Cittàpaese

Napoli città-mondo circondata da una folla di città-paesi. Non si tratta di periferie, si tratta di paesi che ingrandendosi a dismisura sono arrivati a toccarsi tra di loro e a dare l’impressione di essere un’unica città. Si può pensare con orrore a questi luoghi, ma si possono pensare anche con clemenza, perfino con gioia. Sicuramente è necessario pensarli. E questo è il punto dolente. Luoghi in cui abitano tre milioni di persone sembrano ormai sistemati in una loro naturale assurdità cui nessuno fa più caso. La mia è la percezione di chi viene dal vuoto, di chi ama i paesi lucani e le mille curve che si fanno per trovarli. I paesi lucani in molti casi sembrano spostarsi, si allontanano quando stai per arrivare. Intorno a Napoli nessun luogo è lontano. Molto spesso basta cambiare marciapiede e sei in un altro paese. Ancora più spesso capita che cerchi un posto e ne trovi un altro.

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È il delirio di costruire una città sotto un vulcano e poi girarci dentro mischiando frutteti e capannoni, casolari e officine, le coste dei negozi, i fiordi delle ville, i porti delle pompe di benzina. Da Salerno a Napoli l’autostrada attraversa una città che si ferma solo davanti alle montagne. Angri, Scafati, Nocera, Pagani: ogni luogo è vicino alla sua polvere, ovunque puoi vedere che si è persa la faticosa dolcezza della campagna. L’agro nocerino-sarnese è un immenso campo di crisantemi in cemento armato. Nocera superiore: case e centri commerciali, cantieri, ponti, viadotti, officine,  tutto sparpagliato e incollato dalle mani di un cieco. Angri e oltre: lettiera per cavalli, anziano seduto accanto alle sue stampelle che si gode il traffico e i suoi dolori, casa ecocompatibile, l’outlet dell’elettrodomestico, lavatrici sui marciapiedi, il parcheggio Tre monelli, si prenotano carciofi arrostiti, Outlet pastore, Caffetteria Gesù bambino: sala interna-rosticceria-pasticceria. Pagani: la statale, l’autostrada e la ferrovia attraversano il paese, si vive in una sorta di tapis roulant, un movimento frenetico che non fa nascere l’idea di fuggire. Appena si forma un buco subito arriva un’auto a colmarlo. Torre del Greco, Portici, Ercolano e infine Mariconda (frazione di Pompei):  La pizza del poeta, Panuozzo più due bottiglie d’acqua: 4 euro, Macelleria Al vero vitello. Gragnano: Studio fotografico Fotoromanzo, Università della pasta, Pizzeria Strapizzami, Parrucchiere Idee per la testa, Show Room Infissi.

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L’autostrada tra Napoli e Salerno a tratti sfiora il salotto delle case. Devi decidere subito dove uscire, ogni minuto compare un luogo diverso, in effetti è un’autostrada che si muove dentro una città vastissima. Esco a Torre del Greco. C’è come un senso di festa dovuta all’adiacenza di questi paesi giganti. È proprio uno stare insieme, ogni paese si allunga verso l’altro ed è corrisposto in questa sua voglia di fusione. Qui è come se fosse sempre sabato. Non ho mai trovato un’atmosfera da lunedì mattino. Mentre faccio questo pensiero mi sono accorto di essere a San Giorgio a Cremano. Ho solo voglia di andare avanti senza fermarmi. Ascolto la musica e guardo fuori. Anche il mio amcio Angelo Pepe mi aveva detto che gli piace uscire fuori perché fuori c’è l’ozono.

A un certo punto una meta me l’assegno. Voglio andare a rivedere gli ex voto della Madonna dell’Arco. Voglio fare un po’ di fotografie, ma arrivo che sono quasi le due, la chiesa è chiusa. Mi fermo a mangiare qualcosa, per una volta niente panino. Non ho fretta e neppure impazienze particolari. Mi vengono vari pensieri nella testa. Mi sento contento di come gira la mia testa e la mia giornata. Sono in giro da più di una settimana, sono contento che fra qualche ora torno a casa. Sono stato a Tursi, a Stigliano e poi a Rosarno. Ho pensato lungamente alle differenze tra la Campania e la Calabria. Ora mi viene un pensiero sulla Lucania. Sono arrivato a Casoria quando mi arriva il pensiero che da queste parti la vita si svolge tra l’asfalto e l’ultimo piano dei palazzi, diciamo da zero a trenta metri. In Lucania lo spazio della vita è più diluito, va dalla terra alla luna.

