Guida introduttiva al Piccolo museo

Guida introduttiva al Piccolo museo del diario di Pieve S. Stefano (Arezzo) o La favola di Pieve

di Jessica Mazzotti

Buongiorno, salve, siete qui per il museo del diario? Sì, è qui, prego.

Non so se già sapete qualcosa dell’Archivio o del Piccolo Museo… visto, letto, sentito… no? Allora, se vi fa piacere, vi racconto un po’ com’è che tutto è iniziato.

Cosa scusi? Ah sì, quest’opera in ceramica è di Girolamo della Robbia (1511), La Samaritana al Pozzo. Un tempo si trovava sopra la Fonte del tribunale, la fontana che si vede dalla finestra, nella piazza qui sotto. Sì, questo è il Palazzo Pretorio, ancora palazzo del comune. È uno dei pochi edifici storici rimasti in piedi a Pieve Santo Stefano, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Avete visto questi palazzi non proprio belli in centro? Sono stati costruiti con i materiali a disposizione nell’immediato dopoguerra. Il paese si trovava proprio sulla Linea Gotica e quindi è stato uno degli ultimi centri abitati ad essere stato abbandonato dalle truppe naziste in ritirata. L’esercito tedesco, non si conosce la ragione, prima di andarsene, ha evacuato la popolazione e, minati i palazzi del centro storico, li ha fatti saltare in aria nell’agosto del 1944. Diciamo che l’Archivio dei diari può essere considerato un po’ come una compensazione per la memoria ferita del paese.

Tornando a noi, questo Piccolo Museo del Diario è più recente rispetto all’Archivio dei diari perché è stato aperto nel 2013 mentre l’Archivio è stato fondato nel 1984. Dal 2009 il patrimonio documentario dell’Archivio di Pieve Santo Stefano è nel Codice dei Beni Culturali dello Stato, mentre dal 2016 il Museo fa parte dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei (APM)1. L’idea originaria fu di Saverio Tutino, originario di Milano, partigiano nella Resistenza poi giornalista e corrispondente estero per alcuni giornali nazionali. Personalmente appassionato di scrittura diaristica, una passione che condivideva con la sua famiglia, sono infatti qui conservati assieme ai suoi diari quelli di suo babbo Mario, di suo fratello Alessandro, di sua figlia Barbara, maturò con gli anni l’idea di adibire un luogo fisico alla raccolta, conservazione, catalogazione e diffusione della produzione autobiografica nazionale, cioè delle memorie, dei diari, e degli epistolari scritti da persone comuni. Tutino aveva una casa di famiglia qui in Valtiberina, ad Anghiari, non so se ci siete passati? … Sì, molto carina!

Quindi per questo prese a bussare alle porte delle amministrazioni comunali proprio in questa zona, chiedendo degli spazi per il suo progetto. Dopo qualche rifiuto, il sindaco di allora, Pietro Minelli, socialista, gli dette due stanze di questo Palazzo Pretorio, che è stata la prima sede dell’Archivio. Negli anni, per ragioni anche di spazio, la sede operativa si è poi spostata in piazza della Chiesa, Piazza Amintore Fanfani, non so se ci siete passati, si trova di là, sopra la posta. Qui, adesso, si trovano il museo, la libreria e la biblioteca.

