La luna e i calanchi

1.

La forza della poesia e la forza del luogo, l’idea che bisogna partire da una fonte che sia nostra. Ecco Aliano, un’esperienza aperta all’impensato, cose intime e passioni civili. Una cerimonia dei sensi contro l’autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. Un festival leopardiano, una serena obiezione alla modernità incivile. Non è una serie di spettacoli, non ci sono spettatori, ma turisti della clemenza, attori di una rivoluzione lieta, senza ire. Ad Aliano ci congediamo dal vecchio secolo, entriamo nell’epoca dei luoghi, indichiamo un piccolo paese come capitale di un grande sogno: l’Italia come luogo di raduno degli spiriti insofferenti alla dittatura dell’economia. Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se comunità provvisorie. E rompere gli steccati delle discipline, rompere la grande separazione della politica dalla poesia. La festa della paesologia non ha bisogno di proclami, è un racconto senza approdi predefiniti. Andiamo, andiamo insieme ad Aliano. Andiamo nei calanchi piuttosto che infilarci al casello del pensiero unico. La nostra chimera non è la crescita, la nostra chimera è la poesia.

Abbiamo una sola strada, la clemenza, la dolcezza. Chiedere scusa e ringraziare. Ecco altre due cose che dovremmo fare ogni giorno. C’è sempre qualcuno a cui dovremmo chiedere scusa. E qualcuno da ringraziare.

Quando si pensa alla rivoluzione si pensa ai cortei, alle urla e invece la rivoluzione si può fare anche a bassa voce, è un compito per gli angoli bui della giornata, una faccenda intima prima che corale. La rivoluzione forse si può fare con mitezza, uscire dal mondo delle merci poco alla volta, con le forze che abbiamo, senza arroganze, senza proclami, uscire fuori e salutare chi arriva e chi parte, guardare la morte e la bellezza, usare il silenzio e la parola, farlo con calma e con urgenza, c’è ancora tempo, ad Aliano c’è ancora tempo.

Venite ad Aliano per “un eros vago, lontano, come una stretta di mano”.

La paesologia è camminare nei paesi. Camminare fa bene quindi fanno bene anche i paesi. Se gli italiani andassero in giro per i paesi, se camminassero tre ore al giorno la farmacie e i medici guadagnerebbero assai meno. Un governo occidentale oggi dovrebbe come prima cosa far camminare le persone. L’ossessione della scrittura in questi anni mi ha fatto camminare poco, ma abbastanza per capire che non c’è un antidepressivo migliore.

Aliano dice all’Italia fatti dolce e lontana e silenziosa, torna agli ulivi, al grano, al fazzoletto pieno di sudore quando la giornata era una cosa sola: serpente fischio pianto sole e non il mosaico di plastica che c’è adesso. Aliano dice all’Italia che molto abbiamo perso, forse l’essenziale, e dobbiamo sentirlo e piangere e ridere e tornare davvero alla nostra terra, stare davvero qui dov’eravamo.

La modernità incivile ha ancora i suoi fanatici, la miseria spirituale dilaga. Chi è in esilio, chi è orfano, chi è a disagio deve trovare compagnia alla sua solitudine, non deve buttarla. L’idea della morte non si può diluire col divertimento o con l’orgia delle merci. L’idea della morte si sostiene con la poesia, con l’esposizione di quel che siamo. E se esponiamo la nostra paura o il nostro delirio o la nostra ossessione, se esponiamo il gioco profondo che ci muove, dobbiamo incontrarci nello squarcio, non sulla vernice fresca del compiacimento e del conformismo. Ad Aliano io penso a una comunità di squarci, a una comunità delle fessure, a un abbraccio degli orli. Dunque un festival del bilico, una cerimonia dei sensi che all’improvviso si verticalizza, si fa notturna, metafisica. Dal vuoto dei calanchi al vuoto della luna. Un festival lieto e dolente, per chi non vuole dissolvere misteri con l’abbaglio della ragione, per chi non vuole irrigare il mondo con le proprie opinioni, ma vuole prima di tutto guardarlo, ammirarlo.

