La cura del guardare

metto qui un mio pezzo uscito sul national geographic di aprile

Penso al guardare come una cosa da fare ogni giorno, anche sotto casa. Non c’è bisogno di un altrove per attivare la voglia di vedere. L’Italia è La Mecca dello sguardo. La sua forza è la sua disunità. Convivono in pochissimo spazio tanti luoghi assai diversi tra loro. Una città come Palermo basta cambiare strada e ti cambia sotto gli occhi. Questo è il tempo dei luoghi. Conta lo spazio più che il tempo. Non si sa se è finita la storia, di certo non è finita la geografia. Strabone nel suo antico Grand Tour ci ricorda “L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia egli stesso un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità.” Quando pensiamo alla geografia, pensiamo all’aperto: monti, fiumi, pianure. E invece oggi la geografia è un riparo, un luogo in cui proteggersi dall’evanescenza digitale. La geografia al posto della psicologia, la percezione al posto dell’opinione. Andate in giro dove non va nessuno, turisti della clemenza, viaggiatori che non cercano solo la bellezza, l’armonia, la solarità, ma i posti più sperduti e affranti, i posti che aspettano qualcuno che li guardi, li riconosca, prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.

Con gli occhi di Leopardi e Pasolini Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non  interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una città doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.

Concedetevi una vacanza/ intorno a un filo d’erba,/ concedetevi al silenzio e alla luce,/ alla muta lussuria di una rosa. A dispetto degli scellerati decenni passati, dove l’Italia sembrava aver voltato le spalle alle corriere dell’arcaico, al Dio dei tratturi e dell’uvaspina, la campagna c’è ancora. Le nostre erbe, il miele, l’aria, il silenzio, le ceramiche, l’uncinetto: ogni cosa va accudita di queste nostre terre. La sagoma di una tegola, il ritornello di una canzone, un nomignolo, una bevuta nei campi, l’inflessione di una voce, un sorriso, rughe e pianti, il grano falciato, l’uva sui tralci, sono cose che deperiscono prima di altre in un tempo in cui il grande abbaglio del progredire ha velocemente scollato quel mastice di confidenze e solidali sicurezze della vista e del sentire che già seppe rendere abitabili le campagne italiane. Capolavori a oltranza La bellezza dell’Italia è la bellezza delle sue piazze storiche. Ce ne sono migliaia, una diversa dall’altra, piccole e grandi, simili a un braccio, a una nuvola, a un imbuto, a una ciambella di pane. Medioevo e Rinascimento, e poi il Barocco e il Settecento: Siena e Volterra, Milano e Fabriano, Roma, Napoli, Pienza e tantissime altre, fino al capolavoro delle Piazze di Padova, una dopo l’altra, un’incredibile sequenza di bellezza ravvicinata in una città vicina al miracolo di Venezia e vicina a Treviso, a Vicenza, a Mantova. In altre parti del mondo ci sono città straordinarie, ma sono atti unici. In Italia i capolavori si danno a oltranza, si addensano in piccole galassie: pensate al triangolo Perugia, Arezzo, Urbino o alla sequenza di città magnifiche da Bologna a Parma. E poi ci sono i luoghi che hanno il vigore delle cose che hanno parlato poco, delle cose trascurate o malviste. Matera e un po’ tutta la Lucania sono l’emblema di questa Italia in cui l’Italia sembra anche altro: basti pensare ai castelli di Melfi e Lagopesole, a Venosa e alle Dolomiti lucane, al Pollino, alle rovine di Craco e ai calanchi di Aliano.

Roma è un grande corpo in dialisi, un sangue che si è fatto scialbo. La città non è più in grado di accogliere, di mescolare. I turisti vagano, gli indigeni pure, a ciascuno il suo percorso prestampato tra monumenti, ristoranti e uffici. Tutto questo non fa anima. Forse le rovine del grande impero non emanano più il fascino che emanavano ai tempi di Goethe. Una decadenza che non rilascia lirismo, che non si porta dietro nemmeno una striatura di sacro. Roma andrebbe aiutata. Deve ritrovare la capacità di filtrare la miseria spirituale che la circonda come una volta la circondava la natura. Ogni grande capitale dell’occidente ha glorie e miserie che subito saltano all’occhio. Forse oggi Goethe  vedrebbe Roma corrosa dall’acido di un’umanità senza batticuore. Forse tutta l’Italia gli apparirebbe come la patria della scontentezza e del disincanto. Gli italiani guardano ai problemi dei luoghi in cui vivono più che alla solenne bellezza ancora diffusa quasi ovunque. Bisogna passare dagli sguardi scoraggiati agli sguardi incantati. Forse per questo sarebbe assai utile leggere il viaggio in Italia di Goethe, la sua pacata disposizione alla meraviglia.