Comunque, ritornando al 1984, una volta avute le stanze dove raccogliere i diari, occorreva peròinventare un modo per richiamarli, una maniera cioè per far sapere a tutti che si era aperta una “banca della memoria”. Si istituisce così, l’anno dopo, nel 1985, un concorso per diari, del quale si dà notizia sulla stampa con un annuncio in cui Tutino scriveva: “Diari in cassaforte: Avete un diario nel cassetto? Non lasciate che vada in pasto ai topi del Duemila.”, invitando con questo tutti i cittadini a inviare la propria memoria personale o il proprio epistolario familiare all’Archivio di Pieve, dove la giuria, composta il primo anno, tra gli altri, anche da Natalia Ginzburg, Corrado Staiano, Pasquale Festa Campanile, avrebbe premiato con denaro e pubblicazione il testo vincitore. Da quella volta, si organizza annualmente il Premio Pieve (ora Premio Pieve – Saverio Tutino) che funziona così: i primi cento testi arrivati in Archivio sono ammessi al concorso e vengono letti prima da una commissione di lettori locali, che durante l’inverno si riunisce la sera in Archivio una volta a settimana per concordare gli 8 testi finalisti. Questi vengono in un secondo momento inviati alla giuria nazionale, formata questa volta da professionisti della scrittura, i quali votano il testo vincitore che ad oggi è pubblicato da una casa editrice di Milano che si chiama Terre di Mezzo. La premiazione avviene a metà settembre, a coronamento dei tre giorni di festa e festival, in cui il pubblico può conoscere i testi finalisti, assistere a presentazioni di pubblicazioni, a letture, spettacoli ed eventi vari tutti dedicati ai testi qui conservati. Ogni anno viene scelto un tema che è il filo rosso della manifestazione; quest’anno, per esempio, il tema- titolo era StoriEmigranti e il premio Città del Diario è stato assegnato a Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, per il noto impegno nell’affrontare la tragedia della morte dei migranti, che continua a consumarsi.

Un progetto sulle memorie dei migranti che, invece, raggiungono l’Iitalia è DI.Mmi (Diari Multimediali Migranti); dal 2012 vi è un impegno, finanziato dalla Regione Toscana, per la conservazione della memoria collettiva.

E così, negli anni, sono arrivati qui, sia per partecipare al Premio, che per non essere perdute, le opere autobiografiche di circa 7.300 autori, il che significa che i testi sono molti di più perché un autore può aver scritto un quaderno come averne scritti molti. Qualcuno può aver avuto la necessità di raccontare anche un solo episodio che non occupa che una pagina e in quel caso il testo è conservato nella sezione “Testimonianze” assieme ad altri testi brevi. Ogni testo che viene inviato qui rimane di proprietà dell’autore o degli eredi dell’autore ed ogni volta che qualcuno vuole citarne uno o più, per studi o pubblicazioni, o utilizzarlo per qualche progetto artistico o giornalistico, l’Archivio chiede prima un’autorizzazione per l’utilizzo. Sul sito dell’Archivio: archiviodiari.org, trovate il catalogo completo dei testi, all’interno del quale potete fare delle ricerche per luogo, per soggetto o per estremi cronologici. Le pagine più antiche sono del 1500, poi ci sono una decina di testi del 1700 e gli altri sono del 1800, 1900 e 2000.

