ARIA DI TERRA

 

Aria di terra

 

 

1.

La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. La paesologia denuncia l’imbroglio della modernità, il suo aver portato l’umano dalla civiltà del segno alla civiltà del pegno. Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate: le nazioni, gli individui, le idee, tutto è come bloccato in un presente che non sa volgere la sua fronte né avanti né indietro.

In uno scenario del genere una politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all’occhiello, è l’abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia ci può permettere di navigare nel mare delle merci lasciandoci un residuo di anima. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra le parole e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza, possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l’oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare. Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra che c’è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che ci fa viaggiare più lietamente verso la morte. Adesso si muore a marcia indietro, si muore dopo mille peripezie per schivare o per cercare la fine. E invece c’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. Altro che moderno o postmoderno, altro che localismo o globalità. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.

 

2.

Orlo, bordo, confine, selve, monti, mare, alberi, zolla, cane, vigna, nuvole, vacca, panchina, sole, alba, tramonto, e vento, neve, pioggia, e altro vento, e altra neve, e aprile, e il verde di maggio, e il nero di settembre, silenzio senza opinioni, luce senza commenti, non ho più voglia di parlare di me, di dire cosa faccio, dove vado, non ho voglia di vincere, di passare avanti, di essere il migliore, non ho più voglia di essere qualcuno, di arrivare a qualcosa, voglio solo che la vita sfili, se ne vada da dove è venuta, non la trattengo, non voglio trattenere niente, camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che il giro dei confini, andare sempre più dentro a certi confini, non superarli, non mirare al centro, non mirare alle passioni di tutti, disertare, prendere confidenza col cielo, ma farlo senza vantarsene, non sputare parole sul mondo e sugli altri, camminare, uscire perché è uscito il sole, uscire, prendere un paese, passarci dentro, non dire nulla del giorno, non accostare niente alla solitudine, lasciarla intatta, lasciare che la solitudine faccia la sua vita, svolga la sua storia e così pure la tristezza e la stanchezza, essere stanchi tristi e soli è comunque una fortuna, i buoni sentimenti rigano il mondo come quelli cattivi, come le parole che diciamo e quelle che non diciamo, meglio andarsene in silenzio davanti al mare, in mezzo a un bosco, davanti al muso di un gatto, pensare alle volpi morte sotto la neve, alle fatiche delle formiche, al verde lucidato dal vento, alle nuvole dissolte, a quelle che arriveranno, guardare il cielo sul confine tra il giorno e la notte, guardare il cielo molte volte al giorno, è strano che la gente esca fuori e non abbia come primo pensiero quello di guardare il cielo, è strano questo andare verso gli altri a guerreggiare, meglio sarebbe andarsene dove c’è silenzio, passarsi la luce del giorno tra le dita, sentire la notte, prendersi cura della malattia, ma senza che questo diventi un’altra malattia, parteggiare per la propria gioia e per quella degli altri, andare, alzarsi e salire verso la montagna, scalare la montagna, annusarla, prendere il sole che prende la montagna, guardare le vacche, i cavalli, guardare le spine, le foglie, i ruscelli, guardarli senza pensare che siano altro che spine, foglie, ruscelli, non commerciare col mistero, con l’ecologia, col silenzio, con la pace, stare sul bordo, omettere il centro, attraversarlo senza fermarsi, c’è un solo centro possibile nella nostra vita, questo centro è la morte, dunque fin quando siamo vivi è solo questione di orlo, di bordo, di confine.


3.

 

Quando ero molto giovane, tipo sedici anni, avevo una fortissima indignazione per il fatto che il mondo rischiava di finire. Mi pareva incredibile che gli uomini non dessero molto peso alla faccenda. Poi ho cominciato a leggere e a scrivere, sono diventato sensibile alla lingua, sensibile ai dettagli più che alle astrazioni, alle percezioni più che alle opinioni.

Pare che il problema del futuro non se lo pone quasi nessuno. Pensiamo alle cose che ci accadono e a quelle che non ci accadono. Siamo troppo occupati con la nostra vita e questo ci impedisce di pensare veramente al nostro pianeta. Forse dovrebbero fare una carta d’identità mondiale: Franco Arminio, nato a Bisaccia, pianeta Terra il 19 febbraio 1960. Per salvare una parte delle 20 milioni di specie che stanno morendo ci vorrebbe l’idea che noi siamo della Terra, ci vorrebbe che a tavola, nei bar, sulle panchine delle piazze, sulle spiagge, si parlasse del nostro pianeta. La Terra deve essere fasciata, lenita, accudita con mille attenzioni. Immaginiamo che abbia un tumore. Come si fa a lasciare da sola una persona che ha un tumore? Negli uffici pubblici non ci dovrebbe essere l’immagine del Presidente della Repubblica, ma quella della Terra.

In realtà io adesso sto scrivendo queste cose perché oggi pesco in superficie. L’immaginazione è spuntata, è un gesso bagnato. Forse è il fatto che oggi avevo in mente di uscire e sono dovuto restare a casa ad accudire mia madre.

