Vegliano i libri

Ieri sono andato nell’ennesima libreria storica di Firenze condannata a morte. È una catena nazionale le cui sorti mi erano indifferenti fino a ieri. Poi ho parlato con un commesso che conoscevo, ho letto una bella poesia e ho sentito i libri gridare.
È così, che ho scritto questo.

“(…) ma ora ho intenzione di fare due passi
in questo quartiere quasi silenzioso
che è il mio ritiro invernale, il mio ibernacolo,
e di tenere la mente lontana dalle poesie di altri
anche se sbirceranno dagli alberi
e abbaieranno al mio passaggio travestite da cani del posto”

Billy Collins, Ballistics, 2008.

Chiude anche questa libreria.
Io parlo coi commessi
e sfoglio libri, riviste.

Era una catena nazionale
eppure anche qui qualcosa muore.
Anche adesso.

Piangono i libri
che cambieranno scaffale
viaggiando in sacchetti
forse un poco più scomodi.
Io mi sono seduto
a un tavolino nell’angolo
che non avevo mai notato.
Che bella vista da qua:
alla cassa tutti i libri
si salutano commossi
come a una stazione
e prima dellla porta,
la piazza,
la vita.
Su qualcuno si poserà la penna
su un altro amore bianco
su un altro pipì di gatto
o forse solo altra polvere.

Io che sento i libri gridare
so che qui si farà il silenzio
che accoglie la fine.

Ciò che è certo
è che qui i libri
stavano bene.

 

Firenze, cartoline da una cartolina

Renzi, cavalcando la svolta mediatica su Marchionne, dopo averlo sostenuto a perdifiato quando andava di moda anche a “sinistra”, lo ha attaccato duramente oggi, coerentemente col suo unico valore: la demagogia.

Lasciando un attimo da parte la stomachevole polemica di due stomachevoli di per sè e come nessuno mai, in tanti fiorentini e non, si sono infuriati per la battuta su Firenze. Eppure, senza fare riferimenti a turismo e cose avvenute prima di vent’anni fa, mi chiedo senza risposta: dov’è oggi la ricchezza di Firenze (declinando la parola “ricchezza” nelle sue varie forme)? Mentre spero che sul “piccola” nessuno si offenda, dato che stiamo parlando di un paesone di 350mila abitanti. Altrimenti vuol dire che qualcuno ci vede doppio, o anche triplo.

La verità è che Firenze oggi è in coma profondo.

Resta un’idea romantica di Firenze, presente solo in chi non l’ha mai vissuta e in chi protegge i propri piccoli privilegi locali. Oltre, naturalmente, a un esercito di turisti, osterie che si trasformano in “segoteche” e così via, e i suoi poteri ufficiali e ufficiosi che ormai hanno rubato tutto, anche le mattonelle secolari dalle strade del centro, e escluso chiunque sia fuori dal triangolo magico.
La tengono in vita i residui e le periferie di questa opulenza insensata che odora di imbecillità e di morte, la stessa che ha affondato l’Italia e che in Toscana, per quella sana difesa immunitaria che è la tipica diffidenza dei toscani, sta entrando solo adesso attraverso “forme mutanti” che affondano i denti nella retorica cittadina.

Capisco che sarebbe meraviglioso sopravvivere di solo orgoglio e passato. Capisco anche che questo sia successo davvero negli ultimi vent’anni, a Firenze. Ma non sono disposto a capire la morte insensata che una città si dà quando avrebbe tutto per essere il paradiso, ma che preferisce diventare la cartolina d’un passato irripetibile. Paradiso che riesce ancora ad essere e passato che ancora affiora, quando proprio ci si mette.

È proprio questo, in fondo, che allo stesso tempo innamora e fa incazzare di Firenze.

Luca Buonaguidi, “Firenze non dice, attraversa”, 2012

Altrofest – 29/30 Settembre a Le Piagge, Firenze

Altrofest è un sogno. Altrofest è una festa. Altrofest è un festival. Altrofest è l’altro.

Altrofest parlerà di economia alternativa, consumo critico, creatività, cultura e convivialità, osservati dalla prospettiva della periferia.

La periferia, che è il cuore del progetto Altrofest, non è da considerarsi solamente un luogo geografico: periferia è anche ciò che è delocalizzato rispetto al centro delle città ma anche tutto ciò che resta ai margini, e che dai margini cerca di costruire alternative attraverso la creatività, tessendo reti di relazione, vivendo il territorio e le persone che lo abitano come risorse, per costruire comunità (r)esistenti e abitare la diversità.

A partire da un luogo simbolo per la città di Firenze come il quartiere de Le Piagge, periferia sia geografica che sociale, e coinvolgendo la città di Firenze e non, all’insegna della creatività e della convivialità, del senso dell’altro e dell’incontro, della tutela dell’ambiente e della molteplicità del reale, in un’ottica di condivisione comunitaria di tutte quelle buone pratiche che incidono, a partire dal gesto quotidiano del singolo, sul miglioramento della qualità della vita della collettività.

