LA BELLEZZA DELL’ARIA (“LA NATURA è UN TEMPIO”)

di Ulisse Fiolo

Valle Averto

Il 14 settembre scorso, probabile ultimo giorno di questa fugace estate 2013, nell’Oasi naturalistica WWF di Valle Averto a Campagna Lupia (VE) si è svolto un altro dei Reading Poetico-Letterari mensili che l’Auser “Peppino Impastato” di Mira (VE), in collaborazione con alcuni volontari del luogo e dintorni, ha inaugurato ormai circa un anno fa con sentiti riscontri presso la popolazione; stavolta era dedicato alla laguna e più in generale all’acqua: l’intento è quello di sensibilizzare i residenti a tematiche ambientali ed etiche grazie ad escursioni artistiche nei paesaggi dell’anima, passeggiate sentimentali per la ricostruzione di una geografia emotiva che ci restituisca l’appartenenza concreta ai luoghi che ci ospitano, e quindi una cultura e socialità che siano attenzione e cura ad essi ed a noi stessi che ne facciamo parte; in cammino attraverso il cuore dell’uomo in relazione al suo mondo, per mezzo dell’arte: la musica e il canto, il teatro e la poesia – per sentirsi intorno e andare così davvero lontano – dentro: perché esso non batte solo in petto, ma anche lì fuori – ovunque, dappertutto.

Dunque abbiamo passato un rigenerante pomeriggio a contatto col verde, le piante e gli animali che lo abitano in silenzio e discretamente – in questo luogo ancora incontaminato, accanto al mare ma non quello aperto: l’ansa calma della Laguna Sud dove sfociano le vene della Terra, i fiumi che attraversano i nostri paesi arrivando dalle Alpi – in quest’orecchio e bocca rivolta al Mediterraneo e al mondo; noi piccoli ma tracotanti uomini, che siamo appunto humus più acqua al 70%, e ogni orbita di luna solleva in maree che risalgono la gravità, puntando là dove torneremo – alle stelle, che ci accompagnano ben oltre noi stessi, respirando e nutrendoci di tutto per restituirlo a nostra volta al tutto: varcato il confine segnato da uno dei cippi di conterminazione lagunaria risalente al 1600, ci siamo immersi nel paradiso che si apre appena dietro la statale Romea – soffermandoci ad ascoltare le storie locali di Moira Mion, la sensibilità poetica di Antonella Barina, i racconti dialettali di Gigi Miracol, il sentimento per la natura di Gian Pietro Barbieri, la risonanza musicale di Lorenzo Secchi e molto altro, riservatoci dagli intervenuti a questa conferenza della natura, in un fitto dialogo floro-faunistico; in conversazione coi ghèbi e i morari, siamo rimasti in ascolto degli stormi di cormorani in riposo prima della migrazione autunnale, tra le canne palustri e i versi di animali che fendevano il silenzio degli alberi, in un grande abbraccio vegetale composto da tutte le varietà di piante che vivono in queste zone.

Ringraziando anche i nostri gentili ospiti dell’Oasi, nelle persone del Dr. M. Bernardi e della guida S. Borella, pur essendo purtroppo assai spesso assenti le figure istituzionali, auspichiamo che esperienze di armonizzazione culturale come queste possano crescere ed espandersi nei nostri Comuni: affinché si risvegli il bisogno di una riappropriazione emotiva dei luoghi, di un contatto profondo tra il nostro ed il cuore della Terra e dei singoli posti che ci ospitano; perché occorre oggi più che mai tornare alle fonti e sentire l’amore per questi paesi, percepire il respiro e la voce dei luoghi: fidanzarsi con l’aria, l’acqua, la terra e la storia, conoscere (ma biblicamente, carnalmente: con le viscere, prima ancora che con la ragione, comunque necessaria – è questione di appartenenza e radicamento: essere parte di qualcosa che appaga e nutre anzitutto lo spirito, oltre al corpo e senz’arrivare alla bulimia attuale) il nostro pianeta che è un tempio e lo stiamo invece violentando come mai prima; è necessario: perché siamo fatti di questo e vivendoci a contatto riscopriamo di avere un senso, un destino e pure un’autentica gioia nei ritmi che regolano l’equilibrio ecosistemico (oltre a un rilancio pure economico, economia reale e davvero sostenibile: non c’è altra via, mai c’è stata né mai ci sarà – la bolla tecnologico-finanziaria è già scoppiata, è una stella esplosa ormai divenuta buco nero che tutto risucchia; vi siamo ancora impelagati, ma basta cambiare la qualità dell’attenzione per capirlo e uscirne); o si comprende che affondando il coltello nella schiena della natura ci stiamo suicidando, o non ci sarà più nessun futuro, smaltita la sbornia del progresso a ogni costo – in quest’epoca di contraddizioni già ribattezzata antropocene: o così, o finirà davvero tutto – perché l’era del cemento verrà prima di quella della pietra.