Oggi la bellezza dei luoghi è diventata un farmaco per alleviare i dolori che ci vengono dai rapporti equivoci e dolenti con le persone. Bisogna andare in giro per congedarsi dall’infiammazione della residenza, dalle muffe e dal sudore freddo che ci incollano addosso le abitudini, bisogna andare in giro perché i luoghi hanno ancora un’innocenza che le persone non hanno più. Oggi forse nessuno può concedersi il lusso di un Grand Tour, ma ogni giorno un Petit Tour possiamo concedercelo, magari nei dintorni. Invece di andare in farmacia o dall’analista, possiamo uscire e guardare. Esiste un voyeurismo buono, quello del paesaggio. Spiare come stanno, dove stanno le cose: quel cancello, quel vaso di gerani, il vecchio sulla panchina, la macchina parcheggiata, la ragazza col telefonino, la cattedrale e l’albero solitario. È la meraviglia del mondo esterno, e noi siamo animali che abbiamo bisogno d’aria per vivere, dovremmo ogni volta che è possibile fare solo due cose, camminare e guardare. C’è una clamorosa infermità che ci accomuna, è la schiavitù di noi stessi. Siamo diventati schiavi dei nostri affari e non conta che siano loschi o degnissimi. Siamo avvinti all’idea del ricavo e ci istighiamo a tutta una serie di obblighi che fanno parte della nostra vita attiva, obblighi da cui ci aspettiamo ricompense, profitti, un salario monetario o morale. La via per uscire da questa schiavitù di ricavare continuamente qualcosa da noi stessi è quella di osservare le cose che stanno sotto il cielo. Portare il mondo esterno dentro di noi è stata l’operazione che ha fatto nascere la lingua. Dal corpo alla metafora. Viene in mente la formula di Gian Battista Vico: il vivente sensibile che si trasforma in vivente linguistico. Sul grande storico partenopeo Goethe scrisse: “È molto bello per un popolo possedere un tal patriarca”. Il partito dello sguardo Tra quelli che provano a cambiarla l’Italia, sempre meno per la verità, e quelli che fanno di tutto per conservarla, c’è una terza possibilità: il partito dello sguardo. Uno sguardo onnivoro, che raccoglie quello che era bello un tempo e quello che ci sembra bello adesso. L’Italia del Grand Tour c’è ancora e vale la pena di visitarla, ma è venuta fuori un’altra Italia. Ai tempi di Goethe nessuno sapeva niente di Matera, Lecce, Cosenza. Oggi un paesaggio senza capannoni e officine e pompe di benzina ci sembra solenne, lirico. Ai tempi di Goethe tutta l’Italia era così. La pianura padana non era quello che è adesso, una grande azienda che include al suo interno paesi e città. Certamente Goethe farebbe ancora un salto nel Veneto, ma si stupirebbe non poco di trovare villette e capannoni ovunque. E a Firenze forse resterebbe ancora meno delle tre ore dedicate a suo tempo. Forse sarebbe affascinato da L’Aquila e da Taranto, per la loro bellezza coniugata allo sfacelo del terremoto e della fabbrica. Difficile capire l’effetto che oggi farebbe Napoli. A parte l’incredibile assedio alle falde del Vesuvio, Napoli è una delle poche città non globalizzate dell’Occidente Se l’Italia di oggi si caratterizza per l’adiacenza di fregio e sfregio, se gloriosa antichità e modernità incivile si contendono ogni spazio, Napoli è l’apoteosi di tutto questo. Se in Italia ci fosse un piano regolatore del silenzio avremmo sicuramente più turisti stranieri. E se Goethe volesse sfuggire al rumore delle città italiane dovrebbe rifugiarsi sui monti delle Alpi e dell’Appennino. Allora potremmo consigliargli un paese come Trevico dove la densità di silenzio è altissima, ma è un silenzio che fa bene solo a chi lo vive ogni tanto. Se non hai voglia di fare la fila per vedere la Cappella Sistina, se il tuo bar vicino alla campagna è più al centro di piazza di Spagna, trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Guarda con dolcezza chi è fermo, chi cammina. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo, per tornare a casa aspetta che sia sera, usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.

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