Altrofest

SABATO 29 SETTEMBRE

DOMENICA 30 SETTEMBRE

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La Comunità delle Piagge nel corso degli anni si è organizzata in alcune strutture che hanno soltanto la funzione di “contenitori” delle tante attività che si svolgono all’interno dell’esperienza comunitaria.
L’associazione e le varie cooperative non sono fini a loro stesse, ma sono considerate strumenti leggeri che permettano di realizzare e mettere in atto idee e progetti che nascono nel territorio delle Piagge: nascono per morire quando non ci sia più necessità di loro. L’associazione di volontariato Il Muretto, la cooperativa sociale di tipo A Il Pozzo e la cooperativa sociale di tipo B Il Cerro, infatti lavorano insieme, cooperano fra loro interagiscono e si fondono all’interno dei più svariati progetti, con il medesimo obiettivo di restituire dignità ad una parte di città troppo spesso dimenticata e per sperimentare percorsi alternativi di socialità, di scuola, di educazione, di lavoro, di economia.

La rappresentazione delle tante attività, disegnata da Diego Abad, che giornalmente vengono portate avanti dai volontari e dalle volontarie della Comunità delle Piagge all’interno dell’associazione Il Muretto e delle cooperative Il Pozzo, Il Cerro ed Equazione, oltre che dai Cantieri solidali, dal giornale l’Altracittà e dalla Comunità cristiana di base.

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A Firenze per un’idea diversa di comunità – Incontro con Don Santoro

Il seguente incontro aperto è organizzato dal Collettivo “Laboratorio 15″ della Facoltà di Psicologia di Firenze. Vuole essere una occasione per studenti e cittadini per un confronto con una esperienza “altra” realizzata sul territorio, nei fatti. La giornata di Lunedi 21 si svolgerà in Via della Torretta 16, Firenze, nel plesso didattico d’ateneo.

15.00-16.30 – INCONTRO APERTO CON DON ALESSANDRO SANTORO

Questo incontro vuole essere un’opportunità per gli studenti che si potranno confrontare apertamente con un’esperienza comunitaria nei fatti e non solo nella teoria dei libri.

Don Alessandro Santoro, noto per le sue posizioni di prete di “frontiera”, è fondatore e animatore della Comunità de Le Piagge di Firenze, un micromondo di accoglienza e contenitore di molte iniziative in campo etico e sociale per una diversa filosofia di vita ed una più responsabile presenza nel territorio.
Durante l’incontro Don Santoro ci racconterà la sua esperienza a Le Piagge, noto come quartiere “difficile” alla periferia di Firenze in cui, insieme a un gruppo di cittadini, ha realizzato nel corso degli anni percorsi autentici e alternativi di socialità, educazione, creatività, lavoro ed economia che contribuiscono quotidianamente al miglioramento della qualità della vita degli abitanti del quartiere.

16.30- 18.30 – LABORATORIO TEATRO DELL’OPPRESSO

Per garantire il corretto svolgimento del laboratorio è stato richiesto un numero massimo di 20 partecipanti, chi fosse interessato è pregato di prenotarsi scrivendo una mail a psipervendetta@gmail.com. Grazie.

“L’incontro vuol’essere un primo approccio al metodo del Teatro dell’Oppresso (TdO), durante il quale, dopo una breve premessa iniziale, inizieremo attività di giochi-esercizi propedeutici allo sviluppo delle varie tecniche del TdO, come: Teatro Forum, Teatro Immagine, Teatro Invisibile, Teatro Giornale e Flic dans la tete (Il Poliziotto nella testa)”
Il laboratorio sarà condotto da Fabrizio Martini e Michele Redaelli, operatori del Teatro dell’Oppresso.

Da un muro di Firenze…

Da un muro di Firenze, questo foglio, questi tre versi a proposito del nostro tempo, del nostro vuoto, dei nostri luoghi…

M’inquieta della città
passare accanto a un mio simile
e guardarmi attentamente i piedi.

M.04

Movimento per l’Emancipazione della Poesia
(http://http://mep.netsons.org/beta)

Dal manifesto del Movimento:

“Il M.E.P. si propone di riportare la poesia alle persone, per le strade e nelle piazze…”

A volte basta un gesto semplice per fare una rivoluzione.

