto quel che rimane – dopo la prova del fuoco della verità e della sincerità estrema – è nient’altro che le ossature delle storie, le sinopie, le confessioni, gli abbozzi, i racconti autobiografici, gli epigrammi, gli apologhi, i “caratteri” (per citare le narrazioni brevi di Mario La Cava), i lunarî, i calendari, gli elenchi e i frammenti narrativi.

Con Arminio anche il Sud ha finalmente il suo “narratore delle pianure”, anche se il suo paese è in collina, è nevoso, e vi fa sempre freddo: “Al mio paese l’inverno dura migliaia di giornate. Ho quarantanove anni e ne ho passati almeno quarantacinque nell’inverno”.

E’ un Sud, quello di Arminio, chiuso al mondo, paesano, “osseo”, marginale, avvitato nella noia e in una forzata coabitazione, paradossale, sempre freddoloso di disamore e di fallimenti; epperò anche affratellato, ilare, comico finanche: “Erano così addolorati che ricevettero anche le condoglianze del morto”; e questo frammento ricorda non poco una delle poesie più nebbiose e divertenti del Cesare Zavattini di Stricarm’ in d’na parola: “Ho visto un funerale / così povero / che non c’era neanche / il morto nella cassa. / La gente dietro piangeva, / piangevo anch’io / senza sapere il perché / in mezzo alla nebbia”.

La “paesologia” di Arminio non è una scienza, è piuttosto uno stato d’animo: un girovagare per paesi sperduti del Sud senza volerne né approfondire la storia locale né le prospettive future, ma solo coglierne i sospiri, le frasi smozzicate, i silenzi, le mezze confessioni e le stramberie, dando valore inspiegabile epperò sacrale a ogni cosa: a una piazza deserta, a un lampione spento, a una sedia sfondata, a un gesto inatteso. E’ una pratica, se vogliamo, di amore disperato per un patrimonio che, intanto che tutti si affrettano a dichiarare morto, Arminio continua ad amare, a visitare, ad accarezzare mentre tutt’intorno cresce il gelo sociale. Di questa pratica tarata su una sola persona – la “paesologia” è Franco Arminio – abbiamo una robusta testimonianza in due opere cruciali: Viaggio nel cratere (Sironi, 2003) e Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza, 2008). Quest’ultimo libro appena pubblicato, e il terzultimo (Circo dell’ipocondria, Le Lettere, 2006), sono invece più personali, più raccolti intorno al calore (o al freddo) corporeo di Arminio, più lirici, e anche più “esposti”. Su questa “esposizione”, tra l’altro, Arminio dichiara: “Quando penso alla mia vita mi viene sempre di accompagnarla con questo aggettivo: esposta. Quando penso alla vita penso sempre che è esposta alla morte. (…) Anche quando penso alla scrittura mi viene sempre di accompagnarla con questo aggettivo: esposta. Penso sempre che la scrittura che non si espone è profondamente inutile”. Non che in Nevica e ho le prove manchino gli altri, le loro manie, i loro malumori, le loro stranezze, le loro bugie, le loro dolcezze insopportabili, i loro fallimenti, le loro piccolezze – di fronte alle quali, comunque, Arminio s’inchina sempre, preferendo alle vite solenni e altisonanti le vite sbagliate, incompiute, assurde, spezzate, buffe; ma è come se Arminio fosse di nuovo tornato al nocciolo duro della sua poetica, che poi è, in ultima istanza, il dominio totale della morte, o, più esattamente, lo spettro della morte, cioè l’atroce agonia pensosa dei viventi. In Circo dell’ipocondria emergeva proprio quest’attitudine ossessiva allo spavento, allo paura, al presagio dell’irreparabile, questa ossessiva auscultazione del proprio corpo che sempre s’incrina e lentamente s’ammala anche in assenza di malattia. Era, quel libro, il referto di una nevrosi privata, di un delirio non psicotico (il delirio dell’allarme, della paura); ma l’ipocondria di Arminio non è solo nevrosi, ma è anzitutto consustanzialità con il collettivo presagio di morte che pervade consapevolmente o inconsapevolmente i piccoli paesi del Sud; pure, credo che l’ipocondria di Arminio, il suo disprezzo per il corpo deperibile, per questa “gabbia” di carne, nasconda l’eco di una lontana vocazione mistica, di chi, in fondo, non crede a questa vita e, disperatamente, sa che solo in un “altrove” – fosse anche la morte liberatoria – potrà compiersi qualcosa che cancelli per sempre l’imperfezione dei corpi, dei sentimenti e delle parole.

