Montaguto, 30 maggio 2001

Quello che c’è è sempre tanto, anche a Montaguto, che sembra il classico luogo dove tutti pensano che non ci sia niente. Basta un albero, un muro, un volto.

Un volto incontrato a Montaguto ha tutto lo spazio e il tempo per essere visto. Qui si è desiderosi di veder un bel volto umano. E quando si comincia a parlare con qualcuno si ha più voglia di ascoltare. Le parole vengono fuori bene in tutto questo silenzio. Sarà per come la gente bisbiglia, per la forma delle case e del luogo su cui stanno appoggiate.

Montaguto è in un lembo nascosto dell’Irpinia. L’arrivo al paese è preceduto da un bel bosco; ed è un’eccezione per questa parte dell’Appenino diradata nei secoli scorsi per far posto a colture più redditizie. Montaguto ha cinquecento abitanti, è posta a settecentoventi metri sul livello del mare. Il paese si trova lungo una deviazione della vecchia strada che portava da Napoli alle Puglie. A tratti si può sentire un’atmosfera sparita non solo dalle città, ma anche dai paesi. Quello che si sente passando per Grottaminarda o anche per Calitri e Gesualdo, non ha niente a che fare con quello che si sente a Montaguto. Non fa niente che davanti ad un casa potete trovare un macchinone di quelli che ci sono oggi. Non fa niente che potete trovare anche qui l’infisso bianco con maniglia dorata in stile britannico. Sono dettagli. Il cuore del paese, l’aria che respira viene da anni lontani. Montaguto non partecipa alla pagliacciata planetaria che sta trasformando la vita in una tragica farsetta. Anche da queste parti si può vedere una ragazzina che porta a passeggio un telefonino, ma poi dove lo trovi un paese dove il barbiere è il postino? Lavora a domicilio, dopo aver dato le lettere, naturalmente. Di barbiere ce n’è un altro, ma ha solo una sedia. Anche lui esercita in maniera bonariamente clandestina: allestire un salone vero e proprio non converrebbe.

Ho conosciuto un ragazzo che ha da poco cominciato una piccola attività artigianale. Fa la pasta fresca. Il macchinario è piccolo e lui e la madre fanno quasi tutto a mano. Mi spiega il tipo di lavorazione. Nonostante la grande quantità di grano pare che la pasta sia più apprezzata con la semola che viene da Modena. Lui tiene a precisarmi che usa le uova, mentre la maggior parte dei pastai usano l’ovina, una polverina fatta con il rosso, con le carote e con i conservanti. Il giovane aspirante produttore di pasta non ha avuto una vita facile. Ha subito il trapianto del rene, dopo una lunga dialisi. La stessa sorte è toccata al fratello. Il mio interlocutore pare moderatamente soddisfatto del suo lavoro. Da poco si è fatto il primo giro a Napoli dove ha venduto per i palazzi una decina di chili di pasta. Ci è andato insieme al macellaio del paese, e pure lui ha venduto un bel po’ di carne. Capitano anche di queste cose nel mondo globalizzato. Una volta venivano nei paesi quelli che aggiustavano gli ombrelli, quelli che vendevano la varechina e le conche di plastica. Adesso c’è chi dai paesi porta la bistecca e le orecchiette.

Mi piace parlare con la gente di Montaguto. Non sono per niente sospettosi. Hanno voglia di parlare, ma è un fiato senza vanità, o almeno non è un fiato che assale la mia vanità. La ragazza del bar che sembra una ragazzina in realtà ha trent’anni e due figli. Prima di lei ho visto la cosa per me più curiosa di Montaguto. Una piccola stanza aperta, con fornacella in disuso, tante scritte sui muri e alcuni videogiochi messi al muro come asini in una vecchia stalla. Un ragazzino entra, accende l’interruttore e comincia a giocare. Mi viene in mente quando dopo il terremoto le luci della piazza nel mio paese erano regolate da un interruttore ad altezza d’uomo. Era bello far tardi e spegnere le luci prima di andare a dormire.

Qui vivere un frammento di settimana è ideale. Sarà certamente diverso starci tutti i giorni, tutti gli anni. Chi ha smanie di acquisti si deve accontentare di un paio di calzini, uno slip, il pane, la carne, i liquori del bar. I medici vengono da fuori per un paio d’ore al giorno. Per qualche ora resta aperto anche un simulacro di farmacia. Per il resto bisogna uscire

Mentre parlo con l’aspirante pastaio e un barista che tiene anche l’edicola, passa davanti a noi il fratello del sindaco che porta a spasso un cane. Vengono fuori i soliti lamenti sul mancato sviluppo di queste zone a causa dell’inerzia degli amministratori. A me viene facile il discorsetto, ormai imparato a memoria, sul silenzio e la luce. Questi paesi, dico con l’autorevolezza che mi sono procurato dichiarandomi giornalista, hanno il futuro dalla loro parte. Bisogna aspettare che gli appestati che vivono nelle città si rendano conto che lì non c’è scampo. Bisognerà confidare nelle isobare. Quando, fra non molto, la nostra penisola avrà un clima tropicale, ecco che verranno utili le casette a un piano di Montaguto. Poco importa se non hanno particolari fregi architettonici. In questi paesi si verrà a cercare refrigerio, scampo momentaneo.

Bisogna resistere alla logica sanguisuga dei paesi più grandi. Resistere alla tentazione di imitarli: c’è un campo di calcio con una tribuna su cui potrebbero prendere posto tutti gli abitanti. Ma qui non ci sono ragazzi a sufficienza per fare una squadra. La buona, la poca gente di Montaguto deve resistere allo squallore di certi crepuscoli autunnali, quando il paese è visitato solo dalle nuvole. E alle sere cimiteriali dove ogni casa sembra una tomba che racchiude la salma del paese.

A chi circola sfinito e perplesso nell’imbuto dell’indifferenza e della fretta, mi sento di poter dire: andate a Montaguto. Magari può essere corroborante la calma desolazione di ogni suo abitante.

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