IL MONDO È SENZA SPAZIO

In Italia ci sono luoghi famosi in cui va tanta gente. A volte però questi luoghi hanno poco spazio. E non è bello starci dentro, è come se la bellezza diventasse un soffocamento. È una sensazione che ho avuto recentemente a Stromboli e a Procida. E in questi casi me la prendo col turismo. Ora mi sono fatto l’idea che il turismo è la peste del ventunesimo secolo. Forse semplicemente la peste è ognuno di noi, per come siamo diventati, siamo tutti degli appestati, onesti o disonesti, colti o ignoranti. La questione non è il mondo, ma siamo noi. Siamo colpevoli per i posti dove andiamo e per quelli dove non andiamo. La vera emergenza di questo tempo è l’antipatia degli uomini verso gli altri uomini. Il razzismo è la declinazione più pericolosa di questa antipatia. In verità è come se non sapessimo più farci compagnia. Una stretta di mano, mangiare un gelato assieme, passeggiare: è come se quello che facciamo non bastasse mai, come se avessimo sempre bisogno di fare altro. La peste siamo noi quando facciamo i turisti e quando stiamo a casa. Abbiamo riempito il mondo di miliardi di io e l’io ingrombra più del corpo, è come uno scatolone vuoto, pieno di parole vuote. E il mondo è senza spazio.

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Il mondo è diventato una nuvola

Siamo ancora capaci di guardare il mondo? Possiamo ancora emozionarci, meravigliarsi davanti alla bellezza del mondo? Forse si, forse accade ancora, ma sono accadimenti brevi, fugacissimi. È che siamo storditi. Anche la giornata più ordinaria porta con sé troppe cose. In un giorno incontriamo tante persone, gli incontri in rete comunque sono incontri e le parole sono parole e le emozioni sono emozioni: è tutto vero e tutto falso ed è tutto un ronzio che ci sfinisce. Per guardare il mondo ci vuole un poco di silenzio, bisogna restaurare le vigilie. Adesso le cose accadono una dietro l’altro, le attacchiamo senza tregua, senza spazi vuoti: magari ascoltiamo un messaggio mentre ci laviamo la faccia, parliamo al telefono mentre guidiamo, decidiamo un amore villeggiando al sole di facebook. I luoghi possono ancora essere visti, ma non basta andare in un luogo, bisogna aver cura di vedere poco, di fare poche cose in un giorno, di lasciare un poco di vuoto in mezzo alle giornate. L’assillo di esserci rischia di farci diventare sempre più irreperibili a noi stessi e agli altri. E il mondo diventa vago e imprendibile come una nuvola.

CRUSCA

A Crusca ora tutti puntano al centro, nessuno vuole stare in periferia. E chi si sposta al centro poi vuole stare ancora più al centro, vuole stare in piazza. E chi sta in piazza vuole stare nella casa al centro della piazza. E cosi tutti gli abitanti di Crusca stanno nella stessa casa, un poco stretti, ma felici.

Scotellaro e Kafka

“Il serpente nero, steso sul muro, era mio padre che mi sbarrava il passo. Tutte queste malattie di oggi sono perché hanno spogliato i boschi perché prima rimanevano soffocate nelle chiome degli alberi.”

Leggendo questo frammento di Scotellaro mi è venuto in mente Kafka. Un accostamento che mi pare di non aver mai letto negli scritti sul poeta lucano. Troppo facile ed evidente la via del “poeta della libertà contadina”. A me pare ci sia altrettanto evidente un poeta scuro, ingabbiato. E allora vado a cercare tra i suoi versi sostegni alla mia improvvisata tesi. Ecco il primo:

I topi sentono gli occhi/ quando mi sollevo a vederli./ Si muovono con gambe lunghe/ di uomo nella stanza./ Resistono perché sanno/ che anche io alla fine mi addormento/ e per loro sarà libero giuoco./ La coda è la grande ala/ che raschia e con quella/ il topo vola dai buchi/ pallottola dall’animo/ dei fucili al bersaglio./ O mio cuore antico, topo/ solenne che non esci fuori….

Ecco il secondo:

Come le mosche moribonde ai vetri/ scorrono ai cancelli i prigionieri,/ è sempre chiuso l’orizzonte.

Ecco il terzo:

Il balcone, la tempesta, mio padre un punto nero./ Mio padre un punto nero/ si mette al balcone/ a sentire la tempesta.

