VERSETTI DELLA TRANSUMANZA

si scendeva verso la pianura
e la pianura non veniva mai.
i monti partorivano altri monti.
l’aria di febbraio era così sottile
che si spezzava come si spezza un capello.
andare e poi tornare.
questo era il mestiere: cucire una terra
all’altra col filo del fiato.
svegliarsi nella paglia dopo aver sognato
la casa fresca di buon mattino,
spazzata appena con rami di rosmarino.
sopra gli appennini
la nostra carne era dura, come le tegole, come i muri.
da lontano le vacche erano vacche
e gli uomini farfalle.
quando viene la luce al mattino

quando senti che il cielo è tuo

quando il pane fa luce e fa calore.

al ritorno dentro la neve

dentro le nebbie

a volte si perdeva qualche vacca.

abbiamo altro che pensieri nella testa,

noi nella testa abbiamo freddo e luce.

non c’erano tutte queste case

non c’erano cancelli, l’erba cresceva

ovunque, anche dentro di noi.

nel cielo una mattina

una grande rondine, le sue ali

come le corna di una vacca in volo.

quando torno a casa ancora

non sono abituato alle persone.

per prima cosa guardo il gatto, le galline.

il muso delle vacche

non mi stanco mai di guardarlo.

mi fa pensare a qualcosa di buono,

di fatto bene.

delle vacche e delle pecore si pensa male

perché non danno brividi

come i serpenti o i topi.

soffro a vederle chiuse nella mangiatoia.

io le voglio vedere al vento

al sole.

le donne restavano a casa. è triste camminare

in mezzo al mondo senza di loro.

neppure noi siamo quelle di una volta.

io sono depressa. do un latte acquoso e grigio

che solo a vederlo mi fa schifo.

io sono la pecora nera, la pecora smarrita

tra le pecore di ferro della vita.

la discesa dalla montagna

e la salita.

la strada è segnata

sulla punta delle dita.

andiamo di fretta.

non ci accorgiamo

del profumo

delle noci fresche

dei fiori di ciliegio.

cambia il giorno

il tempo, il luogo:

vento pioggia cielo

paglia fango fuoco.

una mucca nervosa

continuamente sbaglia strada.

adesso si è persa in una casa

abbandonata.

l’inverno torna

in mezzo alla primavera

oppure il sole è troppo caldo.

la pelle è una capanna

di sudore e gelo.

così diventa vecchio

il giovane pastore.

nel fresco dell’alba

un piccolo uccello muto.

sull’altura

c’è un paese di vecchi

e grano ancora basso

alberi ormai secchi.

la prima neve

ha vita breve

ma i cani non lo sanno

e mordono le vacche

sulle zampe.

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