L’L’invenzione della ‘paesologia’ Franco Arminio e le nuove zone del racconto in Italia

di Giulio Iacoli

Il paese è il luogo del suo farsi male e più prova a scappare più lo agguanta. Qui la sua vita è sempre stata questa, una vibrante vita mesta.
Arminio, Circo dell’ipocondria

1. E ancora ci ritroviamo a parlare di spazio (e di luoghi)

Il protratto confronto della teoria critica con le questioni dello spazio e della spazialità nei testi letterari, capace di infondere un rinnovato slancio, all’incirca nell’ultimo ventennio, alle operazioni di studio geografico della letteratura, perdura negli anni presenti, non c’è dubbio. Se ne possono cogliere i segni coerenti, restringendo l’osservazione all’Italia e all’Europa, nel rilievo che i motivi architettonici e le intelaiature urbanistiche continuano ad assumere, e offrire all’interpretazione, in tanti romanzi e racconti, o in testi compositi, contesi fra saggio e narrazione, come Flanörens Blick (Lo sguardo del flâneur, 1996, di Ulf Peter Hallberg), Metropoli per principianti (2008) del romanziere architetto Gianni Biondillo. E questo per non citare che alcuni, macroscopici elementi di un discorso più ampio e ramificato, e per tacere di veri casi letterari degli ultimi anni quali Gomorra di Saviano o Il contagio di Siti, che hanno sollecitato un’ampia serie di riflessioni fra gli scrittori propriamente detti, i critici e, non ultimi, i sociologi.
O ancora, più sommessamente, ci si può rivolgere alle nuove forme di descriptio urbis, individuate da Davide Papotti principalmente in corrispondenza di un precipuo, felice progetto editoriale, ovverosia la collana “Contromano” (edita da Laterza), nella quale hanno trovato ospitalità, all’incirca negli ultimi sei anni, i racconti/resoconti monografici di scrittori affermati o giovani e in via di affermazione, dedicati al profilo di una città o di una distinta cultura urbana, o ad aspetti a tutta prima più vaghi e interlocutori, ancora, dell’esperienza di un territorio (le panchine, il pendolarismo, le periferie, il sentimento del Nord-Est…).
Nella descrizione di Papotti,

(l)a città contemporanea trova nella fluidità delle descrizioni narrative un giusto specchio dinamico delle proprie catafratte identità. In questa direzione, credo che si possa agevolmente parlare di un vero e proprio genere letterario dedicato al “ritratto urbano”. In parte guida sentimentale ai luoghi, in parte breviario autobiografico, in parte resoconto di notizie e di nozioni, quella che in questa sede, non senza un certo grado di consapevole “utilitarismo critico”, definiamo come “letteratura di città” si profila come un genere ibrido, mobile, elastico, pronto a flessibili tattiche di guerriglia nel tentativo di sorprendere il nocciolo identitario dell’agglomerato cittadino, l’essenza del sempre mobile e sfuggente genius loci urbano.