Ecco il quarto:

Ho le carni verdi del fanciullo battuto./ Vado coi quaderni al petto/ infilo parole come insetti,/ mi tengo la testa in altro mondo,/ non seguo più gli orari/ dell’alba e del tramonto.

Ecco il quinto:

Chi non dorme nel mare sonnolento/ delle ristoppie unite, sulle spoglie/ dei calanchi, gli abigeatari./ Scansàti alle tamerici,/ sulla sabbia accolta del fiume,/ gettano i mantelli neri,/ amano il loro mestiere, uomini sono gli abigeatari, spiriti pellegrini della notte, si cibano all’alba.

Ecco il sesto:

Nei padri il broncio dura così a lungo./ Ci cacceranno domani dalla patria,/ essi sanno aspettare il giorno del giudizio./ Ognuno accuserà. Dirà la sua/ anche la vecchia sbiancata dai lampi…

Ecco il sesto:

Nella grotta in fondo al vico/ stanno seduti attorno la vecchia morta,/ le hanno legate le punte/ delle scarpe di suola incerata./ Si vede la faccia lontana sul cuscino/ il ventre gonfio di camomilla./ È un ritratto tutto piedi/ da questo vano dove si balla.

Questi sono versi che forse non dicevano molto ai grandi sostenitori di Rocco Scotellaro. Per Carlo Levi e Manlio Rossi D’oria era inevitabile leggere il poeta di Tricarico sotto la lente del loro grande magistero civile. Un magistero che non impedì a entrambi di vedere che Rocco non parlava solo della Lucania e del Mezzogiorno, ma delle angosce di una “pericolante giovinezza”.

Io non sono un critico letterario. Ho sempre letto gli autori per derubarli più che per capirli. Ora mi dispiace che non ho segnato in rosso la parola gabbia leggendo le poesie e quindi non posso citare i versi che per prima mi hanno indotto a questa suggestione kafkiana. Mi pare che in Rocco e Franz ci siano molte similitudini nel modo di sentire la lingua, di muoverla senza sollevarla, di tenerla nuda e aderente al mondo in cui si trova. Forse non conta molto il fatto che uno abbia fatto il sindaco e l’altro l’impiegato. A me sembrano gemelli. E d’ora in avanti proverò a capire da dove viene questa sensazione, magari li leggerò in parallelo, come travi di ferro dello stesso binario.

franco arminio

tre paesi

San Mango ricostruito

più che un paese sembra

un catalogo di materiali edili,

un quadro inclinato sul cavalletto,

una cosa appoggiata, senza radici.

Tante linee, tanti colori,

ma nessuna prospettiva.

 

*

 

Devo tornare a Senerchia

quando non c’è nessuno da ascoltare.

Devo tornarci con una donna

che cammina in punta di piedi

e si allontana tra le case,

cerca quelle più in alto

e lì si va a posare come un’aquila

e mi aspetta.

*

Melito è alla fine di una salita.

Piove e il pomeriggio domenicale

è finito a precipizio dentro il buio.

Il paese ha le luminarie di Natale,

ma il buio è molto vasto,

viene dal cielo e dalla terra.

Il buio è nella mia testa,

nella mia macchina

e quando esco l’unico piacere

è sentire la pioggia

che finisce in un tombino.

 

Un Osservatorio del Sud

 

Documento finale approvato dall’Assemblea di intellettuali,

operatori e uomini di cultura sul Sud oggi e sulle sue prospettive

 

[1^ bozzaLamezia Terme del 2 dicembre 2017]

 

  1. Da troppo tempo il Mezzogiorno reale è senza voce e rappresentazione. Sulla stampa e nel discorso pubblico dominano narrazioni superficiali, stereotipate, sommarie, manipolate e più di recente addirittura “neoborboniche”. Nell’opinione pubblica prevale un’idea di Sud economicamente e civilmente arretrato, impermeabile alla contemporaneità capitalistica, pervaso da particolarismo, inefficienze, corruzione, criminalità. Il Sud come un’”altra” Italia, con meccanismi di regolazione politico-sociale dissonanti rispetto a quelli dominanti, come l’area che deprime le potenzialità di sviluppo e innovazione dell’intero paese. La “costruzione” caricaturale di un Sud altero e inguaribile offre un duplice alibi alle classi dirigenti del Nord: da un alto, attribuire interamente al Mezzogiorno la responsabilità degli affanni del Paese, che senza il Sud sarebbe più ricca e crescerebbe più velocemente, e, dall’altro, invocare sistematici tagli ai trasferimenti pubblici, correnti e in conto capitale, verso le regioni meridionali considerate congenitamente incapaci di farne un buon uso.