Da "Bar None Group", rivista letteraria statunitense - http://www.barnonegroup.com/2011/07/street-poetry-of-firenze.html

Da “Bar None Group”, rivista letteraria statunitense – http://www.barnonegroup.com/2011/07/street-poetry-of-firenze.html

Testimonianze Provvisorie

“Il mio viaggiare prevede un continuo ritorno a casa, come se il vedere avesse bisogno di essere continuamente messo a punto dalla scrittura”
Franco Arminio

Sono appena tornato a casa dall’incontro di Firenze, alla Facoltà di Architettura, con Franco Arminio. Oggi, ho conosciuto Franco, ci siamo stretti la mano dopo altre strette, meglio chiamarle vertigini, umorali, che ho imparato a conoscere qui e che sento di avere in comune con lui e con voi.
Arrivato in ritardo per una colpevole consuetudine personale, pensavo di trovare davanti a me una presentazione di Terracarne che volgeva già al termine. La scena che mi si presenta è infatti la seguente: in una stanza nè grande nè piccola con libri ai lati, chiusi dentro vetrine polverose, si erano radunati studenti, dottorandi, professori universitari di Architettura e curiosi. Io, come dicevo, in ritardo. Franco conversava serenamente con i partecipanti, in un clima tutt’altro che serioso o peggio, accademico. Vengo subito incuriosito dall’atmosfera, per via che essa testimoniava l’incontro di due saperi, quello accademico d’un sapere spesso distante anni luce dalla realtà e quello “carnale” dell’esperienza quotidiana della paesologia per come la intende e la incarna, appunto, Franco. Dopo pochi minuti mi si chiarifica l’asincronia tra me e il resto della sala: l’incontro “ufficiale” non era ancora iniziato.
Dunque, poi l’incontro inizia. Per una abitudine appresa da bambino-spettatore alle partite di basket al palazzetto dello sport di Montecatini Terme, la mia attenzione continua a concentrarsi più sugli spettatori dell’evento che sull’attore o gli attori, e mi sembra di percepire la sincera curiosità nell’accogliere un estraneo del sapere scientifico come un poeta, scrittore, o “umanista delle montagne” quale è Franco, che emergerà poi in domande appassionate a lui rivolte, insieme ad altre che erano maggiormente caratterizzate dall’impulso a testimoniare se stessi che la testimonianza stessa di Franco ispira.
Vengono proiettati due video, un cortometraggio e Terramossa, guida sentimentale all’Irpinia, che mi colpisce per la volontà di dichiarare la bellezza ferita del disegno intatto d’una Irpinia sfuggita alla modernità: chi ha inseguito il mito del progresso è andato altrove, lasciando dietro a sè case vuote, un letto disfatto e un mazzo di foto di fotografie sbiadite. Il silenzio prolungato dalle musiche fiocamente albeggianti ha una sua fierezza, una fierezza capace di domarsi, aspettarsi, riconoscersi, raccontando il paesaggio, o il sentimento del paesologo nei luoghi della sua geografia umorale. E percepisco subito cosa rende la paesologia qualcosa di più prossima alla poesia che all’etnologia: la capacità di abitare la domanda, risiedere nel vortice emotivo della propria testimonianza, più che indagarla. Scorrono le immagini, docili al ritmo lento di quei luoghi, rifiutando di approssimarsi al breve incedere di tanti presunti palazzi della scienza che tanto teorizza ma poco tocca: un sapere spesso senza fibre rosse, ossia a contrazione lenta. Paesologia è come sboninarsi il cuore col vento delle cose, invece che cercare la verità nelle cose. È abitare la ferita, una cronaca incendiaria che non si cura della ricostruzione, ma della cenere viva. O questo è quello che la paesologia che è in ogni stato in luogo mi ha chiesto oggi di comprendere, per la mia, di cenere viva.
Di oggi resta una testimonianza, in un debole inizio di primavera, una sentinella di bellezza residua. Oggi in sala abbiamo tutti parlato e poi scherzato, per oltre due ore. Immagino che altrove non sempre sarà così e i silenziosi spettatori andranno per la maggiore, chissà con quale peso di domande, o con quale volontà di testimonianza, o sospinti senza traccia verso una giornata qualsiasi, impermeabili alla paesologia.
Franco ha scritto che “non si loderà mai abbastanza chi fiuta il calore residuo delle esistenze e delle cose che furono”, ma oggi un minuscolo granello di calore è stato portato al gigantesco altare della Comunità Provvisoria per eccellenza, quella terrestre.
Salutando all’uscita chi dalla portineria mi aveva indicato con gentilezza la stanza dell’incontro, ho notato in essi lo stesso sguardo, ed anche Firenze poi, nella strada verso casa, è indifferente a questo focolare di parole mattutino, eppure mi dico che “forse è il tempo di capire che ognuno di noi è l’unica cosa che non c’è in questo mondo gremito di tutto, la cosa che a nessuno manca” ed allora stamani non sarà stato niente, ma mi dico ancora e con più forza e follia: “E avanti allora, avanti ancora nella gentilezza dell’aria e del niente”, e se la paesologia è “un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”, queste sono quelle che stamani vagavano per Firenze, dalle parti di Piazza della Santissima Annunziata: un attimo di bene, di terra, di carne e di niente.

Foto di Gabriele Basilico

Foto di Gabriele Basilico