nei paesi del grano

di Franco Arminio

[Questo intervento fa parte del numero 19 di «il Reportage» (luglio-settembre 2014), che è uscito da poco]

Sulla Napoli-Bari per chi esce al casello di Lacedonia ci sono due opportunità. A destra l’Irpinia d’Oriente: Calitri, Bisaccia, Cairano, Monteverde. A sinistra i monti dauni. Io che in Irpinia d’Oriente ci sono nato e ci vivo i monti dauni me li vado a prendere quando voglio. Ormai mi sento un ricco possidente. La terra è tutta mia, me l’hanno lasciata quelli che sono partiti. E anche i rimanenti, loro alla terra ci pensano poco.

Il mio giro comincia a Sant’Agata. Ci sono stato centinaia di volte. La meraviglia è vedere il paese da lontano. Una forma perfetta, che non ha avuto bisogno di piani urbanistici, si è fatta con l’idea di mettere le case al sole e una vicina all’altra. C’è stato un tempo in cui le vicende della comunità contavano più di quelle dei singoli. Il mondo contadino era durissimo, ma ora possiamo estrarne una buona radice.

Prima di arrivare a Sant’Agata mi fermo sotto una pala. In questo lembo di terra si produce un terzo di tutta l’energia eolica italiana. Una fabbrica nuova e una fabbrica antica, la fabbrica del pane e quella del vento. Stanno insieme senza molti problemi. Qualcuno pensa che hanno rovinato il paesaggio, magari si tratta di persone che il paesaggio non lo hanno mai guardato. Qui è il caso di usare un’orrenda frase: il problema è un altro. Il problema è che questa pale contengono la più grande rapina mai fatta a questi territori. Si può dire che dall’Unità d’Italia ad oggi i governi non siano stati attenti al Sud e ai paesi, si può piangere sulla grande ferita dell’emigrazione, sugli imbrogli venuti dopo i terremoti, tutte storie ampiamente dibattute. Quello delle pale eoliche è uno scandalo che non si riesce a istruire. E i primi a tacere sono le vittime. In questi paesi nessuno si sente imbrogliato, nessuno lo sente suo il vento e il vento se ne va, porta la sua ricchezza a pochi intrallazzatori che hanno fatto affari enormi, lasciando qui solo le briciole.

Mi fermo due minuti nella piazza di San’Agata, giusto per ammirare la tribù dei bastoni a passeggio nell’unico punto in cui il paese è in piano. Oggi non è il caso di salire verso il castello. Prendo la via di Accadia. Qui nessun luogo è vicino. Un paese lo vedi, ma poi per arrivarci devi rassegnarti a lunghi giri. Le strade sono poeticamente dissestate. Ogni tanto le frane portano via un pezzo di asfalto, le buche sono buone per allevarci le trote. L’unico vantaggio è che la strada non la devi spartire con nessuno. Sei solo a qualsiasi ora e in qualsiasi stagione.

I manifesti funebri

Ad Accadia tutto è come l’avevo lasciato. Il paese vecchio restaurato per un improbabile albergo diffuso è ancora perfettamente in disuso. Quello che doveva essere un carcere è una torta di cemento senza candeline. E chi doveva morire è morto, guardo i manifesti funebri e le panchine vuote e quando finalmente spunta qualcuno chiedo quanto tempo ci vuole per arrivare a Orsara. La strada la conosco, sono stato molte volte a Orsara, così come a Bovino, ma ho voglia di sentire una voce. Il tipo mi spiega tutto per filo e per segno, come se dovessi andare all’estero. Altro che Europa o Nazione, qui ogni paese si sente solo, non appartiene a nessuna Provincia, a nessuna Regione.

Eccomi di nuovo in moto sulla cresta di questi monti senza cime. Ecco da lontano la forma stranissima di Panni. È come se il paese avesse un lato tirato con la riga e il resto disegnato a mano. E pure ad arrivarci dentro ti prende una sensazione strana. Qui è come se il mondo contadino avesse concesso alla modernità solo qualche scampolo, l’atmosfera sa di terra e di cielo, le macchine, le insegne, tutto felicemente dimesso: il carro delle merci è ai margini del quadro.

Per arrivare a Orsara devo scendere a valle, e poi risalire. Il paesaggio non cambia. Ancora silenzio. Oggi sono un turista del silenzio e della luce. Mi sto facendo un meraviglioso regalo con poco, con niente.

A Orsara il primo incontro della giornata. Vado a trovare Peppe Zullo. Rimango stupito nel vedere cos’ha creato. Non è il caso di definirlo un oste. L’Appennino meridionale è pieno di buonissimi ristoranti. In Zullo mi pare che ci sia una costellazione di idee che legano terra e cibo in una nuova adiacenza. Si produce e si fa mangiare ciò che si produce. A me viene da pensare al fatto che nessuno mi aveva mai parlato veramente del suo lavoro. Le narrazioni al Sud sono riservate alla diffidenza e alla maldicenza, mai all’ammirazione.

A questo punto non posso non arrivare a Troia. Il paesaggio è bellissimo e mi aspetta il rosone della cattedrale e i buonissimi dolci della pasticceria vicina.

Ci metto poco a confezionare questo ennesimo regalo di una giornata vastissima. Da Troia cerco la via del ritorno e trovo ancora grano e terra e nessuna traccia di capannoni e officine e insegne e pompe di benzina. A un certo punto mi sembra che l’orrore della nostra modernità incivile sia svanito di colpo. Non c’è più niente e nessuno, solo terra e cielo. Non ci sono nemmeno io. Ero partito che mi sentivo un vecchio ramo che non riesce a fiorire e ora mi sento un filo d’erba che cresce per diventare grano.