Ulisse Fiolo (musicista e poeta) – 17/09/2013, S. Maria Assunta di Campolongo Maggiore (VE)

Annunci

Carlo Mattioli. Il poeta dell’albero e del paesaggio

Opera di Carlo Mattioli Carlo Mattioli nasce a Modena nel 1911, muore a Parma nel 1994. E’ un maestro della pittura italiana del novecento, che ancora in pochi conoscono. Un artista molto amato da poeti come  Attilio Bertolucci e Mario Luzi.

I due poeti riscontravano nella sua pittura una sorta di codice rigenerativo del paesaggio.Una nuova possibilità di mirarne gli elementi, il linguaggio, i segni.

I paesaggi di Mattioli sono il risultato di un tentativo di accostamento alla “miniera mistica” nascosta sotto all’evidenza delle cose immediate. Non era un naturalista, né un realista, ma, senza annullare naturalità e realismo, riusciva a rintracciare con le sue visioni il nocciolo magico dei suoi alberi; intorno ai quali il paesaggio si ri-addensava, ri-configurandosi intorno all’albero totem.

In questo modo la visione delle sue opere è come il risultato di un alchimia, in cui la scena del mondo ripristina il suo gioco di corrispondenze; cadenzandosi in immagini in cui la materialità delle cose si mostra nel suo essere scoria e completezza, opacità e chiarezza.

Il non finito di Mattioli è il foglio bianco o la tela lasciata senza colore, per mostrare il processo della materia (della natura) nell’ attimo prima che la visione diventi completa, appagante. L’appagamento per Mattioli resta comunque un qualcosa di transitorio, che contiene in se un falla, una mancanza : l’ “anello rotto che non tiene” di montaliana memoria. In questo spazio non dipinto, in questo lacerto di bianco, si nascondono gli effluvi rizomatici, che dalla profondità della terra salgono in superficie affinchè possa compiersi (manifestarsi) l’oracolare presenza dell’evidenza.

La Dickinson amava ripetere che “il divino non è altro che la realtà (naturale) rivelata”.

La pittura di Mattioli sembra tener conto di questa saggezza, facendo di essa una vocazione costante per la vita, come per l’arte.

Il soggetto-albero ripetuto all’infinito è la dimostrazione che, molto spesso, l’esercizio del fare arte è una vera e propria preghiera. Un modo per ripassare il rosario del mondo, a prescindere da dei e lari, da spiriti o divinità arboree. Per questo aspetto, Mattioli , potrebbe essere accostato all’arte “divinatoria” di Giorgio Morandi che, immerso in una specie di monastero psichico, guardava il mondo da una cella in cui le bottiglie (dipinte a ripetizione) diventano il medium attraverso il quale Morandi si sforzava di “intrattenersi nel mondo”, di scongiurare la “crisi di presenza”

(due rischi sempre in agguato nella vita di un artista che decide di “non voltare le spalle alle cose”, rifiutando di rifugiandosi nelle comodità umane, troppo umane dei suoi simili).

Mario Luzi, dell’arte di Mattioli, scriveva: “...Mattioli è un artista elementare, assorbito dalla osservazione delle forme e degli episodi della natura fino a un certo purissimo grado di immedesimazione sensuale e mentale non mai però fino al punto di comprimere la sua propria misura contemplativa, da farle torto.

Per quella sua elementarità, unita alla rara delizia del suo dipingere (è dei pochi pittori ad averne custodito il gusto) per quel suo affidamento contemplativo a Mattioli è accaduto di cimentarsi in prove che avrebbero dissuaso chiunque, e a ragione: infatti a nessun altro sarebbe stato possibile non soccombere alla ovvietà dell’assunto e alla pedanteria da erborista o da minerologo di certe suites da lui puntigliosamente allineate, le suites dedicate a cespi, pietre, rovi; più recentemente ai cieli. »

Di Carlo Mattioli è in corso una mostra a Roma , presso il Braccio di Carlo Magno , Piazza San Pietro , Vaticano. Fino al 13 novembre 2011.

Antonio D’Agostino

il sito ufficiale :  http://www.carlomattioli.it/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1