Ora, prima di entrare nel museo, vi dico che il percorso che farete è stato ideato da uno studio di progettazione multidisciplinare di Milano che si chiama Dotdotdot2 che ha allestito il museo prendendo spunto da un libro, questo qui, che si chiama Il paese dei diari (TerrediMezzo, 2016), scritto da Mario Perrotta3. Non so se conoscete Mario Perrotta, è un autore e attore teatrale, plurivincitore del Premio Ubu, che da anni collabora con l’Archivio e che lavora spesso a partire da storie di vita. In questo libro, Perrotta racconta in forma romanzata e fantastica tutta la storia della fondazione dell’Archivio dei diari di Pieve. Immagina di rimanere chiuso dentro questo stesso palazzo, durante la notte, e di incontrare il fantasma di Saverio Tutino che gli racconta di come ha avuto l’idea di aprire un luogo ai diari di tutti, e che gli racconta anche delle persone che intorno a questa istituzione hanno lavorato sin dall’inizio. Tutino, nel libro, accompagna poi Perrotta a fare un giro nell’archivio di notte e gli mostra che cosa succede: i diari, che mantengono e sempre manterranno la propria personalità, se non sono contenti della loro collocazione, prendono e se ne vanno a spasso, salvo poi ritornare al loro posto una volta sorto il sole. Se volete affacciarvi un attimo all’interno del bookshop, vedrete come sono sistemati i testi sugli scaffali: vedete queste cartelline? Ecco ogni cartellina, qui come in archivio, contiene più copie del testo e i diari che arrivano vengono catalogati per anno di arrivo e poi posti l’uno a fianco dell’altro in ordine alfabetico. Questo ordine arbitrario fa sì che possano finire accanto diari di persone che forse non sono molto contente di essere finite accanto, per esempio possono finire accanto il diario di un partigiano e quello di un fascista, di un ladro e di un poliziotto, di una suora e di una prostituta, etc., e resteranno accanto fino a quando esisterò l’Archivio. È per sfuggire a questa loro collocazione, racconta Tutino, che i diari se ne svolazzano la notte, in cerca di spiriti più affini al loro, di diari amici. Questa suggestione poetica riflette anche l’idea che aveva Tutino intorno agli scopi dell’Archivio dei diari, che lui chiamava il “vivaio della memoria”4, proprio a sottolineare la volontà di “coltivare” queste storie, di “nutrirle” affinché la loro voce cresca e le vicende narrate vengano sempre più alla luce e vengano rimesse in un circolo sempre più ampio di conoscenza. Tutti i progetti promossi dall’Archivio, a partire da questo Piccolo Museo, vanno infatti proprio in questa direzione: mirano, cioè, alla più ampia diffusione possibile di queste storie. Tra i progetti c’è, ad esempio, la rivista semestrale curata dall’Archivio, Primapersona, che esce con numeri tematici, l’ultimo dei quali, dal titolo “Armi e Bagagli”5, raccoglie estratti di testimonianze di migrazione dagli anni ’10 agli anni ’90 del ‘900, introdotte da riflessioni di studiosi dell’argomento come Marcello Flores e Alessandro Triulzi. Ma vi sono anche progetti divulgativi come lo è la piattaforma online La grande guerra. I diari raccontano6, realizzata in collaborazione con il Gruppo Espresso, all’interno della quale è possibile navigare tra le pagine dei circa 150 diari di trincea che costituiscono il Fondo Grande Guerra. Con lo stesso format è in preparazione un progetto centrato sulla ricostruzione, attraverso le pagine individuali, della storia collettiva degli anni della Liberazione in Italia che si chiamerà: La nostra guerra ’43 – ’45. I diari raccontano7. Un altro grande progetto è Impronte digitali, che è iniziato nel 2011in collaborazione con la fondazione Tim, che ha partecipato anche all’allestimento del Piccolo Museo e prevede la digitalizzazione di tutto il materiale qui presente, in modo che i documenti cartacei diventino anche documenti digitali e siano così accessibili in ogni parte del mondo.

Adesso che sapete un po’ la storia di questo luogo, entriamo nel museo. Ecco, vedete queste pagine che volano? Sentite questo fruscìo di voci? Sapete ora il perché.

Il museo è in realtà, come vedrete, un museo interattivo, quindi io vi accompagnerò nelle stanze solo per farvi vedere come funzionano le installazioni e vi lascerò poi da soli, liberi di vagare e di scuriosare tra le storie.

Vedete che queste prime due sale presentano due grandi pareti di cassetti, i cassetti con l’etichetta sono quelli che nascondono un estratto audio e sull’etichetta trovate il nome e cognome dell’autore del diario, il titolo che è stato scelto per l’estratto e due date che non sono la nascita e la morte dell’autore, ma segnano gli estremi della scrittura, cioè l’inizio e la fine del diario.

Vedete ad esempio questo cassetto: l’autore è Oreste Orlando Tonelli, un ragazzo originario di Fivizzano, tra la Toscana e la Liguria. Quindicenne, parte con un cugino a Montecarlo (Francia) in cerca di lavoro. Anni dopo, durante una rissa in un’osteria, uccide un migrante piemontese e, arrestato, viene condannato ai lavori forzati e spedito nelle colonie penali alla Cayenne. Da lì riuscirà ad evadere con alcuni compagni e a raggiungere il Venezuela. Questa storia è ambientata alla fine dell’800. Nella prima parete troverete storie eterogenee a livello cronologico, mentre la seconda sala, visto che i contenuti sono intercambiabili, sono pagine che che raccontano del periodo della Liberazione in Italia che quindi vanno dal 1943 al 1945, scelte in occasione del 70° anniversario.

