APPUNTI PER CHI SI OCCUPA DI SVILUPPO LOCALE

Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.

Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Alllora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento:  bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.

Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.

Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

Non c’è più altezza

Trovare qualcuno che non sia in guerra è difficile. All’improvviso compare la trincea che hanno scavato, compare l’osso nero dell’orgoglio e ti spuntano in faccia. Accade quello che non accade con gli alberi. Gli umani spesso sono inerti e noiosi. Quando li smuovi diventano più cattivi che buoni. Ma non bisogna arrendersi, bisogna continuare il proprio lavoro, dire le proprie cose, guardare il mondo, anche la sua parte invisibile, guardare negli occhi il nulla da cui veniamo e a cui siamo diretti. La nostra vita adesso è dolorosa perché si svolge in una scena sociale malata. La malattia di cui si parla è la crisi, come se fosse una questione di soldi. Forse i soldi sono un dettaglio. La malattia è che la società è finita. È stata uccisa dalla politica. In Italia il livello di indegnità della politica è mostruoso. Non bisogna stare tranquilli, bisogna fare qualcosa contro questa indegnità. Invocare altezza dalla politica, non stancarsi mai di invocarla, sia in chi governa che in chi si oppone. Oggi l’altezza non è al potere e nemmeno all’opposizione. L’altezza non la trovi in Parlamento e non la trovi in piazza. Devi frugare nei margini, fuori dal centro e dalla cronaca.

una poesia nuova

questa poesia fatta oggi la dedico a chi sta comprando CEDI LA STRADA AGLI ALBERI….

Forse ho capito
perché ho sempre i nervi rotti.
Lo so in questo giorno di febbraio,
il mese in cui sono nato.
Anche se vado sempre in giro
sono qui saldato:
neve, casa, cimitero, paese, madre
poesia, ansia, cuore.
Non c’è niente e nessuno
che mi può salvare,
ma ora so a chi dedicare
ogni mia giornata: ora sono un militare
di un esercito che non esiste,
l’esercito dell’Appennino.
Prendo ordini dalle pecore, dalle vacche
dai rami degli alberi.
Penso ai vecchi,
ai vicoli dove non è rimasto nessuno,
penso che anche il mio cuore
è un vicolo
e io sono il lampione che rimasto,
quello che illumina
solo quando è guasto.

una poesia da CEDI LA STRADA AGLI ALBERI

 

Lettera ai ragazzi del Sud
Cari ragazzi,
abitate da poco una terra antica,
dipinta con le tibie di albe greche,
col sangue di chi è morto in Russia, in Albania.
Avete dentro il sangue il freddo delle navi
che andavano in America,
le grigie mattine svizzere dentro le baracche.
Era la terra dei cafoni e dei galantuomini,
coppole e mantelle nere,
era il Sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina,
un pezzo di lardo.
Ora è una scena dissanguata,
ora ognuno è fabbro della sua solitudine
e per stare in compagnia si è costretti a bere
nelle crepe che si sono aperte tra una strada e l’altra,
tra una faccia e l’altra.
Tutto è spaccato, squarciato, separato.
Sentiamo l’indifferenza degli altri
e l’inimicizia di noi stessi.
Uscite, contestate con durezza
i ladri del vostro futuro:
sono qui e a Milano e a Francoforte,
guardateli bene e fategli sentire il vostro disprezzo.
Siate dolci con i deboli, feroci con i potenti.
Uscite e ammirate i vostri paesaggi,
prendetevi le albe, non solo il far tardi.
Vivere è un mestiere difficile a tutte le età,
ma voi siete in un punto del mondo
in cui il dolore più facilmente si fa arte,
e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate.
Non lo fate per darvi arie creative,
fatelo perché siete la prua del mondo:
davanti a voi non c’è nessuno.
Il Sud italiano è un inganno e un prodigio.
Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola.
Pensate che la vita è colossale.
Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.

Con gli occhi di Leopardi e Pasolini

Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una citta doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse  nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.

La Vergine del Pollino, un racconto amoroso

Abbiamo parlato una sola volta, dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Il luogo dell’incontro è assai generico: sotto una pala eolica sulle alture dell’Irpinia d’Oriente.