Ha ripreso a piovere. Entro in cimitero senza capire a quale paese appartiene. Per la gente di questi posti ci sono sicuramente tante differenze tra un paese e l’altro. Io mi confondo, quando sto qui non so mai dove mi trovo, devo arrivare al centro di Napoli per sapere dove sono. E per uscire dal labirinto l’unica possibilità è seguire l’insegna verde dell’autostrada. Ogni volta che sono in questa zona l’ingresso in autostrada mi dà il senso di essere scampato a un pericolo.

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Napoli è foderata nel rumore, dentro c’è ancora qualcosa, da fuori è un purgatorio di palazzi, una teca di lampi orizzontali. Se prosegui sul rigo della costa non c’è speranza di trovare il vuoto, la gialla solitudine lucana. Sto passando dentro il vicolo cieco del fervore: Arzano, Acerra, Afragola. La Campania delle pianure accoglie una fittissima maglia di rumori, una perenne apocalisse sonora da cui sono esenti solo i morti dentro i cimiteri. Prima ogni posto aveva un suo respiro e per vederlo salivi le scale, ogni luogo era una stanza intima, lingua cupa, mandibola feroce. Ora in giro c’è un’aria di sconfitta, un rosario di facce innervosite da una smania senza fondo. A Marigliano le strade sono molto dissestate: miserie pubbliche e ricchezze private. È un susseguirsi di cancelli, cancelli dei parchi, cancelli delle case. Nessuno si fida più di nessuno.

Afragola, perfettamente congiunta con Casoria e Cardito, è in mezzo a una selva di paesi giganti che insieme fanno ottocentomila abitanti. I paesi hanno due malattie. Quelli più piccoli una malattia anginosa, con le vene che si restringono e poi si chiudono. Quelli più grandi una malattia da dilatazione, come se fossero dissanguati da un aneurisma squarciato. Il cuore nero dell’Occidente è qui sull’Asse Mediano dove i cumuli di spazzatura impediscono le fermate nelle aree di emergenza. Ho una lieve e inspiegabile euforia, come se il disordine e l’incuria tonificassero la mia anima.

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Napoli non ha un solo cuore. È diversa e uguale, felicemente diversa, tristemente uguale.

Mi faccio il panino in una salumeria a Chiaia. Il salumiere parla napoletano, ma è ucraino, un altro esempio di una città che accoglie, porosa nella lingua e nei muri. Una volta si parlava spesso della porosità di Napoli. Anche gli aggettivi passano di moda. La lingua è un capo che si indossa in certe stagioni e poi arrivano altre stagioni e altra lingua.

Mi avvio verso la periferia, non ho un’idea precisa di dove andare. Finisco all’Ikea di Casoria. Ci sto poco, noto che oggi i visitatori sono soprattutto anziani. L’occidente pensionato, l’occidente in convalescenza.

È ora di pranzo, decido di andare a mangiare il panino verso il mare. La meta è Portici. Ci arrivo abbastanza presto. Mi colpisce nella dittatura delle palazzine una grande striscia di verde davanti alla Reggia. E poco dopo mi colpisce ancora di più il blu del mare. Vedere il mare a Portici dà un piacere particolare perché è il piacere di uscire dal cemento. E io mi ero fatto l’idea che Portici fosse solo una selva di cemento. Ero andato dietro la storia della grande densitià abitativa. Non avevo considerato che Portici è tra il Vesuvio e il mare, bellezza e pericolo, la bellezza del pericolo, il pericolo della bellezza.

Mi siedo su una panchina davanti al mare. Sto bene. Dopo il panino mi prendo anche un caffè. Resto davanti al mare per un paio d’ore. Mi avvio verso Napoli per la strada del miglio d’oro. Passo per San Giovanni a Tedduccio e poi per la zona del porto. Sensazione di una via parigina, ma con l’eleganza di palazzi senza manutenzione, un po’ sgretolati, ma fitti di antenne e panni stesi, gremiti di vita, di insegne, tufo e alluminio, operai nostrani a riposo e stranieri che si arrangiano.