Ecco come si fa per sentire gli estratti: si apre il cassetto ed ecco la voce, sullo schermo vedete passare le foto del testo originale e ci sono due pulsanti. Passando con la mano su quello di destra, la registrazione riparte dall’inizio, mentre passando la mano su quello di sinistra appaiono le infomazioni biografiche dell’autore, i luoghi che vengono menzionati nel diario e un piccolo riassunto della storia di vita di cui qui sentite un assaggio. Se c’è un pulsante centrale, passandoci sopra compaiono i documenti fotografici. Un altro tipo di cassetto è questo – quello che sto per aprire contiene i diari di Saverio Tutino inviato a Cuba durante la rivoluzione – , si apre e parte l’estratto audio, ma invece dello schermo avete i manoscritti o i dattiloscritti sotto teca, in modo che anche l’oggetto diario sia visibile.

Se mi seguite nella seconda sala, vi consiglio un cassetto in particolare, questo qui, che contiene dei preziosi foglietti scritti da Orlando Orlandi Posti nel 1944. Orlando era appena diciassettenne e faceva parte dell’ARSI (Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana) di Roma, formata da studenti del liceo e dell’università, impegnati nella lotta al nazifascismo. Il 3 febbraio del 1944, saputo di un’imminente retata nel quartiere di Monte Sacro, avvertì alcuni compagni antifascisti e passò a salutare la mamma prima di allontanarsi dal centro città. Fu, proprio in quell’occasione, catturato e portato nelle carceri di Via Tasso, dove uscì solo per essere fucilato il 24 marzo assieme ai più di 300 martiri delle Fosse Ardeatine. In carcer, però, riuscì a comunicare le ultime volte con la mamma, nascondendo dei pizzini nel colletto della camicia: la biancheria era l’unica cosa che usciva e rientrava dalla prigione. Questi foglietti preziosi sono stati ritrovati e sono le ultime speranze di Orlando affidate alla carte. Le altre tesimonianze provengono da tutti gli schieramenti, da militari e da civili.

Questo angolo, invece, è dedicato a Saverio Tutino, scomparso nel 2011. Ci sono alcune lettere della sua corrispondenza con i diaristi, e qui c’è l’annuncio del quale vi ho parlato all’inizio. In questo altro angolo a destra, c’è una novità di quest’anno, questa scatola che è una valigia di storie. Si tratta di una tecnologia itinerante che sarà portata ai festival ai quali l’Archivio è invitato e che ora contiene estratti audio che provengono dalla pagine dei diari di trincea. Ecco: queste sono le cuffie e in questo cassetto ci sono queste schede che inserite in questo punto fanno sentire i racconti. Sullo schermo vedete scorrere le foto degli originali e in questa parte dello schermo ci sono le informazioni sull’autore.

Le ultime due stanze sono stanze monografiche, cioè dedicate a due singoli autori. La prima ve la introduco qui, senza entrare, perché entrando si aziona la proiezione e non si sente nulla altrimenti, prendo solo il libro. Ecco. Questa è la stanza dedicata all’autobiografia scritta da Vincenzo Rabito, classe 1899. Rabito, nato in provincia di Siracusa, è testimone e protagonista dei grandi eventi del Novecento: combatte durante la Prima Guerra Mondiale, è soldato in Africa durante il colonialismo italiano e lavora come minatore in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Finita la guerra, lavora come cantoniere in Sicilia, dove si sposa e ha tre figli. Ci sono almeno due eccezionalità nella sua biografia: la prima è il linguaggio col quale è scritta. Rabito aveva lasciato la scuola all’età di sette anni e non ha quindi molta confidenza con la scrittura. Nonostante questo, alla fine della sua vita, per qualche anno, si chiude a chiave in una stanza di casa sua e con una Lettera 22 scrive esattamente 1027 “pacene”, come dice lui, in cui racconta tutta la sua vita. La sua lingua, che i linguisti chiamano “rabitese”, è quindi un inedito miscuglio d’italiano, d’italiano regionale, di dialetto e di splendidi neologismi molto pregnanti, come ad esempio la parola “rofianiccio” che Rabito usa per connotare il ventennio fascista e che dà proprio l’idea del carattere degli italiani in quel periodo…

