La vita incomprensibile

C’è un paese in questi anni in cui sono stato centinaia di volte. È un paese senza automobili e senza televisori. C’è una chiesa senza altare e senza tetto, ci sono case chiuse e altre squarciate, non ci sono carte, penne, bracciali, tovaglie, macchine per cucire, non ci sono occhiali, mutande, calzini. Questo posto adesso si chiama Conza vecchia, questo posto è un paese in cui ogni tanto vado ad aprire gli occhi, da solo o in compagnia. Non è un viaggio, è un’ascensione. Non salgo verso un santuario, non mi aspettano processioni e madonne, salgo verso un campo sportivo che ha porte arrugginite e senza rete, un campo senza linee e senza pallone.

Vado a vedere una partita che non c’è. Vicino al campo c’è quello che una volta era un parco giochi, c’è una fontana senz’acqua, uno scivolo su cui non scivola neppure una foglia, ci sono alcune panchine che prendono il sole e la pioggia.

Non sto parlando di un posto per turisti e se qualcuno arriva in un posto del genere come turista direi che ha sbagliato meta. Questo è un luogo per chi ha due minuti di vita tra le dita, uno per sé e l’altro per il mondo, un posto per chi sente l’urgenza di allontanarsi da tutto e di avvicinarsi a tutto.

Su questo campo io non mi sento diverso dalla merda secca di una mucca, prendo il cielo tra le mani, cerco di baciarlo, e intanto arriva il tramonto, scendo verso la mia macchina, mi rimetto in marcia verso altri paesi, torno nell’imbuto della mia vita, parlo, scrivo, accendo i fuochi dell’impazienza, ma il mondo non sa che farsene della mia fretta.

Il mondo non è come Conza vecchia, non è un luogo abbandonato, il mondo è un luogo dove le persone sputano e mangiano e dormono e dicono bugie e credono di odiarsi o di amarsi, il mondo è pieno di cose e non sappiamo più come svuotarlo. A Conza c’è voluto un terremoto, il mondo tende a prendere peso, a dilatarsi e non siamo schiacciati da questo peso, conversiamo sotto il peso delle nostre parole, amiamo sotto il peso del nostro amore, scriviamo sotto il peso della nostra scrittura, viviamo sotto il peso della nostra vita e non riusciamo a metterci sopra, non riusciamo a salire come un passero sale su un ramo.

Io sento questo peso e quando incontro qualcuno non ho tempo per vedere cosa accade, voglio subito andare a togliere il masso che mi opprime, che ci opprime. Le persone vogliono tempo, vogliono amarti o vogliono odiarti un poco alla volta, ci devono arrivare alle cose e non sopportano che tu sia già lì, sotto la casa crollata e dentro la casa che sta in piedi, dentro l’indifferenza e dentro la commozione.

Io cerco gli esseri come un bambino, li cerco ma la mia ricerca è incomprensibile. Ogni episodio della mia vita è un affresco perduto, vago nel mio corpo come dio, mi avvicino al corpo degli altri come un pezzente, e ogni volta che apro la mano non arriva niente, ogni volta che scrivo è come se volessi accarezzare qualcuno, qualcosa. Il mio amore per il mondo è così disperato e infinito da farmi apparire chiuso nel mio narcisismo, in realtà sono un essere sfondato, senza fondo e senza coperchio, un tubo vuoto continuamente attraversato da me stesso. Questo non è un pensiero difficile, queste non sono faccende filosofiche. Non ho grandi pensieri, sono appeso alle immagini, il mio corpo è una fabbrica di immagini, le parole per me sono rami di un albero che mi cresce dentro prendendo linfa dalle radici del mio corpo: corpo radice, parola chioma.