Vago sotto le pale immaginando che sia magrissima e malandata. C’è la luce che piace a me. Dal Formicoso si vede il Gargano. Faccio qualche fotografia, non sono sicuro che la incontrerò. Vive molto più a sud di me, in una zona del Pollino dove la casa più vicina è a cinque chilometri.

Guardo le pale eoliche vicine alla strada. Oggi non mi sembrano né belle né brutte, e non mi vengono le solite recriminazioni sul vento che è di tutti, ma porta guadagni solo a pochi. Oggi penso solo a lei, sono pensieri che non girano nella testa e non sfiorano neppure il cuore. Sta dentro le ginocchia, è lì che il mio corpo freme, non più sopra, non più sotto.

Sono le dieci del mattino, l’ora convenuta. Ho già perlustrato una decina di pale, continuo a girare, comincio a disperare di poterla incontrare. Al telefono silenzi e frasi accalorate: la cosa che mi ha colpito di più è che non ha mai avuto un rapporto sessuale con un uomo né è interessata ad averne. Me lo ha detto con voce sicura. E mi ha raccontato molti incontri in cui è sempre riuscita a evitare l’amplesso, sgusciando via come una lucertola.

Abbiamo parlato di tre cose: dio, la morte, la poesia.  Sensazione di una creatura sbilanciata verso l’assoluto. In ogni discorso la prua della morte davanti a tutto: la sua voce  mutevole a volte sembrava una cesta di frutta, altre volte aveva dentro le sillabe, il buio e il freddo che abbiamo nelle ossa.

Preso dalla mia solita impazienza ora provo a chiamarla. Mi dice che è sotto una pala eolica sulla strada per Calitri. Sentirla mi fa un effetto strano, la confidenza della telefonata notturna è svanita. Vado verso il paese senza sentire nulla, neppure il fremito che avevo prima nelle ginocchia.

Eccola. È seduta sulla base di cemento che circonda la pala. Io resto in piedi a un paio di metri da lei, non mi avvicino, le dico solo che cominciavo a temere di non trovarla. Non parla, guarda per terra. Le chiedo se vogliamo andare a Calitri, sono pochi chilometri e il paese a tratti è molto bello. Lei mi dice che non vuole vedere paesi, non capisce il mio interesse per i paesi, vuole camminare in mezzo alla terra.

Camminiamo, l’aria è gradevole, nel cielo la croce mossa di una poiana, da una masseria di cemento sgretolato arriva un cane zoppo e ci segue. Ho davanti a me una donna con la faccia antica, la immagino con un’anfora sulla testa in un film sulla vita di Cristo. Mi trascina nel lirismo: è alta e magra, le braccia sembrano i fili di una lampadina, le caviglie più lievi di un respiro, gli occhi grandi hanno l’orlo affaticato di chi solo piange e guarda, i capelli neri arrivano in fondo alla schiena col disordine di un cespuglio.

A vederla mi pare ancora più incredibile la storia della verginità. Forse è un modo per fare impressione. Ci sono delle persone che si rendono credibili raccontando solo cose incredibili.

Camminiamo senza mai sfiorarci. Lei sembra un animale appena uscito dal letargo, si muove a fatica, come se il suo corpo dovesse accordarsi ogni volta con un movimento interno imprevedibile.

Non sono molto contento delle parole che dico e di come mi sento. Ho paura che si stia annoiando. Ho sempre paura di qualcosa e quando non ho paura non sento niente.

Intanto è salita su una balla di paglia, quelle tonde: il suo corpo da lontano sembra la pietra lavorata di un anello. Le chiedo se posso fotografarla, mi dice di no. Sto pensando ai possibili sviluppi della giornata, lei mi dà la sensazione di non avere alcuna aspettativa, sembra andare dietro alle cose che vede, come se cercasse qualcosa che qualcuno ha perduto in un tempo lontanissimo.

Cerco di riprendere i discorsi che avevamo fatto durante la telefonata, mi piacerebbe che mi parlasse dei suoi rapporti con gli uomini. Non crede più agli esseri umani, per molti anni ci ha provato a sentirli, a capirli, ma adesso ha rinunciato.

