la passeggiata bianca

la poesia è un mucchietto di neve

in un mondo col sale in mano.

 

mi sono svegliato presto, le sei del mattino. sentivo ancora nelle gambe i passi del giorno prima. sono uscito per vedere il paese adagiato nel suo cucchiaio di neve. con me due compagne, videocamera e macchina fotografica.

al paese vecchio a quest’ora non c’è nessuno. nevica. mi fermo a filmare il metro e mezzo di neve sul balcone di una casa abbandonata. sono abbandonate quasi tutte, ma questa ha un bel balcone lungo e la neve che c’è sopra sembra un treno su un binario morto.

cammino a fatica. ho lo stomaco in disordine e penso alla morte. forse questo pensiero non è una mia malattia, forse lo prendo da questo paese che il vento della morte lo prende dalle faglie aperte ai suoi fianchi.

passo davanti alla mia casa natale dove conto di tornare ad abitare. non la guardo, guardo il castello e vado avanti. la piazza è piena di cumuli bianchi, è un paesaggio provvisorio e prezioso. c’è una persona che sta spalando intorno a una macchina. inquadro la bellissima facciata della cattedrale, ma il motivo per cui sono sceso è più avanti, voglio filmare il loggiato del castello, con la neve che lì si è arrampicata per una decina di metri. non fa lo stesso effetto che faceva ieri sera.

scendo verso l’ultima piazza del paese. la neve che è caduta è intatta, non è passato nessuno e forse non sto passando neppure io. mi sento un fantasma, cammino con la morte in mano. ogni tanto metto una busta a terra e appoggio sopra la videocamera e mi metto a filmare. lo faccio più che altro per riposarmi. salgo verso l’antica piazza dove ci sono le case a cui è rimasta solo la facciata. gli alberi sono quasi tutti spezzati. e qui mi viene una pena acutissima. la stessa che mi era venuta ieri sera pensando alle tante volpi che ho incontrato prima della neve: dove saranno adesso, come se la passano? gli alberi e le volpi mi hanno dato una pena che le persone non riescono più a darmi. le persone si fermano prima, restano in una sorta di limbo dove si svolgono i nostri stanchi commerci col mondo. le emozioni vengono dalla morte, dal dio annidato nelle piante e negli animali.

mentre faccio questi pensieri mi trovo di fronte a due cani che abbaiano. non me la sento di affrontarli. torno indietro. faccio sempre più fatica a camminare, come se avessi il cuore di una mosca.

sono di nuovo nell’ultima piazza. tre passi e metto la videocamera a terra. accendo e parlo, faccio piccoli comizi solitari e mesti. sto cercando qualcuno a cui dare la colpa di tutto questo sgomento e mi viene in mente il politico più potente di questa terra. forse questa neve non c’entra niente con lui, con le sue fatiche per stare sempre in un punto in cui dare alle persone la sensazione di poter fare qualcosa per loro.

sento nel mio corpo tutto il peso di una storia storta, guidata da uomini che forse non hanno mai guardato i rami di un albero, i tetti di una casa, uomini che hanno pensato alla vita come un imbroglio da fronteggiare con mille astuzie. il potere annerisce le anime di chi lo esercita, ma si sceglie quelle già grigie e fumose per fare prima.

forse stamattina questi pensieri indignati verso chi ha guidato questa terra sono un pretesto per distrarmi dalla morte che sento sistemata sulle clavicole. da lì mi becca lo sterno come un uccello cattivo. sono di nuovo in ginocchio in piazza carmine, davanti ai manifesti funebri quasi sepolti dalla neve. non si sente niente e nessuno. parlo davanti al muro, mi sento un condannato a morte che detta le sue ultime volontà.

basta un rumore di passi e l’umore si scuote. sono i passi del giovane parroco. pure lui cammina a fatica, ma immagino per il peso. mi affianca, facciamo assieme l’ultima salita che porta alla piazza sotto il castello. qui stanno liberando la strada. nel quadrivio ci sono alcune persone. mi fermo aspettando che passi una macchina per portarmi a casa.

arrivato al paese nuovo c’è un po’ di animazione. qui l’edicola è aperta, vado a prendere i giornali, ma ancora non mi sento salvo. arrivato a casa vado a distendermi sul letto. non penso più alla morte né al politico potente. sento che il mio corpo piano piano riprende fiducia nella giornata. scrivo, sento in lontananza il lato buono della vita.

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