A quest’altezza, quella di Arminio è una vocazione assoluta, una letteratura rasoterra – che si muove alla stessa altezza del cane – che però punta sempre in alto, cioè verso un ”altrove”, ed è sempre raccolta intorno alla vita calda, sia pure sadicamente torturata dal pensiero della morte.

Ma c’è sempre qualcosa anche di buffo, in questi “caratteri”, perché è come se Arminio fosse condannato, per farsi accettare, all’istrionismo un po’ da osteria, e questo atteggiamento, probabilmente, funziona come intimo dispositivo di normalizzazione del tragico. Ne sono un esempio le “cronache” finali, di cui vorrei riportare alcuni esempi: “Saverio Nigro era cattivissimo e doveva fare molti sforzi per diventare cattivo”; “In un anno ha speso tremila lire nel bar dove va tutte le sere”; “Si vede in giro solo quando incolla i manifesti dei morti”; “Lavorava nelle poste a Milano. Nel tempo libero studiava come avere il trasferimento. Tornato al paese, nel tempo libero lava la macchina”; “Uno fa l’elettrauto, ma non sa fare il suo mestiere. L’altro fa il meccanico, ma non sa fare il suo mestiere. Tutti e due quando si ubriacano sanno farsi uscire il fumo dalle orecchie”; “Stava tutto il giorno a scrivere poesie e poi se le portava a letto”.

Emerge una vena gnomica efficacissima, che un po’ ricorda il Flaiano battutista; anzi, spesso tutto il destino di una vita, Arminio, lo sintetizza in una sola battuta, utilizzando la battuta come genere letterario. Pur scrivendo molto, la sua scrittura è massimamente “in economia”, e, più che con la tecnica del tagliare, si manifesta con il dono del sintetizzare, del colpo d’occhio, del particolare che vale per il tutto. Tutto questo è confermato dall’ultima sezione, “Elenchi”, dove Arminio elenca semplicemente fatti irrilevanti, cause di morte nel paese, medicine più usate, ecc., riducendo al minimo le possibilità della narrazione (siccome la morte incombe su tutto, anche la scrittura va di fretta). E’, se vogliamo, una scrittura della crudeltà attuata sulle infinite possibilità del racconto (del suo respiro).

“Io sono un gruppo di cani con la lingua di fuori. Il foglio è la campagna” scrive a un certo punto Arminio, confermando che la sua “caduta”, il suo stare a terra, la sua paura, il suo sfinimento, ma anche la sua infinita disponibilità per i mille segni della vita, non sono solo i sintomi di una nevrosi privata, ma il segno di una dimestichezza inconscia con qualcosa che molto somiglia alla morale. Non è forse la morale saper vedere il male e il grigiore nel quale gli uomini si nascondono, e poi farsene divorare, e infine inginocchiarsi innanzi a esso, e sperare, in un futuro senza corpo, una cosa che possa dare pace e lenimento alle creature ferite dal dolore e dal silenzio? Arminio è il Mosè delle persone anonime e delle storie anonime dei paesi del Sud feriti a morte ora dall’emigrazione, ora da un terremoto, ora dall’insoddisfazione, ora dalla cattiveria: “Ottavio Russo si diverte a parlare male del sindaco, però alla fine dice sempre che sono amici. Fabrizio Mosca si diverte a parlare male del farmacista, però alla fine dice sempre che sono amici. Linuccio Latessa si diverte a parlare male del prete, però alla fine dice sempre che sono amici. Qui tutti parlano male dei loro amici”.

 

Andrea Di Consoli

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