Avellino: la città come via Crucis

Prima stazione. Entro in città dalla la zona del nuovo ospedale. Lo chiamano città ospedaliera. Non so chi ha costruito la struttura, non deve essere un bravo architetto. Ma il problema più grande è fuori. Arrivare al pronto soccorso è come fare una caccia al tesoro. E poi si sono dimenticati di fare i parcheggi davanti alla struttura. I lavori per porre rimedio ovviamente vanno a rilento. E così chi entra ad Avellino da questo lato subito può farsi l’idea di una città slow, ma il riferimento è ai cantieri, non al cibo.

Seconda stazione. Sono davanti al teatro Gesualdo. Anche qui l’opera ha una disegno architettonico molto discutibile, anche qui il disastro è fuori. Prima hanno cercato di recuperare dei ruderi microscopici di un castello col risultato che adesso non si notano i ruderi, ma una scala di metallo. Ora forse si vorrebbe sistemare lo spazio intorno al teatro, ma i lavori procedono per avanzamenti millimetrici.

Terza stazione. Piazza Macello. Qui ci sono gigantesche palazzine anni sessanta, qui c’è sempre stato e c’è ancora il punto da cui partono e arrivano i pullman. Si parla da decenni di far traslocare l’autostazione, ma non succede nulla. I lavori sono stati fatti, i soldi sono stati spesi. Questo conta, per il resto i pullman possono restare dove sono.

Quarta stazione. Vado verso il centro della città. Qui c’è il cantiere totem, la metafora di tutti i fallimenti della politica avellinese. Difficile credere che potesse essere utile un tunnel in una città che ha meno di sessantamila abitanti.

Quinta stazione. Sono arrivato al corso. Questo è il centro della città, la spada dritta, la gruccia a cui è appeso tutto il resto. Qui i lavori per farne un’isola pedonale sono stati portati al termine. Un luogo molto bello, nonostante ci siano ancora molti palazzi che attendono di essere ricostruiti. L’effetto è strano. Non si vedono biciclette, gli avellinesi senza macchina sembrano creature a disagio, a parte i luminari dello struscio che parlano di sport e di politica. Avellino è una città che parla molto di sport e di politica.

Sesta stazione. Vado verso il centro storico e la sensazione molto netta è che non esiste. A fianco al Duomo c’è un cantiere allo stato fossile, sembra provenire da un’altra era geologica. Non ci sono negozi, non si vedono persone. Hanno ricostruito le case, ma sembra un luogo senza futuro.

Settima stazione. Avellino ha come propaggine due paesi che si sono saldati alla città, cumulando le loro bruttezze a quelle cittadine: al Sud i paesi di maggiore dinamismo economico quasi sempre sono i più incuranti della bellezza. La strada che va verso Mercogliano è perennemente intasata di traffico.

Ottava stazione. L’ex cinema Eliseo, ristrutturato da tempo, fa da bersaglio per i vandali; l’ex palazzo della Dogana non trova la via per essere sottratto alla ragnatela dei propositi mai realizzati.

Nona stazione. Sono davanti a una costruzione vasta e pretenziosa. A vederla da lontano pare la sede di una grande multinazionale. Ti avvicini e scopri che si tratta della sede di una piccola banca. Una volta si chiamava Banca Popolare dell’Irpinia.

Decima stazione. Nel mio girovagare in cerca di una città che non c’è da nessuna parte, ora sono davanti alla clinica Malzoni. Anche qui un senso di decadenza.

Undicesima stazione. Di nuovo nel centro della città. Qui una volta c’era il carcere borbonico. Ora è uno spazio assai bello che può accogliere attività culturali. Il cruccio in questo caso è che anche quando si fa qualcosa di interessante non sembra godere dell’interesse dei cittadini.

Dodicesima stazione. Ipercoop. Qui trovo molta gente. Vago tra li scaffali stracolmi di merce, non trovo tracce di prodotti irpini. Una terra che ha ancora tanti contadini non trova il modo di consumare i suoi prodotti.

Tredicesima stazione. Col mio amico Livio mi faccio un giro per i quartieri periferici. Rispetto ad altre città del Sud, non sembra esserci una grande differenza col centro. Il motivo è che in questo caso non è la periferia a far sfigurare il centro, ma il centro che tende a imitare la periferia. La nota più dolente viene dal quartiere Ferrovia dove c’è un sito di interesse nazionale da bonificare: l’ex stabilimento dell’Isochimica dove si scoibentava amianto. Amianto sotterrato dappertutto in quel quartiere, anche sotto i binari della ferrovia.

Quattordicesima stazione. Passiamo davanti al mercatone. Doveva essere un contenitore di botteghe artigiane. Aperto per alcuni mesi, si è rivelato ingestibile. Architettura pessima per forma e dimensioni, costo di riqualificazione altissimo. Si aspetta solo che il tempo la trasformi in rovina.

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