VOCABOLARIO DEL PADRE

 

Antenati

Mio padre mi parlava spesso di suo padre. Mi parlava di un uomo di cui forse non ricordava nulla. Suo padre era morto quando lui aveva undici anni. Secondo il racconto che ho sentito tante volte aveva preso un acquazzone e con l’acqua anche una di quelle malattie che adesso si curano facilmente e di cui allora si moriva, eravamo nel 1937. Il padre di mio padre si chiamava Vito, come mio fratello. Io non ho capito che tipo fosse. A guardare la foto sulla lapide mi fa pensare a un inquieto. Occhi grandi e sporgenti di un chiarore celeste di cui non c’è traccia nei miei occhi.

 

Bicchieri

Recentemente ho svuotato la casa dove c’era l’osteria. Ho trovato una quantità incredibile di bicchieri alloggiati in ogni dove. Molti li aveva comprati, altri erano regali sugli ordinativi delle birre e dei liquori e finivano disposti nelle casse o nei cartoni a formare una scorta rassicurante vista la fragilità dell’oggetto. I camerieri assoldati a poco prezzo ogni tanto ne facevano rompere qualcuno e mio padre s’inquietava, inveiva davanti al vetro rotto come se fosse la più grande delle sciagure. Non pensava minimamente che in fondo ne aveva tanti, che il popolo dei bicchieri era ben lontano dall’estinzione.

 

Clienti

Quando era stanco si addormentava con la testa sul tavolo, ma bastava un cenno ed era sveglio, pronto a fare il conto agli amici. Li chiamava così i clienti. E quando gli sembrava di avere a che fare con persone di rango li congedava sempre con la solita formula: la ringrazio per la fiducia accordatami e con questo le anticipo i più sentiti ringraziamenti. Per mio padre servire il cliente non significava solo soddisfare i suoi gusti, ma stargli vicino, perché le persone oltre che di cibo hanno bisogno anche di compagnia. Non c’era nessuno che potesse mangiare solo e starsene muto per i fatti suoi. La sala veniva trasformata in una piazza in cui tutti potevano parlare di tutto e se non c’era nessuno allora il cliente doveva rassegnarsi all’interrogatorio di mio padre. La domanda di esordio era sempre la stessa: se è lecito, posso sapere di che tratta?

 

Denaro

Mio padre non investiva il denaro, lo portava in banca, ma non si preoccupava di farlo fruttare. La sua ricchezza cresceva lentamente, poche migliaia di lire al giorno. L’importante non era l’entità del patrimonio ma la sua crescita. Io ogni volta che gli chiedevo soldi, cento o mille lire, a seconda dell’età, prima dovevo sentirmi una sequela di lamenti e poi vedevo la preziosa moneta cadere nelle mie mani. Mio padre aveva la madre di Oscata, una contrada del paese dove sono tutti molto attaccati al denaro. Negli ultimi anni della sua vita ogni tanto gli sentivo dire che doveva andarsi a mangiare tutto con una puttana. Mio padre diceva spesso delle cose a cui non credeva e questo della puttana è un tipico esempio.

 

Eredità

Spesso ho sentito parlare in famiglia dell’eredità che fu negata a mio padre da parte del nonno che dopo la morte della moglie si era risposato e aveva fatto due figli. Non ho attinto altre notizie, accoglievo il racconto di quella che mi sembrava una grande ingiustizia e questo credo abbia contribuito a rigare il mio umore di una venatura recriminatoria. Mio padre raccontava la storia della sua vita con questa sorta di partenza con l’handicap. E ha vissuto sempre così, come un corridore che cade all’inizio della corsa e passa tutto il tempo a inseguire il resto della truppa. Insegue anche quando è diventato il primo, quando davanti a lui non c’è più nessuno.

 

Figli

Mio padre non parlava con i figli. Per lui era naturale rivolgersi alle persone a cui voleva bene in modo sgarbato. Coi familiari non c’era spazio per le gentilezze. In ogni caso era un’aggressività un po’ frivola, posticcia. In verità io e mio fratello non abbiamo mai avuto uno schiaffo. Per lui i figli erano una faccenda laterale, la battaglia era coi clienti. Erano loro le persone da amare e da cui farsi amare.

 

Gioco

Mio padre da giovane giocava a carte. Fu l’unico periodo in cui il vizio lo tenne lontano dalla casa. Ci parlava spesso del fatto che aveva cominciato a guadagnare da quando aveva smesso di giocare. Penso che è un peccato non averlo conosciuto nella fase acuta del suo vizio. Io ho conosciuto un invasato del suo mestiere, incapace di dedicarsi ad altro che non fosse il mettere un piatto a tavola. Ma forse lui non era mai cresciuto e l’osteria era un grande gioco e i clienti i suoi giocattoli.

 

Insegnamenti

Mi ha insegnato una sola cosa: non godermi la vita, non darle credito. In questo il suo pessimismo era perfettamente fuso col pessimismo di mia madre. Ho preso da loro quello che non serve a vivere, ma a scrivere.