Faccio una puntata alla sede di Eccellenze campane. Mi compro qualcosa e mi avvio verso la stazione. Davanti alla Feltrinelli c’è una lunga fila di giovani. Una ragazza mi dice che dentro c’è un rapper.

È ora di tornare a casa. E tornando in Irpinia da Napoli sento che qui il buio ha una consistenza diversa. A Napoli l’inverno è qualcosa che arriva da fuori, ogni tanto, a folate. In Irpinia l’inverno è a casa, così come io sto a casa mia solo nell’inquietudine. Non potrei vivere a Napoli, non posso più vivere in Irpinia. Quello che però mi piace della Campania è la possibilità di avere il folto e il vuoto, il fregio e lo sfregio. E poi oggi il segreto non è abitare, abitare è sempre una condizione complicata. E questo vale per i luoghi, ma anche per l’amore. Oggi il segreto è attraversare, avere la fortuna di prendersi un’ora di sole in un luogo dove non senti l’infiammazione della residenza. Per me le uniche felicità adesso sono queste: piccoli momenti in cui sfuggo alla pressione dell’attualità, delle cose da fare. Piccoli momenti in cui non sono nella mia testa e nella mia vita e nel mio spavento e nel mio rimproverarmi sempre qualcosa.

La cosa bellissima di Napoli e dintorni è che tutto vicino, una densità di bellezza che non ha paragoni nel mondo. E la meraviglia è che la bellezza viene anche dall’affollamento, dal disagio, dalla mancanza di manutenzione. La spiaggia del Granatiello a Portici è bella perché ha delle case rotte sulla spiaggia. Una via della Sanità è più intensa di una via a Chiaia. A Napoli e dintorni c’è la bellezza firmata dei grandi gioielli dell’arte e dell’architettura e c’è la bellezza diffusa, fatta dal popolo. La bellezza firmata appartiene al passato. Quella popolare è una bellezza che continua a farsi e disfarsi ogni giorno. È una sorta di miracolo che intreccia fregio e sfregio. Un miracolo che si sente entrando in un bar a prendere un caffè, davanti a un negozio di frutta, sulle scale corrose di una chiesa. La questione del governo di quest’area, andando oltre i municipi in cui è divisa, è una questione urgente. Bisogna far capire al mondo che anche Caivano è interessante, anche Afragola. Il centro di Napoli è ad Acerra, a Portici, ai Camaldoli. Il centro si è nebulizzato, il cuore è ovunque.

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Non so se sono a Casalnuovo, comunque noto un’enorme quantità di istituti scolastici paritari e molti centri estetici di lusso. A Casoria la piazza è una distesa di Suv con i vetri oscurati, parcheggiati in doppia e in tripla fila. Caivano ti accoglie con una serie di palazzine popolari dipinte in verde pisello. Guardo cose che si possono vedere ovunque: un cane che dorme e un bambino col telefonino. Gli esercizi commerciali più importanti sono in periferia, in modo da servire più paesi. Casavatore è un luogo sfilacciato, desolante, una teoria di case dimesse o mal costruite. Poi palazzi a più piani e i soliti negozi, parrucchieri, alimentari, abiti e motori.

Le insegne dicono che è già Caserta, in queste chiese aperte sul catrame, il traffico è un dialetto universale che affida il suo implacabile ronzio alle pietre tostate dell’asfalto. Caserta sensazione di una città senza radici, un allegato alla reggia, invaso da negozi e macchinoni. All’uscita di Caserta Sud file interminabili di camion. Un tir davanti a me inizia a suonare all’impazzata, un altro trasporta i Tic Tac, un intero camion pieno di caramelle alla menta: impressionante. Sembra di stare su una pista da gioco per bambini, con le sue curve a otto. Cartello con la scritta Interporto sud Europa, piattaforma del continente Europa. Ho un senso di fastidio. L’Europa che vedo è una giostra di camion. Su questa giostra ci sto anche io.