Veritiere e dettagliate riguardo alla natura variegata del genere che viene delineandosi, le parole del geografo lasciano trapelare, in più, una spiccata sfumatura modale, l’accenno all’esperienza «sentimentale» di cui si tinge l’operazione di riscrittura e rifrazione agile e «dinamica», personale e alternativa, dei luoghi. Se comune alla maggioranza di tali geografie radicali (talune vere e proprie psicogeografie di matrice situazionista, trascrizioni di percorsi urbani compiuti in preda a un moto erratico) è difatti un approccio laterale, critico, non di rado demistificatorio, nei confronti dell’alone mitologico di cui le città si ammantano, non meno rilevante è il grado di soggettività che si profonde nella conoscenza dei medesimi luoghi. Questi appaiono ridisegnati e rivissuti tramite un processo di ricognizione autoptica che conduce a momenti di rivelazione nostalgica, o di confronto con una porzione significativa del proprio spazio vissuto, in prossimità, in questo, di alcuni memorabili passi della narrativa contemporanea, nei quali il topos della visita ai luoghi della propria formazione interviene a svelare l’autore in certa misura coincidens dietro al personaggio romanzesco (è quanto accade, per esempio, con la Newark della longeva maschera autobiografica di Nathan Zuckerman, in Philip Roth, o con la Brooklyn di Nick Shay/Don DeLillo in Underworld). Lo scrittore si distanzia tuttavia dall’opzione di concertare un poderoso realismo narrativo per affermare invece l’urgenza della testimonianza individuale, ponendo la presenza vistosa e impegnativa dell’io reporter al centro di una scrittura più intima, civile sì, quanto sostanzialmente antiepica – e in questo si precisa la distanza dagli scrittori sopra richiamati, come da una sezione cospicua, fra romanzo e non-fiction, della produzione attuale –, dove il confine tra spazi pubblici e spazi privati si fa oltremodo poroso, permeabile.
Naturalmente, l’effetto di immediatezza e verità che il reportage è inteso a trasmetterci è, appunto, un effetto, in primo luogo retorico; Eric Leed ha dimostrato efficacemente come lo schema del racconto di viaggio, nel tempo, sottenda un’accorta drammatizzazione del percorso di profondo mutamento che ha luogo nella coscienza del viaggiatore.
In termini più minuti e cauti, maggiormente adeguati alla natura generalmente circoscritta dei percorsi che le scritture in esame descrivono, l’esplorazione e il racconto dei luoghi praticati mettono in campo una strategia congiunta di osservazione, di trascrizione e verifica dei mutamenti, di messa in scena delle perplessità e delle progressioni che prendono vita nella mente dello scrittore. È all’interno di tale incessante processo speculativo che si situano i volumetti della collana, il cui contributo è da leggere non solo come barometro delle trasformazioni nelle città e nella nazione, testimonianza di uno sguardo alternativo, spregiudicato, all’esistente (secondo l’idea di sfida spericolata che la stessa metafora “Contromano” suggerisce), ma anche come corpus interlocutorio di risposte, di tentativi di articolare un nuovo linguaggio letterario capace, come ha scritto Giancarlo Alfano di recente, partendo dalle rivoluzioni di Beckett e Deleuze, di «ripristinare le forme del contatto e restituire la dispersione e lo choc concettuale che il soggetto esperisce innanzi al progressivo svanire dei territori, al trascolorare del paesaggio nei riflessi che allestiscono lo scenario dentro cui pulsa il nostro transitare».