Visivamente poi, se guardate qui sull’edizione dell’Einaudi, che è una selezione di più o meno 600 pagine, si vedrà meglio nella proiezione, tutte le pagine si presentano così: quasi muri di parole. Rabito scrive infatti senza mai andare a capo, praticamente a interlinea zero, utilizzando la punteggiatura in maniera sovrabbondante. Vedete? Quasi dopo ogni parola, ogni due o tre parole c’è una virgola, un punto e virgola. Certo, questo è dovuto al fatto che Rabito non aveva l’abitudine alla scrittura, ma ci dà anche, graficamente, un’idea della fatica che può fare una persona che vuole scrivere tutto quello che gli è capitato nella vita, ma non ha con la scrittura una familiarità tale da permettergli di compiere facilmente l’impresa. Sembra che Terramatta, la sua autobiografia, che originariamente si intotolava Fontanazza, sia la forma definitiva di un racconto che, secondo quanto hanno raccontato i familiari, a Rabito piaceva fare oralmente, nella piazza del paese. Se entriamo nella stanza, ecco che Vincenzo Rabito si presenta da solo.

(parte la registrazione audio dell’incipit: “Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaramonte Qulfe, d’allora provincia di Siraqusa, chilassa 1899, e per sventura domiciliato nella via Tommaso Chiavola. La sua vita fu molta maletrata e molto travagliata e molto desprezata…”)

Su questa scrivania vedete delle frasi in rosso, passandoci sopra la mano farete partire altrettanti estratti audio di Terramatta. Ad esempio questo “Messa di Natale”, episodio ambientato durante la Prima Guerra Mondiale: ecco, vedete sulla proiezione le pagine ingrandite? Se dopo siete interessare a visionare gli originali, fate pure un salto in Archivio. Consiglio tecnico per quando ascolterete da soli gli estratti: rimanete vicini alla scrivania perché il congengo elettronico altrimenti si interrompe.