Sono in macchina, avanzo su una strada leggermente rialzata che taglia l’esteso ematoma urbanistico di Aversa. Vedo un’infinità di tegole e pochissimi alberi. Appena c’è un po’ di verde è sempre circondato da grandi muri di cemento, già pronto per essere lottizzato, già predestinato alla scomparsa. In questi territori è avvenuta una battaglia tra il pieno e il vuoto e ha vinto il pieno, un pieno fatto di automobili e di tutto quello che ruota intorno alle automobili. A Santa Maria un piccione bianco, due cani che dormono, una pietra a forma di fallo. Una strana scritta su un muro: comunisti = camorra,  la pubblicità di un centro commerciale che promette il risveglio dei sensi. Uno spazio di scivoli e altalene presentato come parco per i diritti dei bambini. Vago sulla Nola-Villa Literno, è un lungo giorno senza miraggi, guardo le cose e non le porto dentro, le lascio sparpagliate dove sono: tre vecchi incollati davanti a un bar, una signora con la cipria negli occhi. Intanto ho già contato cinque gatti straziati sulla strada, c’è sempre un frettoloso che li uccide.

Gli abitanti riescono a sopportare il peso di questi luoghi con un naturale disincanto che li fa partecipare a questo perenne carnevale del caos senza prendersi troppo sul serio. È come se avessero capito l’imbroglio che sta sotto la cosiddetta vita sociale moderna. È il fondo filosofico di questa gente, una sorta di renitenza alla leva del progresso: se ne accettano gli arredi, le merci, si resta con un cuore adolescente, pronto allo spreco più che all’efficienza. Non ho schiodato i polsi dal volante, non ho nessuno che mi fa domande e mi faccio una strana compagnia.

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La mia meta iniziale era Tavernanova e sono finito a Casalnuovo. A un certo punto volevo passare per Volla e mi sono trovato a Casavatore. Qui il paesaggio ha le ore contate. La furia palazzinara si è un poco estinta, rimane quella delle insegne. Paesaggio con insegne, questo potrebbe essere il titolo della non periferia di Napoli. Non è periferia Afragola e non è periferia Acerra o Frattamaggiore. Girando trovi il viadotto dell’alta velocità, trovi l’autostrada e l’asse mediano, trovi le strade fatte per raggiungere le case abusive, strade che finiscono nel nulla oppure in un cumulo d’immondizia. Di sicuro ogni spazio è presidiato da qualche essere umano o da qualche automobile. Solo nei cimiteri c’è un senso di pace, ma devi stare al centro, la periferia del cimitero confina sempre con le case dei vivi e quindi è rumorosa anche quella. Ci vuole una speciale temperatura morale per abitare da queste parti. Lo spazio è braccato, appena c’è un angolo libero qualcuno provvede a occuparlo. Ecco l’esposizione di divani sul marciapiede, il lavatore di vetri con tenda, il bar che offre un’insegna che potrebbe essere avvistata anche dalla luna. La campagna non è scomparsa, ma quando la vedi già sembra pronta per un altro palazzo, una villa, un deposito di materiale edile, un negozio che vende cerchioni per auto, un gommista, una pompa di benzina. L’automobile domina il mondo, ma solo qui sembra entrare negli scantinati, sale al secondo piano delle case, te la trovi dietro le orecchie. Appena ti fermi, hai sempre qualcuno alle spalle. Ci vuole una grande forza a non farsi bruciare i nervi. Ci vuole un umore filosofico per non piantarsi in mezzo alla strada e gridare a tutti che così non si può andare avanti.

Chi è andato via da queste zone e ci torna ha sicuramente la sensazione che gli hanno fatto sparire il paese da sotto gli occhi. Il palazzo dove sei cresciuto non è più circondato dalla campagna, ma da altri palazzi.