Suonare, scrivere poesie, fare film non serve a niente. Solo se capiamo questo possiamo suonare bene, scrivere buone poesie, fare bei film. Ad Aliano la poesia esce dalla pagina, la musica dallo spartito, il cinema dalla pellicola. Non esiste più la letteratura, non esiste più la musica, non esiste più il cinema. C’è un unico grande spazio in cui avviene tutto, una fornicazione universale delle anime. In questo spazio confuso e convulso bisogna sapersi scegliere i vicini, sapere che facilmente diventano nemici. Gli esseri umani e i luoghi ogni giorno ci danno scene diverse, la mutazione non è più dei secoli ma dei minuti. E allora non ha senso un festival che onora un’arte, non ha senso un festival che organizza la distrazione degli schiavi per poi riportarli al lavoro. Ci vuole una storia più semplice: ritrovarsi con lo smarrimento e con lo sfinimento in cui siamo. E leggere, suonare, filmare, farlo perché non serve a niente.

Il capitalismo è morto, ma i capitalisti sono vivi e vegeti. Anche l’egoismo è morto, ma l’egoismo è ancora un abito comune. Non siamo in condizione di cambiare il mondo, di cambiarlo tutto, ma possiamo praticare, dove è possibile, nuove forme di comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. Ad Aliano c’è una comunità che si crea e poi si dissolve. Non è un disegno, non è una rivoluzione, è una festa in cui è lecito mettere assieme anche i dubbi e gli affanni. Nemmeno questo è il nostro tempo. Forse non è neppure il tempo dei nostri nemici.

 2.

Aliano sembra lontanissimo, ma io me lo porto dietro, come mi porto dietro gli ubriachi che sputavano e bestemmiavano dentro l’osteria di mio padre, e poi le partite a pallone, i passeri nella neve, gli incontri infelici, il fatto che c’è il cielo e i buchi neri, il fatto che pure stanotte non ho dormito, non so se sono io a puntare l’infinito o è  lui ad aver puntato me, e poi gli imbrogli della psicologia, la baracca dell’io e del mio, la baracca di essere qualcuno, l’unghia annerita dell’orgoglio. Mi piace dire che non mi fido della vita, che sto qui per trovare un’altra cosa, non mi fido della natura delle cose e neppure dell’artificio, non credo alle persone e neppure alla società, vorrei sfilare un filo dal mistero in cui siamo immersi e guardarlo insieme a qualcuno, senza pensare di risolvere qualcosa. Ad Aliano, per un poco forse ci riusciamo. Ma adesso sono già altre giornate, la noia che governa il mondo porta ognuno ai suoi caselli. Attraversiamolo questo mondo con parole antiche o mai udite, non con il mesto mormorio dei nostri giorni. Delirate cari amici, delirate con calma, allontaniamoci dal principio del piacere e da quello della realtà, dal bene e dal male, siate vermi e siate oceano, se possibile.

Sto nella cima dei miei capelli, sento il peso del fegato, mi illumino col mio nervosismo, vagheggio una cosa e dopo sei secondi sono fuori da questo pensiero. Ecco la mia radice, ecco l’infanzia che mi tiene in mano nei giorni dei grandi, ecco perché la poesia è una miseria con cui non si può parlare e non si può convenire, non ci sono accordi possibili con la poesia, la politica deve solo accostarsi ad essa, deve provare a sentire, la poesia dei grandi versi e delle pieghe scure del giorno, delle agonie, dell’ansia che precede un bacio, dell’attesa di un abbraccio, e poi la poesia delle mani che perdono la carne in una bara, le ossa nel buio, c’è un mare di ossa nel buio, sono le nostre, di noi che litighiamo, mangiamo, ci laviamo la faccia. La poesia non è dietro la porta, è come il sesso, ci devi capitare dentro, ci devi già stare dentro, stiamo perdendo i corpi, i corpi devono tornare dagli alberi, dalle formiche, devono affiancarsi come tegole sui tetti e prendere l’acqua e il sole.

Vorrei partecipare ai convegni dei buchi neri, alle cene delle bufere, ai compleanni dei temporali, alla nascita delle maree, e poi ai sentimenti dei terremoti, agli amori fuori dall’universo. Sparire o spandersi, stare nel proprio corpo e fuori da esso, dentro e lontano da tutto.

I corpi sono luoghi. Si può fare turismo, residenza o paesologia

Per il canone rinascimentale Firenze e’ più bella di Aliano. Per il canone paesologico Aliano e Firenze sono luoghi diversi della bellezza.

