Ipocondria, paesologia, poesia, politica

di Francesco Ventura

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1. L’angustia e l’ampiezza
Alla lettera è “studio dei paesi”. Si sa però che la Paesologia non è una disciplina. È un nome coniato per indicare qualcosa che ancora non lo aveva. Per adesso ci si può contentare di una sintesi: la parola indica un percepire la mutevole molteplicità delle relazioni col corpo immerso nell’incombenza della morte. Trova perciò nutrimento nella più angosciosa delle paure: il terrore dell’annientamento. Un senso del morire portato in luce dal popolo greco quasi duemilacinquecento anni fa e divenuto universale.
Ma perché poetare la paura della morte proprio nelle relazioni paesane? Forse perché l’artista che la va testimoniando abita un paese da quando è nato? O perché si continua a declinare in varie forme la “questione meridionale”? E insieme perché in ogni dove il Sud è l’eterna vittima sacrificale del Nord? Oppure perché l’estendersi di immensi agglomerati urbani ha provocato una commozione geografica, lasciando i paesi nella desolazione? O ancora, perché il culto contemporaneo del patrimonio si commuove alla vista dei borghi incastonati in un paesaggio colmo di tracce di ciò che non è più?
Se il senso di “paesologia” non lo si risolve nelle molteplici suggestioni che la brillante invenzione poetica suscita, allora lo si deve ricercare nelle più remote radici della parola “paese”. Un modo per mettere in luce la non contingenza della relazione serenamente tragica tra ipocondria, paesologia, poesia e politica.
Quella “festa dell’intelligenza” che fu Giovanni Semerano, andando oltre l’immediata derivazione da pagus, “villaggio”, vede le radici di “paese” in parole come paco, “pacificare”, “stringere un patto”, e in altre che rinviano a “rete a maglie strette”, o a ciò che è “angusto” e “conclusivo” [Le origini della cultura europea, vol. II Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee. Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Leo S. Olschki, Firenze 1994, pp. 499-500].
Un senso duplice, frequente nel linguaggio. Da un lato la volontà di pacificazione – che va tenuto presente è scopo di tutte le guerre – è il tentativo di porsi al riparo da lotte mortifere e da catastrofi naturali. Dall’altro, l’angustia vincolante delle relazioni sociali e spaziali, propria dei luoghi serrati, che è implicata da ogni forma di sicurezza. La libertà riduce la sicurezza e viceversa.
Il poetare di Arminio sembra testimoniare il senso remoto di “paese”: «Matera […]. Qui non ci sono case sparse, tutto è connesso e intrecciato […]. Case piccole come cellette d’api […]. Città ipnotica in cui circola un’atmosfera antica nella quale ancora un po’ si può guarire andando dietro il paesaggio, disonorando la civiltà dell’ampiezza» [F. Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Milano 2013, p. 85].

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La paesologia come rivoluzione erotica e viandante

Da domani ad Aliano, nell’Appennino lucano, inizia un festival unico. La paesologia come rivoluzione erotica e viandante

Oggi è uscita una bella pagina su IL MANIFESTO. Ecco il testo. fate girare. chi non viene ad Aliano sia generoso. 

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foto di Michela Pozzi

Foto: Michela Pozzi

LA LUNA E I CALANCHI,
Festival della paesologia, dal 29 al 31 agosto, Aliano, Mt

La forza della poesia e la forza del luogo, l’idea che bisogna partire da una fonte che sia nostra. Ecco Aliano, un’esperienza aperta all’impensato, una tre giorni di cose intime e di passioni civili. Una cerimonia dei sensi contro l’autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. Tre giorni in cui il sud creativo prova anche a essere un sud corale. Un festival leopardiano, una serena obiezione alla modernità incivile. Ci saranno oltre cento ospiti e molti visitatori provenienti da tutta Italia. Non spettatori, ma turisti della clemenza, attori di una rivoluzione lieta, senza ire. Ad Aliano ci congediamo dal vecchio secolo, entriamo nell’epoca dei luoghi, indichiamo un piccolo paese come capitale di un grande sogno: l’Italia come luogo di raduno degli spiriti insofferenti alla dittatura dell’economia. Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se comunità provvisorie. E rompere gli steccati delle discipline, rompere la grande separazione della politica dalla poesia. La festa della paesologia non ha bisogno di proclami, è un racconto senza approdi predefiniti. Andiamo, andiamo insieme ad Aliano. Andiamo nei calanchi piuttosto che infilarci al casello del pensiero unico. La nostra chimera non è la crescita, la nostra chimera è la poesia.