Adesso passiamo all’ultima stanza e poi vi lascio liberi di girovagare a vostro piacimento: questa è la Stanza del Lenzuolo e quel lenzuolo che vedete là in fondo, sotto teca, è opera di questa signora qui, ritratta nella foto sopra il camino: Clelia Marchi, una contadina di Poggio Rusco in provincia di Mantova. Clelia ha conosciuto il marito Anteo alla macchina per legare il fieno quando lei aveva 14 anni e lui 25, si sono poi sposati dopo qualche anno e hanno avuto 8 figli, di cui solo 4 sono sopravvissuti a malattie che negli anni ’30 e ’40 erano più temibili di quanto lo siano oggi. Dopo aver lavorato insieme i campi per una vita, che è stata molto faticosa, avevano preso una casa in città, vicino a uno dei figli e si preparavano a godersi un po’ di riposo. Purtroppo, poco tempo dopo il trasferimento, Anteo è stato investito da un’auto e Clelia è rimasta sola. Forse per superare il dolore o per comprenderlo, forse per lasciare traccia dell’amore e della vita di suo marito, Clelia scrive prima dei quaderni che si fabbrica da sola, ricamando ad uncinetto le copertine, e nel 1984 inizia a scrivere questo capolavoro dell’arte autobiografica. Quando nel 1986, conclusa l’opera, arriva a Pieve e srotola il suo lenzuolo di nozze sul quale ha scritto tutta la sua vita, le viene chiesto perché avesse scelto un supporto così atipico per la stesura della sua storia. Clelia risponde che una notte – lei scriveva di notte, come “gli esseri umani che hanno dei dispiaceri” -, finita la carta, ma rimasta la voglia di scrivere, si ricorda della sua maestra delle elementari che aveva raccontato ai suoi alunni di un antico popolo, gli Etruschi, che nei loro riti funebri, usavano avvolgere i cadaveri dei cari in lenzuola scritte con auspici per l’aldilà. “Se l’hanno fatto gli Etruschi”, ha pensato Clelia, “lo posso fare anche io” e così ha posto sulla sommità del lenzuolo più prezioso che possedeva la foto di Gesù Cristo, al centro, la sua foto, a destra, e la foto del marito Anteo a sinistra; sotto il titolo in dialetto “Gnanca nà busia” (“Neanche una bugia”) ha iniziato a scrivere: “Care Persone Fatene Tesoro Di Questo Lenzuolo Chè C’è Un Pò della Vita Mia; è Mio Marito; Clelia Marchi (72) anni hà scritto la storia della gente della sua terra, riempendo un lenzuolo di scritte; dai lavori agricoli agli affetti, dai filos, alla qucina, agli affetti, e alle feste popolari: À scritto tutta una storia; una avventura, nei sacrifici, nelle sofferenze di ogni giorno; ogni riga si svolge sul filo della sincerità: come pure il titolo del mio lenzuolo libro: (Gnanca nà busia) non o raccontato: gnanca nò busia né par mi; né ai lettori!!!”. A partire da quando aveva sei anni, Clelia racconta le vicende della sua vita, il duro lavoro, le umiliazioni e le sofferenze subite, la guerra, la maternità, tutto in 185 linee numerate. Le ha numerate per lei stessa, per non perdere il filo della scrittura, ma anche per noi, per la lettura. L’autrice, infatti, si rivolge direttamente ai lettori futuri sia nell’incipit, come abbiamo visto, che in altri punti lungo la narrazione: è per amore che ha scritto la sua vita, ma anche per la necessità di raccontare un mondo che ha visto cambiare molto in pochi anni. Attraverso episodi molto vividi e significativi ci srotola davanti agli occhi il procedere della sua vita per i due terzi del testo fino alla morte di Anteo, evento spartiqacque della narrazione. Dopo la morte del marito, rievocata altre tre volte, il racconto gira intorno a questo triste evento e la narrazione si fa, verso la fine, più riflessiva e filosofica, come sono filosofiche e profonde sono le poesie dedicate al marito che completano, anche visivamente, la sua opera. In fondo, a sinistra, la sua doppia firma: prima quella del marito Benatti Anteo, poi la propria. Il testo è stato pubblicato la prima volta nel 1991 da Mondadori e come si vede, ecco qui, ogni riga, fedelmelte trascritta, corrisponde sulla pagina ad un paragrafetto, come a sottolineare il respiro regolare, quasi da poema di questa storia. Arnoldo Mondadori era, per pura coincidenza, originario dello stesso paese del mantovano, Poggio Rusco, e quando uno dei nipoti a saputo dell’opera straordinaria di questa donna ha voluto stamparla e diffonderla. La nuova edizione è del 2012, uscita per Il Saggiatore.

Prima di lasciarvi, vi dico che questi oggetti che vedete sospesi davanti alla teca di Gnanca nà busia – questo rastrello, questo paio di zoccoli, questo fanale rotto, etc. – contengono altrettanti estratti audio, pezzi della storia di Clelia che sentirete se vi avvicinate: l’oggetto al centro dell’episodio si illuminerà e vi verrà sussurrato un piccolo assaggio del libro-lenzuolo.

Ecco, io vi lascio qui, se avete domande mi trovate qui fuori, nella libreria. Buon’ascolto.

4 S. Tutino, Il “vivaio” di Pieve Santo Stefano, in Materiali di lavoro, Atti del 3° seminario Federazione Asp n° 1/2, 1990, pp. 81-91.

5 « Primapersona. Percorsi autobiografici » n° 30, Udine, Forum Editrice, 2016.

6 Indirizzo web http://espressonline.it/grandeguerra/. Un paper illustrativo si può leggere in : N. Maranesi, Grande Guerra 1915-2015. Dagli ego-documenti dei soldati allo storytelling digitale, in « Officine della storia », N°14, 2015.

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