San Mango sul Calore, 19 ottobre 2000

Una volta i paesi appartenevano al paesaggio che avevano intorno. Adesso sembrano costruiti per non appartenere a niente e a nessuno. Ogni casa, ogni finestra sembra stare per conto suo, chiusa nel delirio della sua forma, incurante di chi la abita, di chi la guarda. Viene voglia di chiudere gli occhi e andare via, senza neppure chiedersi come è potuto accadere tutto questo. E invece bisogna andare in un paese e capire che merita comunque un lieve inchino. Bisogna soffermarsi un poco prima di entrarci dentro.

L’ultima volta San Mango più che un paese mi era sembrato un catalogo di materiali edili. Oggi mi pare un quadro inclinato sul cavalletto. Tante linee, tanti colori, ma nessuna prospettiva. Una cosa appoggiata, senza radici.

La terra fu spianata. Gli ottantasei morti al cimitero e gli altri nei prefabbricati. Lo stato ha speso circa cento miliardi, di cui una trentina per opere pubbliche. La gente ha aggiunto i propri risparmi ai soldi del contributo. E si vede. Qui è stato curato ogni minimo particolare, dalle maniglie, alle grondaie, ma si è perso di vista l’essenziale, il rapporto tra case e abitanti. A San Mango, come in molti paesi irpini, il tutto è inferiore alla somma delle parti. I marciapiedi sono fatti perché vi cammini la gente, altrimenti diventano un labirinto della desolazione.

Sono qui da un quarto d’ora. La prima voce che sento viene da un televisore. Maria De Filippi domanda qualcosa a qualcuno che non vedo. Cammino in discesa perché ho parcheggiato la macchina in cima al paese, dove immagino aspettino una piazza e una chiesa che non ci sono più. Un altro televisore, un altro canale. Sempre ad alto volume. Forse dentro sono anziani. Un cane accenna a seguirmi poi desiste. Guardo un cactus piantato nella plastica blu di un bidone dove solitamente si mettono le olive. Entro nell’unico bar che ho visto. Mi compro un gelato. Giocano a carte a un solo tavolo. Il resto è spazio vuoto. Torno verso il comune. Sulla facciata c’è un disegno della vecchia San Mango. Davanti al comune ci sono molti lampioni. Gli spazi per le piante sono riempiti d’argilla espansa. Ritorno verso l’alto. Una donna sta portando una busta d’immondizia verso il cassonetto. Non le ho ancora fatto cenno che vorrei chiederle qualcosa, ma lei ha già intuito, ha già pensato che sono qui per fare domande. La signora si chiama Carmela. Mi parla, davanti alla chiesa che non c’è ancora, del parroco che non è di qui (don Ciro Vozzella viene da Sant’Angelo all’Esca). Il rosario delle mancanze continua. “Il campo di calcio non c’è e i ragazzi vanno a giocare a Castelvetere. I dottori non ci sono. Vengono da Montemarano e Luogosano. Per la verità neppure il sindaco è proprio del paese, è di una frazione, Poppano: andate a vedere come là è tutto sistemato,” prosegue la signora Carmela, che si lamenta anche del fatto che a San Mango ci sono troppi impiegati comunali. Il discorso è intercalato da un desolato “qui non c’è niente”.

Alcuni uomini davanti al bar mi pare che abbiano un’idea diversa del sindaco e del paese. A uno chiedo delle fabbriche che prima ho intravisto nella valle. “Non vanno tanto bene. C’è la Zuegg che fa i succhi di frutta e assume lavoratori stagionali, c’è una che fa i tubi che si arrangia, e poi qualcun’altra che non va tanto bene.” Ad un altro chiedo quanti abitanti ha il paese. Mi risponde con sicurezza. Provate a fare la stessa domanda agli abitanti di un paesino americano. Non vi diranno nulla di preciso. A proposito di America. A Stanford, una città vicina a New York, c’è una grande comunità di San Mango. Il paese è qui, ma i suoi figli sono altrove. Questo è il triste tema che ritorna sempre sul pentagramma dell’irpinia. Qui resta il silenzio perché il silenzio non emigra. Il silenzio cresce, si sviluppa sul posto. Un’edera invisibile che incornicia le case e i volti.

La gente è gentile, vuole parlare, vuole raccontarsi e raccontare. Ora sto ascoltando la signora Pasqualina. Storie di lutti e di partenze e di solitudine: “Qui di sera fa paura. Non c’è nessuno, meno male che hanno messo tutte queste luci”. Lo stesso discorso mi fanno altre tre vecchine, sedute davanti a una bella casa. Una di loro somiglia a Madre Teresa di Calcutta. Ha un fazzoletto in testa di colore chiaro, ne ho visto altri due simili e mi sono stupito. Dalle mie parti le anziane portano solo fazzoletti scuri. Continuo a camminare. San Mango ha un’aria mite. Le vigne e gli orti, le facce della gente e gli alberi, non hanno niente di aggressivo. Sento una certa tenerezza nel mio stare qui mentre chiedo a un trentenne se lavora e mi risponde con un laconico “per il momento niente ancora”.

Ora sono davanti a tre ragazzi che frequentano la scuola media. Sono venuti a trovare i nonni. Loro vivono a Chiusano. Mi fanno lo stesso discorso della signora Carmela: “qui non c’è niente”. Fa caldo. Mi lavo la faccia a una fontana provvista di rubinetti. Due persone escono da una macchina targata Napoli. Chiedono a uno del posto dove possono trovare le castagne che cadono per terra. Il signore indica pazientemente la montagna verso Chiusano. Qui vengono molti napoletani. La signora Carmela mi ha detto che il villaggio Santo Stefano, un villaggio di prefabbricati è tutto fittato a loro. Forse fra trent’anni San Mango sarà un residence, un villaggio del turismo rurale. E allora anche la bizzarra chiesa di Sant’Anna che ora se ne sta nascosta e desolata in fondo alla valle sarà meta di tanti visitatori. La chiesa è senza sedie e senza pavimento, ma sull’altare ci sono due cestini, penso che si celebri qualche messa, ma non c’è nessuno a cui chiedere qualcosa.

Me ne vado da San Mango con un sentimento di gratitudine. Sono contento di aver trovato i morti dell’ottanta tutti insieme, sotto una bella tomba di pietra serena ho visto nomi assai rari: Leone, Esilia, Argante. Nomi che si davano quando il paese era una giostra di miti e miserie, quando le storie di fantasmi e di lupi mannari si mischiavano agli insulti per il pascolo abusivo, quando andare a prendere l’acqua o a fare il pane erano occasioni per sapere tutto di tutti.

Una volta i luoghi emettevano una sostanza che poi inconsapevolmente gli abitanti respiravano. Una sorta di aerosol psicologico. Come se ogni luogo fosse un luogo termale e vi filtrasse da sotto un invisibile gas che aiutava ad abitare o invitava a fuggire, ma che comunque dava a tutti una linfa. Così quando uno parlava con i suoi compaesani o concittadini aveva quella linfa in comune e poi ovviamente c’era il resto a cui ognuno attingeva, chissà come e chissà dove.

p.s.

da ViAGGIO NEL CRATERE

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...