Ecco un luogo dell’Italia, l’Italia che non è annegata in un mare di cemento e di merci. Molti lo hanno capito che venire ad Aliano non è partecipare a un festival come tanti, è darsi a una nuova militanza civile: la poesia.

Ho partecipato a una passeggiata notturna nel paesaggio intorno al mio paese. Eravamo quasi duecento persone. Un partito oggi mette insieme tante persone solo se le paga. Guardare il paesaggio, camminare, stare insieme: ovunque si diffonde una nuova sensibilità rivolta all’antico. In fondo ad Aliano facciamo qualcosa di simile. Sarebbe bello se nel prossimo autunno le persone disertassero i divani e rimanessero pronti a cercare gli altri, un autunno di comunità e di poesia. Sarebbe la vera fine degli ignobili che ancora stanno in scena.

In questi giorni ho capito una cosa: abbiamo una sola strada, la clemenza, la dolcezza. Chiedere scusa e ringraziare. Ecco altre due cose che dovremmo fare ogni giorno. C’è sempre qualcuno a cui dovremmo chiedere scusa. E qualcuno da ringraziare.

Quando si pensa alla rivoluzione si pensa ai cortei, alle urla e invece la rivoluzione si può fare anche a bassa voce, è un compito per gli angoli bui della giornata, una faccenda intima prima che corale. La rivoluzione forse si può fare con mitezza, uscire dal mondo delle merci poco alla volta, con le forze che abbiamo, senza arroganze, senza proclami, uscire fuori e salutare chi arriva e chi parte, guardare la morte e la bellezza, usare il silenzio e la parola, farlo con calma e con urgenza, c’è ancora tempo, ad Aliano c’è ancora tempo.

Venite ad Aliano per “un eros vago, lontano, come una stretta di mano”.

La paesologia è camminare nei paesi. Camminare fa bene quindi fanno bene anche i paesi. Se gli italiani andassero in giro per i paesi, se camminassero tre ore al giorno la farmacie e i medici guadagnerebbero assai meno. Un governo occidentale oggi dovrebbe come prima cosa far camminare le persone. L’ossessione della scrittura in questi anni mi ha fatto camminare poco, ma abbastanza per capire che non c’è un antidepressivo migliore.

Dormo poco, dormo sempre meno. Appena esce la luce del giorno sono sveglio, ho urgenza di andare nella luce. Mi sto allenando alla tre giorni non stop di Aliano, il programma è fermo solo dalle sette alle dieci del mattino. Il Sud può continuare a denigrare il Sud che gli sta accanto, può succedere quello che succede da sempre, possiamo continuare a ubriacarci di rancore e diffidenza, ma qualcosa ormai si è mosso, una pietra si è scastrata, c’è uno spiraglio di luce. Ed è per questo che mi sveglio così presto, l’alba mi presta le sue scarpe, andiamo Arminio, andiamo ad Aliano.

Aliano dice all’Italia fatti dolce e lontana e silenziosa, torna agli ulivi, al grano, al fazzoletto pieno di sudore quando la giornata era una cosa sola: serpente fischio pianto sole e non il mosaico di plastica che c’è adesso. Aliano dice all’Italia che molto abbiamo perso, forse l’essenziale, e dobbiamo sentirlo e piangere e ridere e tornare davvero alla nostra terra, stare davvero qui dov’eravamo.

La modernità incivile ha ancora i suoi fanatici, la miseria spirituale dilaga. Chi è in esilio, chi è orfano, chi è a disagio deve trovare compagnia alla sua solitudine, non deve buttarla. L’idea della morte non si può diluire col divertimento o con l’orgia delle merci. L’idea della morte si sostiene con la poesia, con l’esposizione di quel che siamo. E se esponiamo la nostra paura o il nostro delirio o la nostra ossessione, se esponiamo il gioco profondo che ci muove, dobbiamo incontrarci nello squarcio, non sulla vernice fresca del compiacimento e del conformismo. Ad Aliano io penso a una comunità di squarci, a una comunità delle fessure, a un abbraccio degli orli. Dunque un festival del bilico, una cerimonia dei sensi che all’improvviso si verticalizza, si fa notturna, metafisica. Dal vuoto dei calanchi al vuoto della luna. Un festival lieto e dolente, per chi non vuole dissolvere misteri con l’abbaglio della ragione, per chi non vuole irrigare il mondo con le proprie opinioni, ma vuole solo guardarlo.