Chi dobbiamo imputare per questo delirio della crescita infinita che sta distruggendo la Terra? La mentalità capitalistica o il cristianesimo. Cristo ha parlato di povertà, ma ci hanno messo in testa una vita che mette a frutto tutto, una vita che non spreca niente, orientata ad accrescere la propria spiritualità, orientata al fine di arrivare in paradiso. È un capitalismo dal volto umano, ma sempre capitalismo è, sempre si è schiavi di questa ossessione di mettere a frutto la giornata.

L’umanità non può dirselo che è stanca e non sta a sentire chi glielo dice. L’umanità preferisce l’autoinganno: sì, è vero che siamo troppi, ma la scienza inventerà una pillola che sfama la gente e troverà il modo di colonizzare un altro pianeta. E se finisce il petrolio, non ci mettiamo molto a trovare un’altra forma di energia, e se pure riempiamo tutta la terra, possiamo sempre colonizzare un altro pianeta. Non so se hanno ragione i pessimisti o gli ottimisti. In genere io tendo a dare ragione ai pessimisti. Non per un ragionamento, per una confutazione intellettuale, è una ragione che decido in termini emotivi. In fondo vivere su un pianeta che si può estinguere, ce lo rende più vicino, in fondo ha la nostra stessa sorte.

Dobbiamo mettere a frutto questa idea che la terra è veramente nostra madre.

Si tratta di visitare il passato del nostro cervello, si tratta di capire come e quando si sono formate certe idee. Ecco, sono finito in un vicolo cieco, non ho scritto un racconto, non ho scritto un articolo scientifico, non ho scritto neppure un testo poetico. Ho semplicemente scritto. Scrivendo non mi sono emozionato e non farò emozionare nessuno. Stasera non credo di essere preoccupato per le sorti del pianeta e men che mai per le sorti dell’umanità. Perché dovremmo salvarci? A che serve stare qui all’infinito. E se sono spariti i dinosauri, perché non dovrebbero sparire anche le farfalle? Che cosa cambia se spariscono fra un secolo o fra mille anni? In fondo quel che conta è sentire adesso aria di terra, sentirla dentro un abbraccio, dentro il sonno, dentro la gioia e dentro il dolore. La terra è adesso e non siamo solo noi, sono le farfalle, i bidoni dell’immondizia, i lampioni, l’asfalto, i gatti, i libri, i manifesti sui muri, le tegole sulle case. La terra non sa che farsene delle parole che diciamo senza prenderle dal nostro corpo, ma da un gigantesco supermercato della chiacchiera che sta stingendo i nostri corpi: una vera e propria estinzione dovuta alla verbosità. In principio era il verbo e il verbo sta diventando la nostra estrema unzione, parlare ci fa sbiadire, ci consegna all’irreperibilità.

Stamattina nel letto pensavo alle mie perplessità su Latouche, mi pare ancora un uomo del nord, e il mondo se vuole salvarsi deve essere ripensato da Sud, il Nord del mondo si deve dimettere. Pensavo pensieri semplici: cos’è la crescita? Più macchine e telefonini? Pensavo che alla televisione ogni sera si parla della crisi e invece bisognerebbe parlare del sacro: immettere il sacro nelle nostre giornate, pensavo al mio amico che investì una volpe mentre parlavamo di Berlusconi e non si fermò.

Poco fa ho scritto questa frase su face book: In fondo se ci accade una cosa veramente grande, veramente speciale, non possiamo dirla, non si può deporre tra le braccia degli altri. Abbiamo costruito un sistema di relazioni fatto per impacciarci, non per volare assieme.

Usare il mondo come una cava, scavarci dentro, non potremo mai fare altro se non ci arrendiamo. La paesologia è una scienza arresa, è una scienza radicalmente ecologica. Piuttosto che militare per la ricchezza, meglio militare per il fallimento dell’arroganza, per la morte, per Dio, per la poesia. Il pensiero della morte è il più ecologico che esista. Per salvare il mondo dobbiamo pensare che siamo mortali, dobbiamo usare i nostri corpi, camminare, abbracciarci, stenderci al sole e sgretolarci, annusarci, danzare, suonare, salutare il sole, scrivere poesie, non ci sono altre strade, dobbiamo congedarci da ogni idea di progresso, dobbiamo congedarci da ogni fissità, muoverci sciolti, muoverci nel provvisorio, scatenare immaginazioni, lasciare i caselli delle mete obbligate, muoverci verso l’impensato, tenere il miracolo del mondo nel nostro fiato, raccontarci la meraviglia di essere qui assieme ai cani, ai vermi, ai conigli, alle nuvole, alle foglie, ai pesci, agli uccelli, assieme alla pioggia, assieme al vento, stare qui a sentire l’aria che gira senza mai fermarsi, raccontarci storie belle, mutilare l’efficienza, l’indifferenza, sgangherare l’idea del profitto, disarmare il disincanto. Con queste munizioni nello spirito possiamo guarire qualcosa, il nostro compito non è di allungare la permanenza a niente e a nessuno, ma rendere più lieve e lieto quello che c’è e quello che siamo. Poi tutto avrà fine e buona notte.

FRANCO ARMINIO

DA L’ECOLOGIST

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