2. Un magistero dispersivo

Indubbiamente, questa forma di rappresentazione orizzontale, rivolta a documentare la «assenza di dimensione sostanziale nei fenomeni, [… la] fluttuazione della soggettività» , è fortemente debitrice di una certa estetica tardonovecentesca – e Alfano segnala giustamente la centralità, lungo tale linea, della ricerca di Gianni Celati, a partire dai primi anni Ottanta. È alla sua poetica che dobbiamo fare riferimento, per visualizzare il tratto significativo, nella nostra letteratura contemporanea, che unifica la sua esperienza narrativa a quella dello scrittore al centro del mio contributo, Franco Arminio, nato a Bisaccia, provincia di Avellino, nel 1960. Un legame, questo, reso evidente dal ruolo di mentore, o sponsor letterario, rivestito da Celati nel presentare cinque prose brevi di Franco Arminio nell’antologia da lui stesso curata, Narratori delle riserve (1992). Un gesto di continuità, l’attenta e generosa opera di promozione di una scrittura avvertita come affine, «d’affezione», direbbe Celati (difficile non scorgervi un’eco della dichiarazione di affiliazione cui diede vita Calvino scrivendo la postfazione al primo libro di Celati, Comiche, nel ’71), è a fondamento della transizione narrativa che cerco di descrivere nelle pagine che seguono. Se difatti sinora ho provveduto a segnalare i lineamenti di una «letteratura urbana», è a lato di questa, in un moto deviante e dispersivo, nelle «riserve» intese come spazialità alternative rispetto al mainstream editoriale, alle sollecitazioni provenienti dai grandi centri, che occorre seguire le tracce di Arminio – inventore della paesologia, esposta in un libro, Vento forte tra Lacedonia e Candela (2008) pubblicato, come il successivo Nevica e ho le prove (2010), nella serie “Contromano”, e anticipata già in Viaggio nel cratere (2003), a sua volta uscito in un’altra sede innovativa e fortunata, la collana di narratori italiani “Indicativo presente” diretta da Giulio Mozzi, ed edita da Sironi.
Occorre allora muoversi nel genere additato da Papotti pronti a rilevare le specificità del sottogenere deviante, ancora solo con un certo arbitrio definibile come ‘paesologia’ (disponibile a comprendere in certa misura entro i propri confini la scrittura di un De Vivo, per altro incline a osservare le forme del periurbano, l’informe delle ultime propaggini cittadine) . Lo scrittore di paesi mutua dalla città distante, contemplata solo di sfuggita (un tema o anti-tema eminentemente celatiano), gli strumenti concettuali ed espressivi a disposizione dei propri antecedenti modernisti, per adattarli alle realtà locali nuove e antiche delle quali si fa osservatore scrupoloso, trepidante e finanche ossessivo: il modello esperienziale, cognitivo della flânerie, modo di interrogazione del periferico, del suburbano, del riposto e abnorme all’interno dell’universo città, distintivo dell’intellettuale blasé, solitario e disposto a girovagare «nel tentativo di riconsegnare un senso profondo alla propria esistenza riconoscendo i significati più intimi dei luoghi» , viene ora a legarsi, nella perlustrazione di spazialità critiche, indefinibili, in preda all’abbandono o all’assorbimento in una trama megalopolitana, oppure nell’analisi delle realtà globalizzate di paese, a un pervasivo senso di desolazione e di inadeguatezza che filtra dall’io osservante.
L’autore, nella morsa dell’ipocondria che lo attanaglia, racchiuso nel ruolo defilato di intellettuale che si ritaglia nella vita del paese, proietta su questo, sfilacciata maglia territoriale, la luce malinconica del proprio sguardo; evidenzia, con la prosa perplessa di cui si arma, l’inarrestabile obsolescenza delle realtà geografiche osservate, il generale collasso comunicativo in cui esse si situano; opta per una forma di documentazione del reale rapsodica e discreta, che si limiti a restituire una conoscenza parziale, obliqua e agli antipodi rispetto a qualsiasi clamore, del mondo contemporaneo.
Ma, descrivendo i segni di questa poetica nuova, mi accorgo che sto ancora definendo, al contempo, i tratti dell’antecedente celatiano, e in particolare di Verso la foce (1989), diario-reportage dell’attraversamento della pianura padana, avvenuto in compagnia di Luigi Ghirri e della sua fotografia di paesaggio spoglia e innovatrice. Eravamo nel cuore di una stagione forse irripetibile per l’Emilia-Romagna, riconosciuta come «luogo centrale della letteratura postmoderna in Italia» , laboratorio per molteplici esperimenti di scrittura del territorio o di giocosa antropologia emiliana (accanto a Celati e a Ermanno Cavazzoni, gli scrittori raccolti intorno all’Almanacco delle prose «Il Semplice», 1995-1997; il postmodernismo consapevole di Pier Vittorio Tondelli; gli esordi di Daniele Benati, Ugo Cornia, Paolo Nori, Paolo Colagrande…); è il momento, credo, di aggiornare l’agenda geoletteraria allargando il raggio di investigazione, ovverosia leggendo le scritture degli autori qui in esame come segni solidali di un fermento in gran parte inedito, e operosissimo.
Le realtà dell’Irpinia (o della Campania vesuviana, in De Vivo), a lungo lasciate in ombra dalle geografie letterarie, emergono insieme ad altre periferie (la Sicilia settentrionale e orientale della nuova scrittura teatrale: Emma Dante e Spiro Scimone, fra i più noti; i mondi, lontanissimi tra loro, della Sardegna di Salvatore Niffoi e Milena Agus, e ancora di Flavio Soriga; il Nord-Est percorso dalla bernhardiana irritazione di Vitaliano Trevisan e percorso nella sua inquietudine dalla macchina da presa di cineasti quali Carlo Mazzacurati e i più giovani Roberto Dordit e Andrea Molaioli), contribuendo a ridefinire il volto letterario e culturale dell’Italia contemporanea.
E tuttavia, non perdere di vista la connessione vistosa fra le nuove scritture dei paesi (e delle città) e quanto le anticipa e presuppone, come propongo di fare, consente di contestualizzare il sottogenere paesologico in una precisa tradizione di pensiero: Celati ovvero, ma anche una più ampia produzione “critica” del reportage letterario nel secondo Novecento, a partire dagli esperimenti con il Viaggio in Italia intrapresi da Piovene e Soldati. Una siffatta convergenza poetica, mediante l’ascolto approfondito dei luoghi minori, mediante l’insistenza su di una posizione centrifuga, porta alla luce la disarmonia della condizione dell’intellettuale rispetto al suo tempo, la valorizzazione della poesia del residuale (un tempo perduto che si sedimenta e tramuta nello spazio, marginale e all’apparenza uniforme, monotono, difficile a cogliersi nella sua specificità), le contraddizioni patenti dell’Italia contemporanea.