Si cerca l’amore. Si trovano intimità provvisorie.

Ci vuole una lingua bassa, semplice, umile, ma l’ambizione deve essere altissima. Non mi interessa essere uno del mondo della poesia ma che la poesia governi il mondo assieme alla politica. Una conferenza delirante.

Ora e’ il tempo dei luoghi sperduti e affranti. La vita si è ritirata da quelle parti. Andatela a cercare. Vi aspetta.

Oggi è finita l’estate, tempo fa è finito il mondo.

A Capistrello, a metà tra Pescara e Roma, un grande paese con tanta campagna intorno, accade una cosa incredibile: c’è una sola persona che vive di agricoltura. So anche il nome, si chiama Vinicio.

Il mio paese è un luogo disperato. Aveva senso abitarci quando credevo alla disperazione. Ora credo alla rivoluzione, a mio modo sto facendo la rivoluzione, e qui pensano solo ancora alla disperazione, una disperazione accidiosa, senza futuro.

Ci vuole una nuova guida ai luoghi belli d’Italia. Al vecchio canone: Venezia, Firenze, Roma, io aggiungo il canone paesologico: Aliano, Senerchia, Greci,tanto per dire tre delle mille perle sparse sull’Appennino.

Che mondo possiamo avere fuori dal capitalismo? Non lo sappiamo. Ma intanto è il caso di farsi domande di questo tipo. Il capitalismo è morto, come certe stelle lontane, ma ci arriva ancora la sua luce.

Pensate ai tumori che arrivano come una volta arrivavano i raffreddori.

Nulla resiste. Anche il nulla vacilla.

In principio erano le grandi montagne dell’Abruzzo, le pecore e i pastori. Alla fine gli uffici e le palazzine di Pescara. Dalla transumanza alla noncuranza.

Il mondo non s’infiamma e io sto bene solo quando il mondo s’infiamma.

Fatto giro nel paese con mio figlio Livio. La grande desolazione delle sere invernali che durerà fino a giugno. Quelli che sono rimasti sono davanti ai televisori dopo il campeggio in piazza del mese di agosto. Da agosto a settembre si passa in pochi giorni dal villaggio turistico al cimitero.

Alla fine degli anni settanta baciavi una donna e poi se ne riparlava dopo tre mesi, avevi tutto il tempo per pensarci a quel bacio. A quei tempi avevo delle amiche che uscivano alle sette e rincasavano alle sette e un quarto.

Quello che facciamo, quello che ognuno di noi fa, è sempre assolutamente incomprensibile e sempre scambiato per qualcos’altro. Bisogna partire serenamente da qui. Dal suicidio all’euforia ogni scelta è plausibile.

Io devo imparare l’arte della pazienza, ma senza perdere il sentimento dell’urgenza: è un momento cruciale, bisogna uscire adesso dalla palude, bisogna farlo adesso, lo spiraglio che si è aperto potrebbe richiudersi.

Oggi era bellissima Napoli e poi quando sono approdato a Lacedonia
ho trovato bellissima anche Lacedonia. A volte mi sembra veramente che dio è nei luoghi, ma non nel senso che dio è in ogni luogo.

Ad Aliano abbiamo dimostrato che politica e poesia possono avere almeno qualche forma di adiacenza. Non è ancora un dialogo, ma abbiamo avuto il coraggio di tenerle vicine. La poesia che sta solo con la poesia non ha molto senso e così pure la politica che sta solo con la politica. La paesologia è la mescolanza di poesia e impegno civile.

Si pensa che ci siano i sentimenti e poi la lingua sia il mezzo per esprimerli.
La mia sensazione è che la lingua formi dei sentimenti per potersi esprimere. Detto altrimenti. L’amore è una zona della lingua e pure l’amicizia è una zona della lingua. Se non capiamo questa cosa assisteremo al naufragio implacabile dei nostri amori e delle nostre amicizie. La lingua non è uno strumento per gestire le relazioni con il mondo. Semplicemente le relazioni con il mondo sono modi della lingua.

Quando c’era la comunità leggere era un modo di appartarsi con lo scrittore. Oggi più che leggere abbiamo bisogno di luoghi in cui stare insieme a delle persone. Per questo i libri non vendono e invece ai festival ci sono tante persone. Il festival della paesologia ad Aliano in fondo è un’impresa facile: un paese inattuale, grandi musicisti, poeti e pensatori, una miscela che accende subito un senso di benessere.

