L’osteria nel settantatré

Avevo tredici anni nel 1973. In quell’anno morì Picasso e morirono anche Neruda e Bruce Lee, ma io a quel tempo seguivo solo lo sport. La cosa che mi emozionò di più fu il record del mondo di Novella Calligaris negli ottocento metri a stile libero. Seguivo non solo il calcio, come accadeva a molti ragazzi, ma tutti gli sport, perfino il tiro a piattello e le corse con le slitte trascinate dai cani. A un certo punto mi è capito anche di scrivere un libro di versi, ma in quel libro non c’è scritto che il mio amore per lo sport veniva da mio padre. Naturalmente parlo dello sport da tifosi. Mio padre non ha mai giocato neppure a pallone. E credo non abbiamo mai fatto un esercizio ginnico in vita sua. E non ha mai fatto una corsa. Mio padre guardava lo sport e rompeva le sedie mentre stava davanti alla televisione, perché lui faceva pugilato se guardava il pugilato, giocava a pallone se guardava il calcio. Gli altri sport non li capiva, ma li guardava lo stesso, l’importante era che ci fossero degli italiani che gareggiavano contro gli stranieri. Anche zio Giovanni non aveva mai fatto sport, ma vedere con lui una partita di pallone era un grande spettacolo. Da solo valeva un’intera curva sud.

Una giornata memorabile all’osteria fu il 3 settembre quando Felice Gimondi vinse il campionato del mondo di ciclismo a Barcellona. Seguimmo tutta la trasmissione dall’inizio. Gimondi vinse grazie alla spinta dell’osteria. Allora era possibile che un bergamasco fosse il mito di un oste e di un suonatore di batteria. Pedalavano insieme a lui. L’osteria diventò un circuito, l’asfalto correva dentro i piatti, le ruote al posto delle forchette. Era la domenica pomeriggio di chi si sentiva fuori dal mondo e provava a entrarci grazie alla vittorie della patria. Mi ricordo che quel giorno dopo la gara rimasi felice per molte ore, l’inquietudine non si era ancora attaccata alle mie giornate. Ero semplicemente un ragazzo nervoso, uno che non stava mai fermo, ma ancora non pensavo alla morte.

A tredici anni neppure scrivevo, e non leggevo libri per ragazzi. Mi ricordo che seguivo la politica. Mi ricordo che il ministro della difesa era Tanassi e quello del tesoro Malagodi. Mi ricordo che a mio padre gli stava antipatico Tanassi, anche perché era del partito del farmacista che stava vicino casa, il farmacista che quando si candidò prese tredici voti. Il suo prestigio in paese era minato dalla moglie veneziana che faceva la pittrice.

Il 1973 me lo ricordo bene perché fu l’anno in cui mio padre lanciò una campagna pubblicitaria. La sua non era più la cantina di Grillo, ma la trattoria “al Grillo D’Oro”. Fece stampare in migliaia di volantini le specialità della casa, allora mio padre non sapeva neppure cosa fossero le guide gastronomiche. Nel 1973 finirono anche i lavori di ampliamento. Una stanza piena di ragnatele divenne sala da pranzo. Si potevano fare sposalizi anche per centocinquanta persone.

Io non mi ricordo molto della mia vita nel 1973 se non che allo sposalizio di un macellaio mi mangiai diciassette paste. Allora non ero ancora dominato dalla mia vita. Ero ancora in uno spazio che era anche degli altri. Spartivo la casa, spartivo il paese, spartivo anche le seghe con mio cugino. Non mi è facile spiegare cosa teneva allora attaccate le cose. So che erano attaccate e so che l’osteria era la colla di tutto.

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