3. Aedo del dimenticato

Il singolare, in parte ancora sommerso, sistema poetico di Franco Arminio si giova di un lavoro a più tavoli contemporanei: una consistente produzione in versi; le congeniali forme brevi della prosa, la cui tendenza è quella ad agglutinarsi principalmente in libri compositi, che compendiano diario e reportage, la misura ravvicinata del ritratto di luoghi e persone e la componibilità paratattica delle gallerie di aforismi; l’assiduo impegno di documentazione saggistica e di sensibilizzazione della coscienza popolare verso la tutela del patrimonio ambientale, confluito nel volume Diario civile, edito nel 1999, e proseguito nel sito web «Laboratorio democratico»; il cimento, infine, nella cinematografia documentaria, con la stesura delle poesie e dei testi contenuti in Viaggio in Irpinia d’Oriente, diretto da Paolo Muran (1999), proseguito poi con la regia (e la fotografia) di La terra dei paesi (2006, accluso a Circo dell’ipocondria).
Nella sua articolazione, il sistema poetico descritto regge in buona parte su di un’idea generatrice, su una concezione ampia di ‘paesologia’ che includa le interrelazioni corpo-paesaggio essenziali alla narrativa di Arminio. Se da un lato, infatti, la visuale dello scrittore è impuntata sulle trasformazioni e le persistenze nei paesi, la loro vita in uno stato di inedita malattia, la condizione desolante, disillusa in cui versano («Il fregio del silenzio, del buon cibo e dell’aria buona, nasconde lo sfregio di un’inerzia acida, di un tempo senza letizia») , dall’altro essa è rivolta all’interiorità, a scrutare i segni in corpo e psiche di un abbandono ansioso alle forme di incubazione del morbo, come non è sfuggito a Valerio Magrelli, a sua volta poeta di una «geometria del corpo» diuturna e ossessiva, il quale, giocando di allitterazioni e paronomasie, ha ravvisato nelle prose l’azione di un «livore-liquore, sorta di vero e proprio amaro Arminio»: «Più che a un laboratorio, questo continuo rovello assomiglia, per esplicita ammissione, a un’astanteria, un’infermeria del pensare e ripensare» .
Ancora, da un’appendice a Circo dell’ipocondria trapela la sintesi pulsante di paesaggio e corpo, la loro integrazione nel segno di una durevole «quotidiana battaglia» che coinvolge entrambi, giocata fra «la forza della vita e quella della morte»:

E il mio paesaggio è un corpo martoriato: penso alla lunga emorragia dell’emigrazione e poi agli improvvisi ribollimenti del cratere, alle faglie che lo attraversano. Dal giardino al paesaggio, dal paesaggio al paese, grembo che marcisce senza farmi uscire. Il paese come utero inverso, luogo da cui non si esce, né in forma umana, né come rivolo di sangue. Utero, ossario, recinto dell’apprensione dove una siepe spinosa di pensieri infelici ogni tanto vira e stringe verso l’imbuto dell’angoscia. Abitare il mio paese e abitare il mio corpo a un certo punto sono diventati una cosa sola, un abisso.