Il luogo è il libro e noi che ci scriviamo dentro.

Mi sembra che ci siamo tutti già conosciuti e lasciati, sembra che ogni dialogo sia postumo. Non ci sono più gli incontri umani di una volta, adesso gli incontri cominciano dal ricordo della fine.

L’innocenza, l’ingenuità, la semplicità possono avere il gusto della vertigine e quello della palude. Bisogna valutare caso per caso.

Il corpo e l’anima in certe persone vivono da separati in casa. le persone belle sono quelle in cui l’anima si muove per raggiungere il corpo e il corpo si muove per raggiungere l’anima. Questo è l’unico sposalizio che ci è concesso.

Non mi sono mai dimenticato. Chiamatelo egoismo se vi pare, ma è questa la mia impresa: non essere mai uscito a vivere la vita, vederla da qui, da non so dove.

La morte è dentro la poesia. La poesia non riesce a entrare dentro la morte. La sua gloria è la potenza di questo perenne fallimento.

Se tutti ci capissero perfettamente la vita si fermerebbe. Non avrebbe più senso cercare altre persone. In effetti la nostra fortuna è che non ci capisce quasi nessuno. E se qualcuno ci capisce siamo noi a non capirlo. Canetti aveva ragione quando diceva che si tratta solo di capire per chi ci scambiano.

Al telefono ho detto questa frase a una mia amica per illustrare certe sensazioni della giornata: l’altro giorno è morta mia madre, me ne ero dimenticato.

3.

La luce è in ogni luogo e sopra ogni luogo c’è il cielo. Fare festa a un luogo, raccontarlo, attraversarlo, cantarci dentro. Questo abbiamo fatto ad Aliano, passando dalla coscienza di classe alla coscienza del luogo.

La luna e i calanchi è una festa religiosa.

La questione teologica è più importante della questione meridionale, il cuore della vicenda è il tentativo di resistere alla miseria spirituale dilagante.

 

Che nome posso dare a questa religione che arriva fuori tempo massimo? Gli uomini e le donne sono animali superati. Forse il filo che ci legava agli altri esseri e alle cose si è spezzato per sempre. Siamo animali postumi e la mia è una religione per i postumi.

Una visione improvvisa nella mia testa: La luna e i calanchi è un gioioso funerale, proviamo a fare il funerale a una salma che possiamo chiamare modernità. La gioia di un funerale liberatorio.

 Ad Aliano moltissimi ragazzi, di certo attratti dalla musica, ma non solo. Ci sono vari focolai di ragazzi che si sono messi a fare qualcosa per restare nei luoghi dove sono nati o per tornarci dopo aver studiato fuori. Mi pare una notizia che non è contenuta nei rapporti sul Sud basati sulle cifre.

Adesso penso all’arcaico. La Lucania emoziona perché in qualche modo l’arcaico non è stato sterminato. Ma non è l’arcaico che ci interessa, non è il suo fulgore, piuttosto un arcaico ferito, in forma di relitto, di reliquia. L’arcaico fuori forma. Adesso il compito è di concepire qualcosa che già mentre la concepiamo si dissolve. La festa di Aliano è finita e quella che forse faremo l’anno prossimo accadrà in una nuova epoca: in un anno ormai si avvicendano molte epoche.

Oggi è difficile che qualcuno mi possa parlare veramente di questa festa. È come fare una carezza a una bestia ferita con mani che non esistono. Oppure è una profanazione questo fuoco d’artificio di letizia in una terra che non ama esultare, in una terra consacrata al soffrire.

In Lucania ogni paese è un’emozione sicura, non esistono luoghi vacui, sfiatati. A Gorgoglione mi hanno colpito i vecchi che stavano seduti davanti alle porte del paese. Mi ricordo il cerchio di sangue di uno intorno a un occhio piccolo e rotondo. Lì ho pensato al petrolio come a un’ingiuria, lì ho sentito che non potrò mai stare dalla parte degli uomini del profitto. La mia gloria è la perdita.