Pina e Lorenzo

Parto da casa prima delle tre. Un anno fa moriva mia madre. In un anno sono successe tante cose. Intanto ho cominciato a scrivere senza aver voglia di scrivere. Sono tornato alla paesologia dopo le elezioni europee. Andare in un paese non a chiedere voti, ma solo per guardare, per sentire.

Mi sento stanco e forse sono anche stanco di fare il paesologo. Mi sembra che il terrore della morte un poco si è allontanato da me. E questo toglie intensità alle mie giornate e dunque anche alle visite paesologiche.

Non appena partito mi accorgo che la mia Canon è senza batteria, per fortuna ho il telefonino, qualche foto la posso fare comunque. Comincio sulla strada verso Deliceto. Alberi in mezzo al grano. Gli alberi solitari in mezzo al grano mi sembrano una cosa solenne.

Arrivo a Deliceto con un poco di sonno in testa, con il ginocchio leso che sembra più leso. Vado al forno a comprare qualcosa, consumismo rurale. Compro pane e biscotti. Chiamo Pina, una mia lettrice conosciuta un paio di giorni fa. È venuta col marito al mio paese per una riunione che avevo indetto per fondare un movimento che ho chiamato Democrazia percettiva.

Pina e Lorenzo arrivano presto. Si vede che sono assai contenti di parlarmi del loro paese. Lorenzo è stato appena eletto consigliere comunale, ma sarà un consigliere di opposizione.

Dentro il bar mi parlano lungamente di Deliceto. Vengo a sapere che ci sono una quarantina di associazioni, un numero incredibile per un paese del Sud con meno di quattromila abitanti.

Mi rincuora anche il fatto che un po’ di persone sono tornate alla pastorizia. Insomma, qui c’è tanto grano, ma i contadini fanno anche altro. Il primo regalo è un vasettino di Zafferano. Andiamo in un negozio di prodotti a chilometro zero. Pina e Lorenzo mi vogliono dare tutto il bello che c’è nel paese. Alla fine riuscirò a ricambiare solo con due miei libri: “Geografia commossa dell’Italia interna” e “La punta del cuore”, il libro di versi dedicato a mia madre.

Mi sono preso un caffè mentre parlavamo al bar, ma i nervi non si sono smossi. È un frutto della campagna elettorale: una volta andavo avanti a xanax, ora vado avanti a caffè. Dal panico allo sfinimento. La continuità è nella veloce alternanza di contentezza e disperazione che da sempre si alternano in me. Capita anche ad altri immagino. Forse la specificità nel mio caso è che sono disperato quando dovrei essere contento e sono contento quando dovrei essere disperato.

Deliceto non è un paese della bandiera bianca. Ha una bellissima posizione geografica. Il bosco nella parte alta del territorio, il grano nella parte bassa. E c’è anche una zona di ulivi. A guardare le case addossate sotto il castello è anche un bel paese, raccolto, aggraziato nel suo sapore rurale. La nota stonata viene da quello che hai sotto i piedi. È come se ogni sindaco avesse voluto lasciare il suo segno. Ho visto in piazze e strade almeno una trentina di pavimentazioni diverse.

Saluto Pina e Lorenzo. Mi avvio ancora una volta verso Accadia. La strada che percorro è bella e silenziosa. Il grano e le ginestre, ogni tanto spunta una capra, non si vedono villette, un paesaggio sobrio.

Arrivo ad Accadia, ma non entro dentro, ci sono stato tante volte. Passo dal bivio di Monteleone. Anzano non si può evitare, ma la attraverso di striscio, in effetti le persone è più facile trovarle in periferia che al centro. Scampitella non ha centro né periferia, attraversi la strada e il paese è ai lati della strada.

Facce come campi arati

Sono rientrato a casa prima delle otto di sera. In altri tempi avrei fatto un giro con più indugi.

Le prime volte che ho visto questi paesi del sub appennino dauno mi sono molto emozionato. Mi piacciono ancora. Mi piace che sanno di terra. Le facce degli anziani sembrano campi arati. Oltre alle macchine, vedi i trattori parcheggiati davanti alle case. Mi fermo a quello che vedo. Lorenzo mi ha parlato in continuazione delle potenzialità del paese, ma è come se mancasse qualcosa, anche se non manca niente, c’è perfino una fabbrichetta che costruisce lo speculum che i ginecologi usano per le ispezioni vaginali.

La cosa che mi ha colpito di Deliceto è che ci sono tante persone in giro, è una caratteristica dei paesi pugliesi. La gente sta ancora volentieri all’aria aperta. Mi pare una buona cosa.

Stasera ho assaggiato alcuni dei prodotti che mi hanno donato. Sono buonissimi. Allora si può dire che Deliceto è uno dei punti in cui l’Italia resiste. È grazie a posti come questi che la penisola conserva una sua forza. Un viaggio tanto breve non mi fa conoscitore del luogo, ma è un posto che mi dà fiducia, anche se forse è amministrato senza slanci utopici. Non è facile capire cosa sia il futuro, forse non è la telecamera installata in piazza per trasmettere in streaming il passeggio ad uso degli emigrati che possono vedere ciò che accade al loro paese.

Il futuro di Deliceto è nella sua terra, è nella sua lontananza dai caselli autostradali. Forse i problemi di questo paese non sono economici, forse c’è un problema di umore, come se nei paesi ci fosse un meccanismo che tiene a galla la scontentezza e affonda la felicità. Prima di un sindaco i paesi dell’Italia interna avrebbero bisogno di una psicoterapia di gruppo. Questi paesi non sono più divisi tra cafoni e galantuomini, ma tra scoraggiatori militanti e sognatori solitari. I primi sono molto più numerosi dei secondi, ma ormai hanno gli anni contati. Il futuro è dei sognatori.

 

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