Le chiedo come mai frequenta la rete. Per la prima volta esce fuori dalla concisione. Un discorso arroventato per dire che la rete le piace perché ha ucciso lo spazio e il tempo. Lascia sfilare nella sua lingua una lunga collezione di immagini per spiegarmi che adesso torna il mito, torna il luogo.

Come mai ha accettato la mia richiesta di vederci? Non le sono sembrato un essere umano. Sono un animale, pieno di paura come tutti gli animali. Oggi non ha molta voglia di parlare. Le chiedo se vuole andare a vedere l’abbazia del Goleto, un posto bellissimo, non molto lontano. Oppure possiamo andare a Conza vecchia, è un paese morto, così vengono definiti i paesi quando non ci sono più uomini. I ragni nelle damigiane, le farfalle, le formiche evidentemente non fanno parte della nostra ragioneria della vita. Possiamo andare a Conza, ma una volta che saremo arrivati dobbiamo separarci. Non c’è alcun bisogno che stiamo vicini, l’importante è andare assieme nello stesso posto.

Arrivati a Conza mi avvio verso il campo sportivo che è in cima alle rovine. Ho un libro di Latouche nello zaino, penso di mettermi a leggere, vorrei dimostrare che la teoria della decrescita è comunque una teoria concepita nel nord del mondo, ho la sensazione che abbiamo bisogno di qualcosa che nasca più sotto. Ci lasciamo con l’accordo di rivederci dopo un’ora davanti alla macchina. Lei sale su una casa bassa, si distende a prendere il sole sui tetti, come se fosse una gatta.

L’ora è passata velocemente. Adesso ha un’aria luminosa, il sole è più basso e sembra diventata più alta e ancora più magra. Non mi fa domande, non vuole sapere nulla della mia vita, continua solo a ripetermi che sono un animale e che le piace come cammino.

Sono le sei del pomeriggio, siamo arrivati a Teora. Le dico che ho fatto un piccolo film su questo paese, facevo vedere le case nuove e le persone che usano la piazza solo per fare inversione con la macchina. Non le interessa e il suo disinteresse non mi irrita, perché è sfacciato.

Io entro in un bar a prendere un gelato. Lei va ad accarezzare un cane. Ha lavorato molti anni in un canile, non ha mai guadagnato molto, adesso vive assistendo una zia, ma il patto è che un giorno alla settimana lei non c’è. Il giorno è questo. È questo il giorno in cui ha deciso di tornare a incontrare un uomo dopo molti anni.

Provo a parlare della mia vita, provo a dirle che sto scrivendo un libro in cui non parlo di paesi, un libro in cui mi licenzio da me stesso e dalla paesologia. Bravo, mi dice, mentre guarda una formica sulle mie mani. Quando lo avrai scritto io non ci sarò più. Adesso è ora di lasciarci, devo tornare da mia zia.

Torno a casa, mi metto davanti al computer con l’intento di non scrivere di me e di paesi. Provo a inventare una storia. Mi vengono fuori frasi che non sudano, frasi che sanno di  armadio.

Esco di casa, vado a camminare. Mi arriva un suo messaggio. Il testo è secco: “Domani mi allontano per sempre. Il nostro incontro è stato molto bello, avevo bisogno di questa bellezza per fare una scelta a cui penso da tanti anni.”

Provo a chiamarla. Non risponde. Il messaggio mi ha rimesso il fremito nelle ginocchia e sento pure qualcosa dentro la testa e intorno al cuore. Sono spaventato, continuo a chiamare e a mandare messaggi ma lei non risponde e  ho il terrore che non risponderà. Non ho mai provato una sensazione così brutta. La vita di questa donna mi sembra la cosa più preziosa del mondo.

Sono le sette del mattino, torno sotto le pale verso Calitri, poi vado a Conza e a Teora. Ho l’illusione di trovarla, chiedo sue notizie al paesaggio e il paesaggio è muto. Torno a casa, sento che non so più cosa scrivere, che non ho mai saputo come vivere. Esco di nuovo, mi avvio verso sud, verso il Pollino.