 

  1. Le analisi basate su fatti, dati e osservazioni scientifiche mostrano tuttavia che i problemi e i bisogni del Mezzogiorno reale non siano dissimili da quelli del resto del Paese (deindustrializzazione, denatalità, disoccupazione giovanile, imprese sottodimensionate e familistiche, povertà e vulnerabilità sociale crescenti, bassa capacità burocratica, dissesto idrogeologico, evasione fiscale), anche se al Sud si presentano con maggiore intensità, diffusione e persistenza. Le indagini più accurate evidenziano pure che tra Mezzogiorno e Centro-Nord esistono dense complementarietà socio-economiche e ampie sfere di integrazione funzionale, che tendono a configurare una nazione ben più integrata di come viene rappresentata correntemente. Gli studiosi più avvertiti inoltre hanno dimostrato che l’accentuazione recente delle difficoltà del Sud è in larga parte il frutto di politiche economiche sbagliate, come quelle di austerità basate su drastici tagli di spesa pubblica, in particolare sanità, scuola e università, che hanno colpito in modo particolare l’area più debole del Paese, e della forte caduta degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno lungo l’intero decennio della grande crisi post-2007, che non solo ha inibito l’aumento del capitale pubblico meridionale ma non ha neppure consentito di compensare la sua obsolescenza.

 

  1. Il Mezzogiorno non è un blocco di indistinta miseria, familismo, sottosviluppo, mafia. Da decenni è caratterizzato da una moderna stratificazione sociale, anche se in un quadro di persistente deficit di borghesia produttiva. Il Sud soffre innanzitutto per la ristrettezza storica della sua base produttiva, in particolare manifatturiera, che determina allo stesso tempo asfissia dei processi di sviluppo endogeni, disoccupazione strutturale e dipendenza dall’esterno. Ma il Sud soffre con pari intensità di una modesta dotazione di servizi pubblici di qualità, vale a dire di ciò che lo Stato dovrebbe garantire con criteri omogenei e paritari. Tutto nel Mezzogiorno, per risorse e per standard, è di qualità inferiore rispetto al resto del Paese: la sanità, la scuola, gli asili nido, l’università, i trasporti, l’assistenza agli anziani, i servizi idrici. Il Sud mostra come le politiche neoliberistiche creano non solo disuguaglianze economiche tra le classi, ma anche tra i territori, nella  qualità del welfare locale, nei diritti di cittadinanza fondamentali.

 

  1. Il Sud non è solo arretratezza economica e civile, immobilismo e declino. Nei suoi territori sono attivi imprenditori dinamici, imprese ad alta tecnologia, università, scuole, istituti di ricerca, centri culturali e artistici di prim’ordine, presìdi ospedalieri e istituti di cura qualificati, una gioventù studiosa che aspira a essere valorizzata e a operare utilmente per il proprio Paese. Si tratta spesso però di “eccellenze” isolate, di punti vitali che riescono ad affermarsi nonostante le esternalità negative ma che non hanno la forza di contaminare e trasformare il contesto. Al Mezzogiorno odierno non servono dunque gli “interventi straordinari” del passato, perché non è più una società “straordinaria”, e neppure cieca fiducia nei meccanismi di mercato, perché il liberismo ha accentuato le disuguaglianze e le debolezze anziché attenuarle e risolverle. Al Mezzogiorno servono le stesse politiche e gli stessi interventi che servono all’Italia.

 

  1. Il Sud ha bisogno di una strategia e di progetto politico e sociale, nazionale e locale, che valorizzi i soggetti all’interno dei singoli luoghi, con investimenti pubblici non assistenziali; ha bisogno di politiche per legare e federare le esperienze eccellenti, per dare massa critica agli innovatori, per incoraggiare la valorizzazione delle risorse locali e contrastare gli adattamenti regressivi, per interconnettere imprese, persone e comunità del Sud con imprese, persone e comunità di altri luoghi italiani e non.

 

  1. Il Sud, in virtù del clima, della biodiversità agricola, della ricchezza impareggiabile della tradizione alimentare, può rilanciare le sue economie valorizzando il proprio territorio, le sue culture, le sue comunità e il proprio paesaggio in maniera originale. Nel Sud ci sono occasioni formidabili di lavoro per le sue popolazioni nei campi della rigenerazione urbana, della cura e manutenzione del territorio, dei servizi avanzati della ricerca applicata, dell’arte, del turismo, della manifattura artigianale e industriale dei suoi beni agricoli e non solo, un potenziale di risorse enorme che può essere valorizzato a vantaggio dell’intero Paese. Senza trascurare che migliorare la sua attrattività civile ed estetica richiama economie, lavori e investimenti utili per il Mezzogiorno e per l’Italia, alimenta aspettative positive.