 

Louis

Si chiamava luigi, ma la sua specialità era il coniglio alla Louis. Eravamo all’inizio degli anni settanta, l’unico periodo in cui dedicò qualche lira alla pubblicità. Da poco aveva allargato il ristorante con l’acquisto della casa adiacente e gli sembrò opportuno stampare dei manifestini che ricordavano il centenario della ditta e le sue specialità. Ovviamente in quel tempo chiamarsi Louis faceva più effetto. Tra le specialità figurava perfino un piccioncino alla cinese che oggi nessuno si sognerebbe di riproporre, oggi che i ristoranti tendono a chiamarsi di nuovo osterie e fanno di tutto per dare nomi indigeni alle pietanze.

 

Madre

La madre di mio padre non arrivò a sessant’anni, morì l’anno stesso della mia nascita. Dunque ho vissuto con un padre orfano. Credo che la morte della madre abbia segnato in modo particolare la sua vita e forse anche la mia. In quel periodo i genitori di mia madre emigrarono e anche lei si ritrovò da sola. Io allora pesavo una decina di chili, troppo poco per reggere al furore nero del lutto e dell’emigrazione.

 

Nome

Mio padre diceva sempre che lui si era fatto un nome ed era vero. Negli ultimi anni della sua vita il ristorante cominciò ad apparire in qualche guida. Ma per lui il nome significava sentirsi chiamare Louis o Don Luigi quando andava ad Avellino a vedere la partita.

 

Oste

Si vantava di essere un oste. Non era un mestiere, era una condizione. Cucinare, servire a tavola, fare gli acquisti, tutto lo coinvolgeva senza riserve, senza spazi per la noia. Mai una sola volta credo che abbia pensato di poter fare altro nella vita. E faceva l’oste anche quando era altrove. Una sera in un ristorante di Modena si mise a sistemare i tavoli per porre rimedio a un improvviso afflusso di clienti, dimenticandosi che lì anche lui era un cliente.

 

Pugilato

Amava la musica lirica e lo sport. L’amore per la lirica si limitava all’ascolto di un paio di pezzi quando veniva la banda per la festa del patrono. Lo sport invece erano le partite di calcio e il pugilato. Non guardava, giocava, combatteva anche lui. Sul ring era un tifo fatto di calci e pugni senza il minimo riguardo per chi stava vicino. A volte lo spettacolo della sua box immaginaria era assai più emozionante di quello che avveniva nello schermo. Io da ipocondriaco pensavo che tanta partecipazione gli potesse procurare un infarto e chiaramente mi sbagliavo. Il suo cuore era più vivo quanto più era agitato.

 

Roba

Per lui la roba essenzialmente era la carne in frigorifero. Andava ogni giorno dal macellaio, come se i clienti fossero dei carnivori assatanati a cui non si poteva far mancare l’elemento più prezioso per sfamarli.

 

Sposalizi

Alla fine degli anni sessanta cominciarono gli sposalizi. Prima le feste si facevano in casa, poi coi soldi dell’emigrazione si passò ai ristoranti. Erano giornate di battaglie. Innanzitutto bisognava trovare lo spazio dove mettere centocinquanta invitati. La nostra camera da letto veniva trasformata in sala da pranzo. Mia madre si svegliava alle due di notte per preparare gli involtini di vitello che in genere era la prima della tre pietanze a base di carne (ma quando gli sposi erano di Andretta bisognava farne cinque). Poi c’era da preparare la pasta al forno, i contorni e tutto il resto. Allora non esisteva il catering: il menu era sempre uguale, ma gli esiti potevano essere diversi. Finito il pranzo bisognava sparecchiare in fretta e preparare la sala per il ballo. La festa a questo punto era allettante anche per chi non era invitato. Il nostro lavoro comunque era finito, ci pensavano i parenti degli sposi a provare vanamente a contenere la folla degli intrusi.

 

Terremoto

Dopo la scossa la casa fu dichiarata inagibile, ma i lavori per rifarla altrove non cominciavano mai. Lui se ne lamentava ma sotto sotto non gli spiaceva. Sarebbe stato un dolore troppo grande vederla chiusa la vecchia casa in via mancini, quelle quattro stanze sghembe che considerava il suo tesoro. E  non avrebbe resistito a stare fermo nei giorni di trasloco. Credo che non abbia mai vagheggiato di andare a vivere altrove. La casa per lui era il luogo dove accadeva tutto, guadagnare e fare amicizie, lavorare e divertirsi. I clienti andavano e venivano, lui restava sempre lì, felice e scontento.

 

Urla

In osteria non si può parlare a bassa voce. Per trattare con gli ubriachi bisogna avere modi spicci e sgarbati altrimenti puoi solo subire i loro sgarbi. Mio padre aveva appreso bene la lezione ma esagerava, urlava anche quando non ce n’era bisogno: ormai i clienti erano diventati più civili ed esangui.

 

Vino

All’inizio osteria significava essenzialmente smerciare vino. Ho passato tutta l’infanzia ad ascoltare dei lunghi viaggi verso il Salento a prendere un vino robusto che restava ottimo anche allungato con l’acqua. Sapeva di vino l’alito degli ubriachi che dimoravano nella casa: vino, bestemmie e sputi furono la cornice della mia infanzia vivacemente cupa.

 

Zio

Il fratello di mio padre a un certo punto pensò che era meglio fare il vigile urbano. Non immaginava il successo del fratello e ogni volta che veniva a casa parlando coi clienti diceva che luigi era il grillo d’oro e lui il grillo di ferro.

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