Neve e terremoto

Il cuore degli altri

 

Il terremoto con la neve. La sedia rotta su cui stanno seduti i paesi. Ci sono giorni in cui non ha senso pensare agli affari propri. Ci sono giorni in cui bisogna avere il cuore degli altri, il cuore tuo da solo non serve a niente. Devi stare dentro il batticuore di tutti. E invece ora siamo in questo gioco in cui ognuno si espone al mondo col suo corpo, con un pensiero, col suo niente, e in questo modo sfama la noia, in questo modo facciamo amicizia con il nulla invece di avversarlo, invece di piangere per chi trema. Adesso c’è chi ha paura di arrivare al sonno, c’è chi ha freddo. Pensate a chi in quelle terre è malato, pensate ai vecchi, pensate all’osso rotto, allo stomaco che non digerisce, pensate al tumore alla gola, pensate al lutto, pensate ai brutti, pensate a chi non si è mai trovato in un abbraccio. Oggi abbiamo fallito di nuovo come umanità, oggi abbiamo allestito una nuova Caporetto, una al giorno, una disfatta continua che disfa legami, simpatie. Ogni giorno che siamo senza dolore dovremmo gettarci con foga a salvare il mondo, salvarlo ora con gentilezza, ora con rabbia, ora in silenzio, ora gridando. Viva la foga, la furia, la forza di dimenticarsi. Oggi era un giorno per dimenticarsi. Contava solo la neve e il terremoto, nient’altro.

 

 

Preghiera per l’Appennino

 

Quando ieri sera ho scritto il post intitolato “Il cuore degli altri poi ho provato a dormire, non ce la facevo più a stare in rete, non sapevo più come smuovere, come far sentire la mia e la vostra impotenza. Non sapevo della valanga e ora non è neppure il caso di dire che lo Stato non c’è. Sono stato tre volte ad Amatrice e lì di Stato ne ho visto anche troppo. Non so bene cosa stanno facendo, ma ci sono.

E sulla neve credo che sull’Appennino non siamo mai stati tanto attrezzati: magari si poteva presidiare meglio quella zona, ma non è il punto cruciale. Quello che manca è proprio una sorta di rispetto antropologico per chi è rimasto sull’Appennino. I servizi di cittadinanza sono stati tagliati senza grandi opposizioni, né al centro, né in periferia. Hanno chiuso l’ospedale del mio paese e poi scopri che a Nola stendono i malati per terra. Sono anni che cerco di costruire un movimento per l’Appennino, abbiamo aperto la casa della paesologia, ma per avere 24 euro per l’iscrizione sembra che devi chiedere l’elemosina.

Passerà la neve, passeranno le scosse e tutto tornerà come prima. Il governo deve cambiare completamente passo. E ci vogliono segnali clamorosi, anche di tipo mediatico. Quest’anno il festival di Sanremo si potrebbe fare a L’Aquila. Per i cantanti non cambierebbe niente, ma sarebbe un segnale di un’Italia che cambia sguardo. E il governo potrebbe fare la prossima riunione del consiglio dei ministri in un paese della Calabria, a San Luca, per esempio.

Si sono raccolti tanti soldi, ma poi si dimentica che il governo e le regioni hanno un progetto che si chiama Strategia Nazionale delle Aree Interne: bisogna dare un impulso immediato a questa strategia di cui non sa niente nessuno. Bisogna coinvolgere le popolazioni dell’Appennino su cosa fare per restare in quei luoghi. Non ci vuole chi gli va a montare le catene, possono farlo benissimo da soli. Ci vuole che l’Italia si ricordi che è un paese di paesi e di montagne. Dove d’inverno può arrivare tanta neve e dove la terra può tremare ogni giorno. In ultimo bisogna ricordare che le valanghe sono molto più veloci delle nostre manfrine burocratiche, fanno in una notte quello che non riusciamo a fare in tanti anni.

Ci vuole un cantiere per l’Appennino, bisogna dire a tutti i giovani che ci sono che avranno lì lavoro per almeno dieci anni, perché l’Italia e il mondo devono salvare l’Appennino, perché è una terra sacra, è una terra che ha un patrimonio naturalistico e culturale unico al mondo.