Il paese viene restituito per vivi grumi di immagini concrete, prese dentro a una pronuncia enfatica (l’«utero» in anafora; le allitterazioni: «siepe spinosa»; le consonanze: «emorragia dell’emigrazione»), in forme oggettuali come in metafore organico-fisiologiche dal valore regressivo, intese a proclamare l’indissolubile fusione tra gli abissi angosciosi dell’intimo e le strutture conchiuse di un paesaggio che trattiene e fagocita – si veda, fra le «Dichiarazioni personali» di Nevica e ho le prove, serie di autoritratti impietosi, quella di Elio Marena, insegnante in pensione: «Dovevo andarmene da questo paese prima che mi venisse a nausea, non ce l’ho fatta, ho avuto paura».
La paesologia appare così un modo, un’occupazione incessante, per travasare all’esterno la desolazione maligna che assedia l’animo; è un sistema lucido, appena deformante, di corrispondenze fra la scena dell’ipocondria e le immagini «più o meno venefiche» carpite al proprio paese, Bisaccia, e, in un giro che si allarga a comprendere le sue mille realtà oggi mute, all’intera realtà di una regione, duramente segnata dal terremoto del 1980 e dagli sviluppi della travagliata, dissennata ricostruzione che ne sono venuti.
Questa condizione postuma, insieme precaria e statica, è il punto di partenza per l’osservazione scientifica condotta in Viaggio nel cratere:

Non è facile raccontare l’Irpinia stando in Irpinia. In genere si raccontano i propri luoghi stando lontani, al riparo. Tolstoj scriveva che la vita senza ebbrezza è ciurmeria, stupida ciurmeria. Scrivo quello che scrivo solo perché me ne viene una certa ebbrezza. Qui io vivo l’ebbrezza dell’anatomopatologo. Più che una descrizione, a volte mi rendo conto di svolgere l’autopsia del paesaggio. Esco ogni giorno per redigere nuovi referti. Qui i morti inumati sono solo una parte piccolissima rispetto ai decessi in cui inciampiamo.
Ci sono persone che prendono dall’aria solo l’ossido di carbonio.
Ci sono persone che si decompongono sulla sedia di un bar.
Per me la letteratura è soprattutto una forma di conoscenza. Prima e dopo ci sarà anche altro, ma quello che conta è il tentativo di mettere a frutto il mio sgomento e quello del paese in cui vivo.