Suonare, scrivere poesie, fare film non serve a niente. Solo se capiamo questo possiamo suonare bene, scrivere buone poesie, fare bei film. Ad Aliano la poesia esce dalla pagina, la musica dallo spartito, il cinema dalla pellicola. Non esiste più la letteratura, non esiste più la musica, non esiste più il cinema. C’è un unico grande spazio in cui avviene tutto, una fornicazione universale delle anime. In questo spazio confuso e convulso bisogna sapersi scegliere i vicini, sapere che facilmente diventano nemici. Gli esseri umani e i luoghi ogni giorno ci danno scene diverse, la mutazione non è più dei secoli ma dei minuti. E allora non ha senso un festival che onora un’arte, non ha senso un festival che organizza la distrazione degli schiavi per poi riportarli al lavoro. Ci vuole una storia più semplice: ritrovarsi con lo smarrimento e con lo sfinimento in cui siamo. E leggere, suonare, filmare, farlo perché non serve a niente.

Il capitalismo è morto, ma i capitalisti sono vivi e vegeti. Anche l’egoismo è morto, ma l’egoismo è ancora un abito comune. Non siamo in condizione di cambiare il mondo, di cambiarlo tutto, ma possiamo praticare, dove è possibile, nuove forme di comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. A fine agosto ad Aliano c’è una comunità che si crea e poi si dissolve. Non è un disegno, non è una rivoluzione, è una festa in cui è lecito mettere assieme anche i dubbi e gli affanni. Nemmeno questo è il nostro tempo. Forse non è neppure il tempo dei nostri nemici.

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Viaggio nel cuore delle piccole comunità

Se lo sguardo di Pavese fotografava colline, storie, uomini e paesi, con un’ampiezza niente affatto provinciale e la Versuta di Pasolini chiudeva il mondo avanzato fuori e ricreava in una veste tutta locale un rustico salotto letterario, guardando ad entrambe, è sorta a Durazzano “l’accademiuccia”, gruppo di incontri e discussioni, dove il contemporaneo si innesta alle storie paesane. Discorsi su e intorno ai paesi, parlando anche dei e nei dialetti diversi.  Confrontarsi con chi da sempre vive in piccoli centri o con chi ha scelto di viverci. L'”accademiuccia” è come la piazza del paese, riconoscibile, accessibile a tutti. La piccola chiesetta di San Rocco o le case di campagna ospitano il gruppo, per parlare di ciò che si è diventati e proporre idee, spazi, ipotesi sul fare, per riaccendere il senso dello stare insieme. Non contro la tecnologia o il progresso, ma nel riuscire a trovare la giusta misura delle cose. È dai piccoli paesi del Sud, dimenticati, bistrattati, sconfinati, rivenduti, umiliati che sta nascendo quello che il paesologo Franco Arminio ed il blog di “Comunità provvisorie”, definiscono “un nuovo umanesimo delle montagne, delle colline e delle pianure, un nuovo modo di abitare, di stabilire relazioni tra gli uomini e, tra gli uomini e la natura”.

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Franco Arminio: i Paesi della Speranza

Metto qui una recensione a “Viaggio nel cratere” uscita sul Blog “dietro Le Quinte”.

Vi ricordo l’appuntamento del 21 dicembre a Atripalda. Invito Salvatore D’Angelo a definire  e comunicare sul blog l’orario dell’appuntamento.

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di  Giulio Traversi

«Credo che stare in un paese aiuti a capire come va il mondo o come non va». È bizzarro, eppure penso che sia proprio così. Nelle città non accade più nulla. Nei paesi è lo stesso, eppure il nulla si può osservare, perché si può respirare ancora un’aria dimenticata d’umanità e parola. Il tempo lento combatte il cemento armato. La stasi infligge i suoi dubbi alla noia delle storie e delle parole che non appartengono a nessuno. Ma i paesi dell’Irpinia, racconta Franco Arminio in Viaggio nel cratere (Sironi Editore, 2003), non sono più come una volta. Il terremoto dell’Ottanta li ha modificati. È arrivata la ricostruzione, i contributi e gli scempi architettonici. L’emigrazione aveva prima fatto abbandonare i centri storici e chi è ritornato in questi luoghi vive ormai nelle case coi garage e cancello automatico. Dalla piazza al divano, questa è la rivoluzione della società incivile degli ultimi quarant’anni. Franco Arminio come in un diario descrive i luoghi dell’Italia meridionale, e passa in rassegna tutti i paesi al confine tra Campania e Basilicata. Un catalogo amaro e impietoso di solitudine e desolazione, dove sono più i funerali che le feste di compleanno. Sono parole durissime e contraddittorie, mosse da amore e odio per la propria terra, quelle destinate a Bisaccia, paese di vizi e indugi, una specie di cicuta per gli abitanti; ma è sempre Bisaccia ad essere il migliore di tanti altri paesi o città, perché qui resiste un’aura spirituale, quando ovunque persiste il trionfo della miseria di cuore. Allora, scrive Arminio, il mondo a furia di ingrandirsi si è rimpicciolito. La globalizzazione, il cemento, il consumo di massa, ha reso le città uguali a se stesse. Lì non c’è nulla di nuovo. Nei paesi, invece, anche se c’è l’impronta dell’orrore del mondo occidentale, rimane nell’aria, nei ruderi di paesaggio, negli scempi evitati e nelle attese, nel ricordo e nel ritmo di una vita metafisica, la possibilità di una civiltà spirituale: l’unico luogo in cui avrebbe senso per un artista vivere: sentire il deserto, cercare Dio pur conoscendo il diavolo. Nel 2003 Franco Arminio ha dato vita con questo libro al genere editoriale della “paesologia”, una via di mezzo tra etnologia e la poesia.