 

 

Sentite bene

 

Il governo è caduto il 4 dicembre…
è stato nominato un ministro per la coesione territoriale
ma non sono state ancora assegnate le deleghe…
praticamente non ci sono soldi da spendere
perché non si capisce chi deve tenere il portafoglio in mano.

Faccio appello direttamente al segretario del partito che governa il paese: se davvero ci si vuole liberare dagli indugi
è ora di agire…
è iniziato il quarto anno della programmazione europea
e abbiamo speso il tre per cento dei soldi disponibili.
Vi pare possibile?
L’Appennino trema e frana
i giovani potrebbero essere messi al lavoro subito
in un grande cantiere Appennino….
E se non abbiamo i soldi
ricordiamoci che c’è un mondo intero che potrebbe essere interessato all’Appennino…
Fra tre mesi c’è il G7, su quei tavoli va posta la questione Appennino.

 

 

Prima del paradiso

 

Ho provato in tutti i modi stamattina a smuovere le acque sul problema dell’Appennino. Ora sono solo addolorato. Ho avuto poche risposte. Ma me le tengo care. E mi tengo cari già da adesso tutti i giorni in cui non sarò in questo mondo, tutti i giorni consegnati senza lingua e senza mani al grande mistero che chiamiamo nulla. Noi intanto ne abbiamo costruito uno più piccolo nella piccola comunità degli umani. E la mia impazienza feroce di demolirlo, senza sapere da che parte colpire, perché questo nulla è lontanissimo e vicinissimo, è nel tuo cuore e in quello dei tuoi amici e in quello dei tuoi nemici. Il nulla di cui parlo è l’addio a una storia condivisa, la regola che ognuno scambia il proprio sguardo come l’unico possibile. Non c’è una cantina degli sguardi dove portare i propri occhi. Il novecento aveva tentato attraverso le grandi narrazioni di infilare gli uomini in un progetto planerario. È finita in tragedia. E ora la tragedia prosegue e pare che in ogni forma della nostra vita riusciamo solo ad alimentarla ulteriormente, anche se in forma diluita, sonnolenta. Non devi parlare quando hai torto, ma ora non devi parlare neppure quando hai ragione, non devi aspettarti che se trovi una verità questa venga condivisa. Anzi, la verità che porti è un’offesa a tutte le menzogne in circolazione. Il potere è riuscito a calarsi tra i giovani, tra gli inermi, tra gli sconfitti e ha fornito a queste persone gli occhiali per leggere il mondo come vuole il potere. La voce di un poeta non potrà mai diventare la voce di tanti. Chi compie azioni indegne è assai più noto di chi fa onestamente il suo lavoro. Io oggi ci ho provato un’altra volta ed ho fallito. Ho fallito come fallisce una madre, un operaio, un disoccupato, un anziano. Io oggi volevo uscire e stare nel mondo assieme a qualcuno, volevo lottare oggi e invece pare solo che parli troppo, il tuo fiato ruba il fiato agli altri. Dovrei farmi furbo, parlare ogni tanto, e passare all’incasso. Ma io so che il mio solo guadagno è quando avrò gli occhi chiusi sotto la terra. Lì ogni attimo sarà premio, sarà il paradiso che mi sto conquistando attimo per attimo, il paradiso che non c’è.

 

 

Canto per l’Appennino

 

Ho una spina di dolore
lunga quanto l’Appennino.
Il cielo vomita neve
e gli uomini bugie.
Penso a chi è morto con la neve in bocca
e a questo mio cuore
con la punta storta,
questo mio cuore che oggi
ha urlato tutto il giorno
per l’Appennino.
Fate presto
dissero una volta
sul giornale,
io adesso dico:
mettete per una volta la testa nelle stalle,
restate vicino al fuoco con una vecchia
a capo chino,
camminate nelle vie più alte
dove le case sono chiuse.
Passerà la neve
e passerà il terremoto,
ma noi resteremo al nostro posto,
alberi, fontane, strade abbandonate,
cielo di stelle e di poiane.

 

f.arminio