Il tipo particolare di conoscenza locale elaborato dalla scienza dei paesi rifugge le tentazioni di un nuovo naturalismo, risiedendo la dissezione del paesaggio qui esposta in un atto dal profondo valore immaginativo; la concezione dell’attività paesologica si distanzia deliberatamente da finalità quantitative o deterministiche (per fare un esempio, l’autore dichiara la sociologia della letteratura, come anche la pedagogia, una sottodisciplina «di dubbia utilità») , per affermare, di contro, la pura perdita che lo studioso dei paesi deve mettere in conto, la paziente disponibilità, la profusione di tempo che dovrà riservare all’osservazione analitica di forme vive e morte: «La paesologia è una forma d’attenzione. È uno sguardo lento, dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma».
La paesologia è una disposizione, una tensione a concepire poeticamente il mondo circostante come prolungamento, si è visto, degli stimoli e dei moti del corpo e dell’animo di chi scrive. In questa chiave il paese, solcato da tratti profondamente umani, come «un vecchio scapolo, nevrotico e intrattabile», rimane nondimeno aperto a «improvvise aperture metafisiche» . Ma è altrettanto plausibile, in una simile logica, il movimento contrario, per cui gli attributi della natura si infiltrano in una materia umana consunta, sfibrata, per insediarvisi: ora che «tutto è tramato di amarezza e di disillusione», tra la gente di Bisaccia «(o)gni giorno c’è un’aria da funerale. Non si ride più, si mugugna. Un paese di gente che si abbrutisce. Ripetenti che odiano i loro simili. Tra alcolisti, depressi, sfaccendati di cui nessuno si occupa, tra anime incupite e altre che guardano solo altrove, si può dire che il paesaggio umano tende sempre più a somigliare a quello naturale. Al lungo inverno del clima si aggiunge l’inverno delle coscienze» .
Dell’inversione generalizzata di attributi, della mutua compenetrazione fra umano e naturale partecipano altri luoghi del Viaggio nel cratere, abitati da metafore o da immagini affidate alla comparazione ipotetica («Certi pomeriggi hanno il polso leggero e si può ammirare la bellezza senza ornamenti del paesaggio, il suo petto che sa di ginestre adolescenti, il suo mento reso aguzzo dal vento; «Ciò che non si libera è la mia ansia che gira nella mente come un fiume gelido»; «Alla fine la vena rigida del corso si dilata in un aneurisma che fa da belvedere»; «A Dentecane osservo con cura la facciata delle case, come se ognuna fosse la faccia di una persona che mi chiede aiuto e io avessi poco tempo per capire cosa vuole») ; l’impressione d’assieme è che il libro, nella più ampia documentazione dei paesi condotta da Arminio, spicchi per l’ossessività, il ritorno circolare di alcune idee-forza, l’insistenza semantica su alcuni motivi, nuclei tematici generatori di una trama fitta e coerente, che si dipana attorno ai luoghi.
Si può procedere inanellando l’istantaneo compendio del paese di Serra («A Serra c’è una donna con la gonna scucita, che riassume se stessa e la vita») e osservazioni più ampie, a proposito dell’Irpinia d’oggi («Questi paesi sono usciti come esce un fiume dal suo alveo e ora hanno la forma di ciò che cede e si scuce»; «Ogni paese si è aperto, ma aprendosi si è rotto»; «Durante il viaggio ho sentito uno smottamento, una frana nelle mie meningi, come se il telone che ci tiene in vita si fosse squarciato all’improvviso») , per constatare, accanto alla rilevanza del metaforica del corpo malato, la sussistenza di un discorso nodale sulla forma dei paesi, pronta a sfrangiarsi e dissolversi.

4. Il tarlo dell’apatia. Sulla forma morale del paese

La frizione palese, insanabile tra la forma dei luoghi e il loro funzionamento, denunciata dai paesi nuovi, dalle topografie ricostruite in modo incerto nei postumi del terremoto, è sintomo dello smarrimento di una relazione significante. Arminio cristallizza tale dissidio in immagini di scollamento e scissione, nel riconoscimento di una frattura che rende la relazione locale difficile, una volta che i caratteri formali appaiono dissipati, ricomposti in maniera incomprensibile («Chiusano è un tipico esempio di sconnessione. Paese assai difficile da vedere. Un paese rotto, lacerato nella fuga dal grande monte dove sta acquattato») o, al loro fondo, segnalano che «(a)l disordine urbanistico spesso corrisponde anche un disordine, un’apatia spirituale» . Di nuovo, una trasmissione immediata di sostanze, come dal corpo al paesaggio, così dallo spirito al paesaggio. La malattia dei paesi si trasfonde in aberrazione etica oltre che estetica; l’analisi dei tratti formali, delle interazioni sociali e del malfunzionamento urbanistico dovrà tramutarsi in un’osservazione ravvicinata del sentimento maligno che si impossessa degli animi paesani. Se infatti

(n)egli anni Sessanta e Settanta fu raccontata l’alienazione cittadina che poi era il malessere di quelli che erano andati a lavorare in fabbrica, adesso bisogna raccontare questa sorta di alienazione paesana che riguarda qualcosa come cinquemila paesi e almeno sette milioni di persone che vivono nei luoghi più affranti. Posti dove non si spendono soldi per parcheggiare la macchina, l’aria e il cibo sono più sani, ma la vita non è più lunga che in città e il motivo è che la gente si lascia andare. In paese molte esistenze cominciano il loro crepuscolo a quarant’anni e se inciampi, se ti fermi, nessuno si mette a lubrificare la tua vita, anzi il tuo arenarti è quasi un conforto per gli altri, nessuno si duole del dolore altrui, almeno fino a quando non gli procura problemi.