Mi stupisce che nessuno venga a studiare da vicino questa follia che mi tiene al mondo. Lo che ce ne sono tante, una per ogni persona forse, o forse ce ne sono poche, veramente gli uomini sono uomini e basta, come gli alberi sono alberi e basta. Tutto il mio tormento sta nel cercare di sfuggire a questa logica, di arrivare insieme a qualcuno in un luogo in cui gli uomini sono uomini e altro, in cui gli alberi sono alberi e altro. Forse ognuno di noi ci arriva da solo in questo luogo, il difficile è arrivarci insieme, passarci più o meno fugacemente in questo luogo e sentire che può sembrare il sorriso di dio o una sua goccia di sudore, quello che conta è che ogni corpo si sgretoli, diventi mollica offerta a tutte le formiche del mondo.

Sto scrivendo queste cose non dopo aver letto un libro, ma dopo un viaggio a Conza. Il paese morto mi ha messo aria nelle vene e quest’aria è arrivata al cuore. L’uomo che a Conza nuova mi ha detto che ha fatto il minatore in Belgio e che ha perso la moglie nel terremoto, aveva una faccia che già non ricordo, quando l’ho ascoltato ero già perso, volevo un bacio che lui non poteva darmi, volevo carezze che lui non poteva farmi.

È andata così anche oggi, ho perso tutto e non ho dato niente. Non ho scuse, non ho meriti né colpe, sono fatto così, passo di mano in mano come un pacco che nessuno può aprire, passo il tempo ad avvolgere il pacco con altro spago, più parlo e più aumento i sigilli. Dopo che sarò morto, dopo molti anni di silenzio, potrei apparire aperto, ventilato, qualcuno potrebbe venire dentro di me, io stesso potrei entrare dentro qualcuno. Adesso è impossibile, non ci sono strade tra me e il mondo e quelle che ci sono si ostruiscono mentre le percorro. Ogni cosa che dico, ogni cosa che faccio è come se abolisse quello che dico e quello che faccio. Per capire queste cose non ci vogliono esseri superiori, queste cose non si capiscono semplicemente perché sono incomprensibili. La vita se non è incomprensibile non è niente.

Dopo questa frase ho guardato la mia faccia in una foto di molti anni fa, ho ascoltato il rumore della televisione nell’altra stanza e perfino voci di qualcuno che passava per strada, è come se dopo aver detto che la vita è incomprensibile, la vita mi avesse ascoltato e avesse deciso di tornare da me con quello che può essere e quello che può fare, la vita che mi aspetta se mi alzo a parlare coi miei figli o a bere un bicchiere d’acqua, la vita che viene quando ti addormenti e quando ti svegli, quella che i morti ci invidieranno sempre e in fondo non sappiamo perché, noi che ci conficchiamo in questo muro istante per istante.

p.s.

questa è una versione nuova di un testo contenuto in VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA, edizioni Laterza, 2008

One thought on “La vita incomprensibile

  1. Caro Franco, da poco ho scoperto i tuoi libri e questo tuo blog.

    Ho in comune con te l’interesse per la geografia, e per quei posti dimenticati dall’uomo che possono trovarsi, secondo me, soltanto sul nostro Appennino. Il mio è quello settentrionale (provincia di Reggio Emilia), e anche se non siamo al sud, trovo che certe malinconie trovino la propria casa solamente, appunto, in quella fascia dell’Italia che la percorre tutta da Nord a Sud. Provo una certa attrazione per andare a scovare certi luoghi che a raccontarli uno non ci crederebbe nemmeno. E’ una attrazione che a volte si trasforma in repulsione, quando vengo assalito da una malinconia che sconfina in un moto depressivo; non so quanto mi faccia bene visitare quei luoghi, anche se mi sento attratto.

    Dici che esiste una follia per ogni persona che abita su questa terra? Si, sono d’accordo con te, e penso anche che i cosiddetti “normali” non esistano proprio, anzi sono una invenzione di comodo dell’uomo per semplificarsi le cose. La normalità come la vogliamo intendere, non esiste proprio…

    Continuerò a leggerti. Adesso ho per le mani “Geografia commossa di un’Italia interna”.

    CIAO

    Sandro Iotti

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