LETTERA A PASOLINI

1.

Caro Pierpaolo,

ho sempre pensato che abitiamo luoghi diversi della stessa inquietudine. Io ero sul precipizio dei quindici anni quando sei morto. Forse ho trovato il modo di annacquare la tensione che sentivo, la tensione che mi pare ti abbia guidato in ognuna delle tue fiammeggianti giornate di studio e di lavoro.

Un grande ustionato, questo eri, con i dolori delle grandi ustioni sulla pelle. Ti bruciava l’Italia clericale e consumista, ti bruciavano gli allineati, i pavidi. Ora nella nostra nazione tutte queste fiamme non ci sono più. Solo fumo, colonne di fumo si alzano da ogni parte, dalle colonne dei giornali e dalle nicchie della Rete, dai centri di potere, ma anche dalle lande della disperazione. Quello che tu chiamavi fascismo ha assunto un’altra forma e i nuovi poveri sono poveri anche quando hanno da mangiare.

La novità di questi anni è l’autismo corale, una sorta d’invalidità di massa, dove ognuno fa la manutenzione della sua solitudine. Anche per te oggi sarebbe difficile individuare i nemici, trovare la faglia dove gli scoraggiatori militanti si contendono lo spazio con gli incoraggiatori. In ogni luogo c’è un conflitto tra innovatori e conservatori, ma è tutto avvolto nel fumo, non si vede quasi niente, è come se nell’Italia di oggi fosse interdetta la possibilità di vedere. Tutti sanno e nessuno vede, tutti sanno quello che non vedono. Tu dicevi di sapere e sapevi veramente, perché studiavi, perché andavi nei luoghi. Poesia e impegno civile erano naturalmente nel tuo sangue, oggi bisogna fare uno sforzo tremendo per tenere aperto un dialogo tra cultura e politica. I politici e gli intellettuali che hanno potere sono quasi sempre quelli del secolo scorso. C’è un’Italia bella, antica e nuova, che a te piacerebbe molto, ma è un’Italia che le colonne di fumo nascondono. I lamentatori di professione, i mestieranti della diffidenza, i luminari del disincanto lavorano per spegnere le luci che si accendono nei luoghi che a te sembravano sconfitti e che invece lentamente stanno tornando. Tu pensavi che il mondo contadino fosse morto e invece è di nuovo vivo e addirittura diventa una speranza per il futuro. I dialetti che sembravano persi stanno nella musica più bella che abbiamo. I luoghi dove non andava più nessuno diventano solenni. Tu eri andato a Matera per trovare Gerusalemme ai tempi di Cristo. Adesso è stata nominata capitale europea della cultura. Trasformare le debolezze in risorse sta diventando un campo d’azione molto fertile. I luoghi marginali, da cui anche tu sei partito, sono diventati i luoghi in cui germoglia qualcosa. Oggi forse non lasceresti la tua Casarsa, non avrebbe senso per te scendere a Roma. Oggi la partita si gioca dove non c’è il pallone e dove non ci sono spalti e l’erba è buona per le vacche. Vieni a giocare con noi, vieni ad Aliano, a Trevico. La cosa curiosa che accade in questi luoghi è che stanno guarendo e stanno morendo, è incredibile ma accadono tutte e due le cose nello stesso tempo. Sono luoghi-faglia dove avviene lo scontro tra una modernità esausta e il mondo arcaico che era dato per morto e invece è diventato il nostro futuro. Questo scontro produce intensità, dà a questi posti un’aura di sacro e di sacrificio, nel senso più vero di questa parola. Tu lo capisci benissimo che ai luoghi accade la stessa cosa che accade alle persone: quando la vita non è terribile un po’ sfugge. Ecco, l’Italia di oggi, dove è più comoda, dove funziona meglio, dà l’idea di un posto sfiatato e posticcio, dove non c’è il morso della storia, ma i graffi di un’agonia ciarliera. Per non farsi svilire bisogna attraversare i margini più che abitarli. Io non abito i paesi, li attraverso. Sono uno scrittore corsaro, intimo e distante. Si tratta di accaldarsi, ma bisogna evitare l’ustione, l’infiammazione della residenza.

Molti di quelli che una volta si chiamavano intellettuali di sinistra portano il broncio a quest’epoca, hanno la sensazione di una miseria spirituale dilagante, sentono la degenerazione di un popolo che avrebbero voluto elevare e che ha voltato loro le spalle. La verità è che non solo siamo senza popolo, ma forse siamo anche senza società.

Tutto cambia in maniera vertiginosa. La realtà che c’era quando ho iniziato a scriverti questa lettera adesso è già un’altra cosa.

Mi è venuta meno l’ispirazione, mi sono messo a infilare concetti che non danno emozione. Non è più una lettera, ma un articolo, avrei dovuto parlarti del fatto che ho mangiato troppa cioccolata e che in questi giorni la paura della morte è come rinverdita. Ecco, dobbiamo restare a noi, ai nostri corpi e invece mi sono messo a riciclare frasi che uso da tempo, ho venduto anche a te il mio fumo. Questa lettera finiva con un filo di retorica: ti parlavo della Rete, che da ingegneria militare si è trasformata in un congegno che sta uccidendo la modernità. Ti dicevo che fra qualche decennio avremo una vita più lieve, tornerà il sacro, la teologia del denaro sarà finita, la poesia non sarà più un mucchietto di neve in un mondo col sale in mano. Tu non sai che fartene di frasi come queste, non posso rifilarle a uno come te. Ti chiedo scusa, a te devo delle percezioni, non posso mandarti manfrine, ma spaventi, passioni indomite, furore e innocenza. E allora esco a prendere il buio che sta arrivando, vado a sentire il paese, nel paese c’è qualcosa in più delle mie frasi. Vieni con me, guardiamo assieme.

P.S.

Per leggerti doveva venire qualcuno da Milano

all’osteria di mio padre,

a Bisaccia non arrivava il Corriere della Sera.

Io ero inquieto come adesso,

forse anche per me la radice

del male era nell’amore impossibile

per mia madre.

Ora che tu sei morto e io sono quasi già vecchio

posso dire che siamo due bestie

e che nulla abbiamo da spartire

con la socialdemocrazia dello spirito

che si è diffusa nei poveri e nei ricchi.

La poesia è dei santi e delle bestie,

mai dei colti e dei precisi.

Dovevamo fare i briganti

i piromani, i banditi

e invece abbiamo umiliato la nostra violenza

tra le righe.

L’Italia di oggi

ha perso miseria e garbo,

ha perso l’altezza e la bassezza,

è tutto un via vai di pensieri

a mezz’aria, perfino nei corpi

a volte non c’è storia.

La fame di corpi che tu avevi

ora sarebbe senza rimedio,

saresti un morto di fame.

Capisco perché di notte

era il tempo dello sperma.

L’odore che c’è sulla punta del cazzo

non è come le chiacchiere del giorno

tutte uguali, una giostra di parole

che non sa di niente.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...