Nella generale negazione dell’altruismo – un corrosivo ribaltamento del topos di lunga durata della piccola e solidale comunità, stretta intorno ai propri componenti – che contrassegna la vita crepuscolare di luoghi e persone, il paese, a dispetto della vulgata che lo vuole oggi trascurabile, «ai margini della storia», assurge a modello di una nuova conformazione globale: «la storia non è mai stata tanto paesana come in questi anni» , i suoi attori di spicco hanno desunto dalle dinamiche delle «beghe di paese», dalla dominanza di «parentele e interessi di cortile» , la loro visione politica nazionale e internazionale. Viene da accostare a questa lettura disillusa la diagnosi, anch’essa paradossale, di Walter Siti, il quale a fondamento dell’antropologia roman(z)esca del suo Contagio, interviene a relativizzare il potere d’attrazione dei centri, invertendo una direzione sociale a suo tempo additata dallo scrittore con il quale il romanzo attua un esplicito e protratto confronto intertestuale. E questo in una sintesi divenuta ben presto assai nota: «L’appassionata analisi di Pasolini, vecchia di trent’anni, andrebbe rovesciata: non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta, se si può dire, imborgatando» .
Squadernandogli dinanzi la contraddittorietà di quanto vede, e convocandolo a leggere in maniera approfondita il significato del proprio agire, il paesologo rende il lettore partecipe di un uniforme spettacolo dell’obsolescenza («Quando vai in un paese c’è sempre una scenografia che hai già visto altrove») , di forme depresse e mute che ancora una volta, come in un tableau trash, sollecitano un gusto del disgusto, ai confini dell’orroroso – una notazione, questa, enfatizzata dal ricorso alla consueta anafora e, soprattutto, a un’incisiva anadiplosi: «Una volta c’era l’orrore dei manicomi. Adesso rischiamo di ritrovarci con l’orrore dei paesi. I paesi come dimore ideali per gli amanti del patologico, per gli esteti della desolazione» .
La visione irreconciliata dell’autore, quale traspare dalle mille delusioni e dai limitati bagliori di incanto che il viaggio viene a schiudergli, offre più di uno spunto per comparare il suo corpus paesologico con le suggestioni del pensare in cammino di Gianni Celati, cui ho fatto riferimento in precedenza. L’influsso di Verso la foce, del suo processo di rifondazione del reportage per mezzo dell’elaborazione di una conoscenza geografica a un tempo precisa e straniante, si fa percepibile appieno lungo le opere di paesologia. E ciò a partire dalla trascrizione della loro presenza urlata in uno stampatello deadpan, apparentemente priva di interferenze da parte di chi narra, delle insegne di negozi, in realtà volta a far scaturire la loro comicità intrinseca, la contraddizione fra l’inventiva dei loro nomi pretenziosi e la distanza irrecuperabile rispetto ai modelli che ambirebbero a richiamare, l’effetto di banale assurdità che provocano se riferite al contesto in cui sono collocate: è un procedimento tanto diffuso in più punti del Viaggio di Arminio – oltre che nelle topografie borgatare del Contagio di Siti – quanto cardinale negli antecedenti celatiani del reportage del Po, appunto, e delle Avventure in Africa (1998), compiute in compagnia di Jean Talon.
Si aggiunga la concentrazione sulle forme verbali alla prima persona dell’indicativo presente, tipica sì, ancora una volta, dei modi del reportage, canonicamente negoziato fra le forme della letteratura di viaggio e la registrazione di una «digressione dell’esperienza» personale, come ha notato Roberto Deidier, ma allo stesso tempo procedimento invalso, in Verso la foce, per puntellare mediante riscontri temporanei, aggiornamenti della mutevole situazione dell’io, una trama spaesata, nella quale i riferimenti realistici, gli agganci oggettivi della percezione, quanto più appaiono assidui, puntuali, tanto più si fanno ondeggianti, pronti a sfumare nell’indeterminato quando non nell’assurdo. È la tentazione cui soggiace, in più punti, il racconto del paesologo: la dissoluzione dei connotati specifici del paese, del ritratto del suo «tono» variabile nella più ampia e penetrante, verticale, per riprendere l’altro versante evocato da Alfano, lettura morale di una terra, nella relazione istituita con il paese come dato concreto, frutto della sommatoria di tutti i paesi visitati, e al contempo entità tendente all’astrazione, imprendibile – il seme del morbo, dell’«alienazione paesana» coerentemente mostrata da Arminio lungo la sua opera.