 

  1. Il Sud non ha bisogno di un nuovo partito ma piuttosto di partiti profondamente rinnovati nei contenuti programmatici e nelle forme di funzionamento, nella cultura politica e nella capacità di radicamento nei contesti territoriali, del Sud e del Nord. Il Sud ha piuttosto bisogno di una nuova visione e di un nuovo linguaggio. Ha bisogno di un radicale ripensamento della crescita economica fine a sé stessa, della concorrenza come gara distruttrice nel lavoro e nella produzione, rammendando che lo sviluppo economico deve oggi tener conto dei limiti ambientali del pianeta. È tempo di dare spazio a nuove parole, che guardino alla qualità dei beni e della vita: ai termini benessere e felicità collettiva, all’economia dei luoghi e della conoscenza, alla cooperazione, alla condivisione, al tempo liberato, alla creatività, alla cura del territorio e della natura come beni comuni e nostra casa. Siamo immersi in società opulente e che solo l’abissale iniquità con cui è distribuita la ricchezza ci costringe a vivere come se fossimo agli esordi della prima rivoluzione industriale.

 

  1. Il primo compito degli intellettuali è contribuire alla costruzione di un’immagine non stereotipata della società e delle condizioni di vita nel Sud d’oggi; raccontare e analizzare ciò che si muove e cambia e ciò che frena il cambiamento; i percettori di rendite che alimentano intenzionalmente l’immobilismo e i ceti che innovano produzioni, servizi, istituzioni; chi beneficia dell’arretratezza e chi la combatte; il Mezzogiorno buono da quello cattivo. Compito degli intellettuali è anche quello di proporre scenari e indicazioni di prospettiva sostenibili per il Sud, rispondenti ai bisogni reali delle comunità locali, favorendo la loro diffusione nella vita pubblica in modo da influenzare e condizionare positivamente i decisori politici e non. Oggi che i partiti non sono più “intellettuali collettivi” in grado di produrre progettualità sociale e visione di lunga lena, è più che mai urgente attrezzare “forze terze” in grado di farsi ascoltare, di incidere nel dibattito pubblico e nelle dinamiche politiche, di influenzare le scelte di governo.

 

  1. Per iniziare questo nuovo e lungo cammino, l’Assemblea avanza l’idea di dare vita ad un Osservatorio del Sud, uno strumento “leggero” ma stabile, rivolto a rappresentare, in termini analitici e culturali, le ragioni del Sud, ma senza mai perdere di vista quelle dell’intero Paese. In particolare, si propone la costituzione di un Osservatorio sotto la forma di un sito on line finalizzato a sollecitare e raccogliere contributi di analisi e di proposte sul Sud d’oggi, nonché a segnalare eventi, opportunità, iniziative, lotte, esperienze e pratiche politiche e culturali innovative che si realizzano nelle regioni meridionali. L’Osservatorio dovrebbe aspirare a rompere il lungo silenzio sul Sud da parte di forze politiche e sociali dando “voce” a chi studia e analizza con rigore i problemi del Mezzogiorno; ai gruppi che al suo interno combattano battaglie quotidiane per affermare diritti civili negati, per contrastare criminalità, clientelismo, rendite e status quo; a chi pratica e alimenta innovazione sociale e istituzionale; a chi si dedica con gratuità alla cura delle persone e della natura; a chi non ha perduto il gusto della denuncia informata di disuguaglianze inaccettabili, sprechi, brutture, soprusi, inefficienze pubbliche e private; a chi continua a credere nell’azione collettiva e nel conflitto come fattori determinanti del cambiamento e della trasformazione degli assetti sociali dominanti; a chi non ha perduto la speranza che un mondo migliore sia possibile e perseguibile.

 

cibo per gli uccelli

Fai conto che non hai nulla,

che non sei nulla,
confida nel fatto che respiri

e l’aria la trovi ovunque,
non trattenere, non aggrapparti
a niente,

trascura gli indifferenti,
metti a disagio i tranquilli, spogliati,
butta il cuore nel cestino,
lascia che la tua lingua si affacci alla finestra,
qualcuno verrà a baciarla,
oppure sarà cibo per gli uccelli.