 In fondo la nostra è una guerra partigiana. Si tratta di resistere al nemico comune che possiamo chiamare denaro. Nel momento in cui il denaro diventa teologia, allora bisogna scendere sul terreno del sacro e creare altre teologie. La parola cultura per le mie azioni mi pare fuori luogo. La cultura è nicchia inerte o populismo vacuo. Quello che a me interessa è portare i corpi in un luogo. In effetti gli ospiti più interessanti sono quelli più sbilanciati dalla parte del corpo. Chi balla, chi suona, chi fa l’amore, chi ara il suo corpo per farne luce.

Bisogna avere il coraggio di mostrarsi per quello che siamo, infimi e immensi. Questo è il tempo dell’immenso, la medietà non esiste, è una patina con cui molti si rivestono per nascondersi. Tendo a pensare che ogni individuo è un abisso, una voragine in cui il bene e il male si prendono a calci. C’è una furia in ogni vita e bisogna portarla in superficie. Il mio sogno è fare il festival degli anonimi, invitare solo persone che non conosce nessuno. Magari prima o poi ci riesco, dovrei trovare qualche finanziatore che sfugge al ricatto della fama.

La paesologia mette l’accento sui luoghi sgraziati, sui luoghi che fanno luce da soli. Aliano sarebbe un luogo luminoso anche se non ci fosse nessun essere umano dentro. La forza di questo luogo viene dal suo avere poca vita intorno.

La festa della paesologia dice addio anche a un certo modo di stare a sinistra, tutto centrato sull’opinionismo a costo zero. Mi piacciono i percettivi, gli attenti, quelli che prima di dire il male provano a dire il bene. E per fare questo bisogna lavorare di più perché il bene è raro e sfuggente. Ad Aliano si capisce benissimo che il canto e la poesia stanno un passo avanti rispetto ai ragionamenti rinsecchiti. Il secolo che abbiamo davanti non sappiamo che strada può prendere, per ora è il caso di aver cura della bellezza che si è salvata dal diluvio della modernità. Dunque, la prima cosa da fare è parteggiare per le colline, per i cani, per i baci, parteggiare per le albe, per chi cammina, riunirsi per leggere un libro, per sentire un suonatore di fisarmonica, per zappare un orto, per raccogliere l’uva di una vigna. Ecco le assemblee del nuovo secolo. La sinistra si rifonda qui, si rifonda nei luoghi dove si ripianta il grano buono, si potano gli ulivi con cura, si dà foraggio buono alle mucche. Ecco le tracce di una politica che parte dalla natura, ogni cosa che abbiamo tra le mani viene dalla terra prima che da una fabbrica.

La festa paesologica produce felicità in luoghi che di norma sono affranti, luoghi in cui si cresce con l’idea della fuga. Questo è il tempo di restare dove si nasce, è il tempo di credere ai paesaggi che ci hanno formato, perché se siamo qualcosa è dentro l’aria che abbiamo respirato.

L’alfabeto è continuamente da rivedere. Personalmente non credo più neppure alla letteratura. Credo a qualche pagina, credo a qualche frase, ma la letteratura si è arenata, non toglie e non aggiunge, è un treno d’ombre su un binario morto. La festa della paesologia è il mio libro, un libro scritto con i corpi dei visitatori e degli artisti invitati, con il corpo degli abitanti del paese. Chiamo questi intrecci comunità provvisorie.

La festa mette insieme persone assai lontane tra di loro, ma le persone quando danno il meglio di sé un po’ si avvicinano. Il senso della festa sta tutto in questo clima in cui ognuno dà il meglio. Ad Aliano è tutto un fiorire di abbracci, gli abbracci che mi hanno tenuto sveglio a oltranza per sei giorni.

C’è soprattutto una visione, ho capito prima di altri che in certi luoghi del Sud oggi si può concepire qualcosa di nuovo. Ho capito che la mia scrittura doveva essere agganciata a delle azioni di militanza collettiva, una militanza festosa, lontana dal grigiore di chi vive sotto la dittatura del problema. In realtà il mondo è già bene accordato ovunque, il problema di solito lo aggiungiamo noi. Con questo punto di vista si possono fare tante cose belle, non solo la festa della paesologia. Dunque, mettiamoci al lavoro fuori dal piombo dei discorsi. Sa di polvere il mondo di chi parla e non crede. Ora c’è da credere in chi crede e guarda.

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