5. Conclusioni in progress

La Spoon River acentrata, diffusa, cui dà vita Arminio si addensa allora in tracce, strati, appendici dal valore di straniato rilevamento anagrafico: liste di nomi, topografie di un mondo sempre più disabitato, disillusi ritratti autobiografici, o ancora fulminee segnalazioni («cartoline») di voci anonime, intermittenti: sono i paesani che si affacciano, dandosi il cambio, in superficie per ricordarci le loro passioni flebili e il disagio che li ha condotti in uno spazio altro, insondabile, la vita che si sono lasciati alle spalle, il senso di rabbia, sgomento o stupore che li anima.
L’integrazione effettiva tra fondo (l’ansia, quella «psicosi col silenziatore che è l’ipocondria») e figurazione – l’attenzione, il risalto concesso alla rete dei paesi – rende conto della complessità di un sistema poetico dove il pensiero dominante della morte regolamenta ogni possibilità discorsiva, infiltrandosi in qualsivoglia spazio raffigurabile: «Non si può tenere in testa per anni impunemente l’idea della fine senza che questa idea metta nella testa un clima che a sua volta crea le condizioni per non pensare ad altro che alla fine. Così un paesologo si trasforma in tanatologo» .
Sottogenere apparentabile alle forme di quella letteratura urbana dalla quale si sono prese le mosse, all’interno del più vasto genere (o «sovra-genere») costituito dal reportage, la paesologia si dà nella forma di un esperimento, di un’interrogazione tenace dei presupposti storici, geografici e antropologici del mondo-paese che tradisce al suo fondo l’inestricabilità di paesaggio e vissuto, l’incancellabile continuità dell’io al centro della scena. La teatralizzazione inesausta dell’uomo Arminio, in una «scrittura che frana» in continuazione, è il legante sotteso alla costruzione della sua opera, il rapporto di scala che lo congiunge a un mondo verso il quale appare disaffezionato, disincantato.
In una lettera a se stesso, così lo scrittore inquadra la propria conversione ai paesi, e all’azione politica:

Negli ultimi mesi stai cercando di mettere la politica al posto della morte. Ma non è un travaso: i pensieri della politica galleggiano come buste di plastica, sul mare della morte. La zuppa della vita quotidiana non ti basta e cerchi l’assoluto che ti è consentito nella prossima mezz’ora. Sempre così. Adesso ti sei inventato questa storia di andare nei paesi. Prendi appunti, li filmi, fai fotografie. In alcuni ci sei andato tante volte, ti ricordi certi muri delle case più che le facce. Gli uomini raramente ti fanno impressione. Non sei mai riuscito a credere veramente nella loro vita, non sei mai riuscito veramente a farti raggiungere nella tua. Stai ancora aspettando, mentre scrivevi queste righe nessuno ha chiamato, nessuno ti ha scritto. Nel mondo ci sei solo tu e c’è solo dio e non andate d’accordo.

Nel mandato solitario del contemplatore, la paesologia si offre come istanza comunicativa, esercizio ripetibile e perfino insegnabile di scrittura, contrappuntato nondimeno dalla singolarità dell’esperienza che esso di volta in volta sottintende – un impulso conoscitivo teso a ridurre la distanza fra sé e il mondo, e allo stesso tempo a soddisfare la propria «bulimia grafica» («Non propongo una mistica del minore e dell’anonimo. Stendo semplicemente le mie righe, vado avanti, cerco parole nuove e trovo solo parole che servono a ingrassare il mio disagio») : un’ulteriore immagine di stasi paradossale, compresa in Arminio – esattamente come l’inesorabile paese – fra la tensione ad abbracciare l’esterno e il riassorbimento nel circolo generatore dell’ansietà.
Frattanto, comunque, da fuori nulla salus; «nessuno ha chiamato, nessuno ti ha scritto».

Università di Parma

Annunci

One thought on “L’L’invenzione della ‘paesologia’ Franco Arminio e le nuove zone del racconto in Italia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...