Le persone si muovono quasi tutte in macchina, ti senti un estraneo. Tornare a Casoria non è come tornare a Trevico. In un caso trovi l’ematoma, nell’altro senti l’angina del sangue che non arriva. Eppure io sento che bisogna guardare con fiducia a questa nostra Regione. È un posto intenso del mondo, c’è un’energia, un senso di resistenza. Poco alla volta questi luoghi vanno riorganizzati, ci sono le forze per farlo, ci sono tanti ragazzi, tante persone che conservano buon senso e saggezza. È arrivato il momento di costruire un poco di vuoto in questi luoghi. Fare dei piccoli cerchi sacri dove non bisogna appoggiare nulla, nemmeno un’altalena. Queste zone devono essere messe a lavoro per tornare paesaggio. Ci vuole un grande pensiero per ritrovare spazio. Qui più che altrove sarebbero importanti il telelavoro o le forme di trasporto comunitario. La sensazione che sia tutto compromesso appartiene agli spiriti malati, agli scoraggiatori militanti. Abbiamo davanti luoghi che esibiscono ferite provvisorie, la guarigione verrà dalle nuove generazioni e dal fatto che a dispetto di tutto questi paesi giganti non sono globalizzati o possiamo dire che sono diversamente globalizzati. Comunque qui ancora si respira un’aria viva, la vita è in corso.

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Cimitero di Napoli. È la prima volta che entro in un cimitero in macchina. Un cimitero molto grande in un certo senso è come se annullasse la morte. In un cimitero di paese il contatto coi morti è più ravvicinato, le cappelle sono aperte, i morti sono in qualche modo ancora vicini.

Faccio una foto a un defunto che sembra il manichino di un negozio. In un altro caso una cappella sembra un negozio di souvenirs. Il luogo è silenzioso, panoramico, forse sarebbe necessario metterci delle panchine.

Dopo il cimitero è il momento di una buona pizza, in una delle pizzerie più antiche della città, uno di quei posti Napoli dà il suo meglio: non sono molti i luoghi al mondo dove si può mangiare così bene e a poco prezzo. Tra l’altro incontro anche degli artisti venuti la scorsa estate al festival paesologico di Aliano. Mi salutano con molto calore, l’affetto napoletano, quello vero, spontaneo.

Lo stomaco è a posto. L’umore non male. Il cielo parla della neve che si approssima sui monti. Sta arrivando un poco d’inverno e non è male neppure questo. Decido di andare verso i paesi vesuviani, ho perfino una meta precisa, San Giuseppe. Ovviamente mi perdo, un paesologo viaggia senza navigatore. Eccomi a Pollena Trocchia. Non mi scoraggio, è una di quelle giornate in cui il mondo mi piace. E poi è sempre una fortuna andare in giro, poter vedere, non avere impegni. Potrei anche decidere di andare a Scafati, ad Angri oppure a Nola. Da queste parti è tutto vicino.

Non ho il taccuino degli appunti. Mi sono liberato dall’ansia di raccontare quello che vedo. Ora sono a San Gennaro Vesuviano. E subito dopo a San Gennariello. Sono vicino alla meta. Tra l’altro è anche una meta consumistica. San Giuseppe è un paese di commercianti di abbigliamento. Molti degli ambulanti in giro per il Sud si riforniscono qui. Coperte, calze, pigiami, cuscini, lenzuola, maglie, gonne, tutto a prezzi talmente convenienti che è difficile non riempirsi la macchina di merce.

Compro e non svolgo alcuna indagine. Ad occhio il paese mi sembra più dimesso rispetto al mio viaggio di qualche anno fa. Facile immaginare che se parlo con i commercianti mi diranno che c’è la crisi, che i cinesi hanno rovinato tutto con la loro merce scadente.

A me in certi giorni piace restare in superficie. La realtà non deve svelarmi alcun segreto. Mi interessa stare in mezzo alla giornata, sentire il tempo che passa, far passare il tempo senza inseguirlo, senza la foga di fermarlo.

Questi posti intorno a Napoli fanno una grande simpatia, sono posti a cui voglio bene. E mi sembrano forzate le rappresentazioni tutte centrate sulla delinquenza. Non ho il taccuino, ma c’è sempre il telefonino per immortalare qualche squarcio curioso.  Lo faccio con spirito lieve, un bar lussuoso, un negozio fallito, una chiesa, tutto mi passa sotto gli occhi con la sua grazia o la sua disgrazia e la differenza è lieve. Mi pare che il tessuto del mondo abbia solo bisogno di essere indossato, toccato, mostrato. Più che cambiare il mondo si tratta di vederlo, ma non come turisti, si tratta di vederlo come si vede un vecchio zio o un amico. Quello che conta è avere un filo d’affetto. A San Giuseppe di fili ce ne sono tanti. Qui si capisce che vestire sette miliardi di persone significa sette miliardi di mutande, che tra l’altro molti cambiano ogni giorno. Io ne ho comprato solo cinque.