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diario irpino

Antonella Tarpino per Comunità Provvisorie

Fine settembre, primi ottobre: Da Pomigliano d’Arco (passando per Bisaccia) ai paesi abbandonati di Carbonara e Conza della Campania.

Aereoporto di Caselle: il profilo rotante di una Freemont (tra gli ultimi modelli Fiat, dove è evidente che il design di Giugiaro si è involato in Germania) mi ricorda che la prima tappa del breve viaggio in programma è a Pomigliano d’Arco, la festa della Fiom: la seconda, che mi preme particolarmente, l’Irpinia. Sono già stata in Irpinia, a Cairano, la prima volta, partecipando al Festival del 2010 e incontrando Franco Arminio; qualche mese più tardi risalendo da Sud ho puntato su Calitri, ricordo le maschere apotropaiche sui muri delle case antiche, la targa con le parole di Francesco De Sanctis, le vie strette e colorate. C’è un’atmosfera particolare che mi attira di questa regione: aspra, ventosa (come sottolineano le braccia dalle movenze ritmiche delle ubique pale eoliche) di continuo contraddetta però dalle curve smussate dei prati e dai verdi e gialli sfumati del paesaggio. Torno: anche perché da un po’ di anni mi occupo della memoria dei luoghi abbandonati e ho una meta precisa. Anzi due: Conza della Campania e Carbonara. Conza, so che l’avrei visitata da quando ho scoperto che il terremoto del 1980 ha riportato in superficie l’antico Foro romano. Interi abitati che rovinano al suolo mentre millenarie rovine ritrovano una nuova, pur inerte, esistenza. Un gioco crudele quello del terremoto, mi è parso, che gioca con la vita degli uomini così come con le successioni della durata e del tempo. Mi interessano profondamente per capire la differenza tra i tanti abbandoni a lento scorrimento che ho visto fino ad adesso tra le Alpi piemontesi e la Liguria ma anche in Calabria o tra i caseggiati rurali in declino della Bassa padana (non Padania) e gli abbandoni da terremoto. E quanto questo condizioni la qualità della memoria, la percezione del senso del proprio territorio, dato dalle tracce della storia, per chi ci abita. A tutto questo penso quando, svelando subito la mia prossima destinazione, scopro che il delegato della Fiom Napoli che ci accoglie è di S. Andrea di Conza. Il terremoto ha cambiato la vita anche a lui, nei giorni della solidarietà tra le macerie. Lo ha fatto anche diventare da democristiano a comunista. Carbonara, l’ho scoperta invece dalle pagine dei libri di Franco, tante volte riletti. L’antica Aquilonia, distrutta da un terremoto più antico, quello del 1930, e teatro ancor prima, negli anni dell’unità d’Italia, il 1860, dell’eccidio dei cosiddetti gentiluomini. Di Carbonara, Continua a leggere

150 anni

di Franco Arminio, da abitare in edicola

Camillo Cavour vive ad Alessandria, dove dirige l’Agenzia delle Entrate. Ha 62 anni, tra un po’ andrà in pensione, ma la cosa non lo rende affatto felice. È sposato con Imma Magris, la direttrice didattica dell’Istituto comprensivo Torquato Tasso. Soffre da anni di reflusso esofageo. È andato da molti specialisti, ma il disturbo periodicamente ritorna, specialmente la sera quando si siede sul divano a guardare la televisione. Camillo è una persona abbastanza conosciuta nella sua città. A ogni nuova elezione sostiene con oculati slanci il sindaco che puntualmente si rivela vincente. È appassionato di monete antiche, gli piacciono soprattutto quelle romane. Ha due figli: uno lavora alla Borsa di Londra e l’altro fa l’agente immobiliare a Montecarlo. Continua a leggere