Il falegname proprio ieri ha cominciato a costruirmi un nuovo armadio. Le nostre case somgliano alla periferia di Napoli, luoghi gremiti, luoghi in cui si ammassano cose e noi ci stiamo in mezzo. La differenza che in casa è tutto tuo, mentre il mondo esterno non ti appartiene. E questo è un punto a favore del mondo esterno. È un buon motivo per spingersi fuori il più possibile. Il punto è abitare i luoghi degli altri, attraversarli con clemenza. E sentire gli spazi comuni con un sentimento di cura, di amicizia. A San Giuseppe Vesuviano non ho amici, ma posso dire che sento un’amicizia per il paese, sento che mi appartiene, che dovrei andarci almeno una volta all’anno. Mi pare assurdo che tanta gente non sia mai andata a San Giuseppe Vesuviano.

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Giugliano: c’è più gente qui che in tutti i paesi della provincia di Campobassoe basterebbe questo per dire dello squilibrio folle tra il Sud dei monti e quello delle pianure. Tutto è dedicato a nostra signora automobile: rivendite lussuose e di seconda mano, carrozzerie, officine, scuole guida, assicurazioni, gommisti, pompe di benzina. Un negozio vende solo parabrezza, un altro solo copri cerchioni. L’altro fuoco dei commerci è la famiglia: i negozi di bomboniere e di mobili, le vetrine con gli abiti da sposa, i ristoranti per le nozze, per le cresime e i battesimi. Gricignano, Sant’Antimo, Succivo li ho visti altre volte insieme a Grazzanise.

Ora arrivo estenuato non so come a un piccolo paese che ha due nomi, Cancello e Arnone, cerco il mare e ancora non lo trovo. Ogni paese in verità è un mistero, un soffio della vita diverso in ogni luogo. Ogni paese sarebbe da vedere come una nicchia, un affresco, un santuario della geografia. Ecco Castelvolturno, qui l’Occidente si è carbonizzato, aria africana, insegne smisurate, la parola caseificio come un mantra. Penso alle cose che ho visto, per i luoghi che ho visitato. Tutto mi appare perso e irrecuperabile. Forse da questa idea nasce la consolazione che non c’è spazio per ferire ancora un territorio martoriato, e che, d’ora in poi, magari per errore, i suoi abitanti saranno costretti a imboccare vie più virtuose. Ecco il villaggio Coppola, dove il sogno del turismo ha generato una foresta di rovine. In tutta questa zona puoi vedere l’impero romano alla rovescia: tutto quello che fu gloria e conquista, adesso è fallimento grattugiato sulle spalle di chi resta.

Mi fermo per il solito panino, lo mangio mentre arrivo a Mondragone. Ora il disordine è meno perentorio, posso avanzare verso il Garigliano. Cerco la centrale nucleare, l’epicentro del guasto e degli errori. Il pericolo se c’è non si vede, non si capisce se credere a chi allarma o a chi rassicura, nel dubbio stacco dal ramo un’albicocca. Comunque nella zona non si vede il disordine e lo scompiglio di cui mi avevano parlato e quando cautamente arrivo al mare la spiaggia mi pare vuota e felice, vedo una famiglia che gioca a bocce, due ragazze che con aria stupida mi dicono di non fotografare: certe persone sono le spie le spine di un paesaggio rotto. Il Garigliano è la boa del mio viaggio, posso tornare indietro a ripassare gli epigrammi del caos, le lettere delle discariche e delle puttane, gli aforismi nei lampi dei semafori e il racconto insulso dei palazzi. Oggi neppure so tornare a casa, al mio paese non c’è più mia madre che accendeva per me candele d’ansia. Sulle alture irpine non sento niente, anche qui solo un mucchio di tegole. Guardo la ruggine sul palo di un lampione, gli occhi di un cane zoppo, la busta con il pane che una vecchia porta a spasso per il paese: cose inutili, intimamente clamorose.

franco arminio

da pagina 99

 

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