grillo e il sud

metto qui il mio articolo uscito oggi su il fatto quotidiano. l’ho scritto di getto dopo le esternazioni sul nord e il sud. in questi anni molti mi hanno chiesto di aderire al movimento di grillo, sarebbe una strada molto facile per arrivare in parlamento. ho simpatizzato e simpatizzo ancora per la battaglia contro la casta, ma adesso mi sembra che il duo grillo casalesi sia nel classico delirio di onnipotenza. e poi, vista da qui, mi sembra oscena qualunque attenzione verso la lega.
l’italia non ha bisogno di un partito che raggiunge la maggioranza assoluta, ma di una partito che fa politica e cultura, che cambia il paese anche dal basso.

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L’Italia è disunita, ma questo non è il suo problema, è la sua forza. Avere tanti luoghi diversi in uno spazio così piccolo è una grande possibilità nel mondo del futuro che invece tende a diventare fin troppo omogeneo. Grillo nella sua esternazione cerca di conservare i voti in fuga, ormai è diventato anche lui un mestierante della politica. I suoi post sono ben scritti, hanno una lingua rapida, senza fronzoli. Peccato che ormai la sua sia una posizione retriva, sfiatata. Come si fa a non provare orrore ad affiancarsi a uno come Salvini? Come si fa a non dire che la Lega da quando è nata non fa altro che cercare di ostacolare ogni flusso finanziario diretto verso il Sud. Cosa pensa Grillo dei leghisti che fanno casino per il fatto che il ministro della cultura manda un po’ di soldi per restaurare una piccolissima parte del patrimonio artistico meridionale? Il suo ragionamento sulle macro regioni è aria fritta. Lo sa Grillo che la società geografica italiana ha predisposto (ho collaborato pure io) un nuovo disegno delle regioni italiane, molto attento alle caratteristiche dei vari territori?
La mia impressione è che in questo momento il Sud sia drammaticamente isolato. Di fatto il governo è senza ministri meridionali: Alfano è pur sempre un uomo di Berlusconi e Berlusconi è alleato con la Lega. Se Grillo ragiona da leghista un po’ si allea, almeno moralmente, con Berlusconi e Alfano. E poco importa che in questa alleanza c’è anche Renzi, che governa con Alfano e fa la legge elettorale con Berlusconi.
L’opposizione grillina è molto fiera e puntigliosa. Cosa sta producendo? Sta producendo un’Italia migliore, come è accaduto negli anni migliori del partito comunista? Il partito radicale con il ventesimo dei voti di Grillo mi pare che abbia cambiato assai di più la società italiana. È vero che la ditta fatta con Casaleggio è da poco al lavoro, ma la tendenza mi pare chiara: Grillo sta nello stomaco della politica come una chiave inglese. Il suo vanto è che gli acidi della casta non possono digerirla. E che ce ne facciamo noi di un pezzo di ferro nella carne della nostra democrazia? Sarà anche una Repubblica putrida, sarà anche guidata da un presidente attento più all’Europa dei banchieri che a quella dei cittadini, ma come si fa ad aprire un’altra stagione, una stagione costituente nella società e nelle istituzioni?
Forse una soluzione è valorizzare al massimo la democrazia locale, in modo che ogni territorio esalti le sue qualità. E invece che vagheggiare congedi impossibili non sarebbe meglio parlare di come rivitalizzare l’Italia interna? E quando parlo di Italia interna non penso solo al Sud. Ci sono molte zone del Nord interessate da uno spopolamento fortissimo, oltre che dalla chiusura delle fabbriche. Il problema non si risolve staccando Cuneo da Lecce.
Abbiamo un miracolo di bellezza concentrata in poco spazio e vogliamo disfarcene? L’Italia non ha bisogno di piccoli stati, ma di politiche adeguate ai diversi territori e di politiche che capiscano le grandi diversità dell’Italia. Si governa incrociando intimità e distanza, autonomie locali e visione centrale. Il resto sono chiacchiere da campagna elettorale. Grillo piuttosto di vagheggiare di prendere la maggioranza assoluta puntando sulle inadempienze degli avversari, farebbe bene a dire cosa serve al Nord e cosa serve al Sud, quali politiche, quali strumenti. È un lavoro poco spettacolare, ma qualcuno lo deve pur fare. Non possiamo andare avanti con una repubblica di comici, di ladri e “venditori di pentole”.

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DA SALERNO AL GARIGLIANO

metto qui un mio pezzo uscito questa estate sull’inserto letterario del corriere della sera. credo che il reportage in versi sia la cosa più difficile per uno che scrive. e forse non è facile neppure per i lettori. lo ripropongo qui per i miei ormai moltissimi lettori. l’altro ieri ho trovato un dottore in un piccolo borgo cilentano che aveva letto e apprezzato circo dell’ipocondria.

 

Andiamo in giro ovunque

ma non è chiaro

se esiste ancora il mondo.

Nei luoghi più ricchi, più civili

un senso di stanchezza

e di muffa ben confezionata.

Allora bisogna scendere

nel Basso Occidente,

nei luoghi dove la terra

perde sangue,

e basta innaffiare un orto

perché diventi casa e pioggia nera.

È il delirio di costruire una città

sopra uno straccio e poi girarci dentro

mischiando frutteti e capannoni,

casolari e officine,

le coste dei negozi, i fiordi delle ville,

i porti delle pompe di benzina.

Da Salerno a Napoli

l’autostrada attraversa una città

che si ferma solo davanti alle montagne.

Angri, Scafati, Nocera e Pagani

arresi bruciano nel giorno estivo,

ognuno è vicino alla sua polvere,

ovunque puoi vedere

che si è persa la faticosa dolcezza

della campagna.

L’agro nocerino-sarnese

è un immenso campo di crisantemi

in cemento armato.

Nocera superiore:

case e centri commerciali,

cantieri, ponti, viadotti, officine, 

tutto sparpagliato e incollato dalle mani di un cieco.

Angri e oltre:

lettiera per cavalli,

anziano seduto accanto alle sue stampelle

che si gode il traffico e i suoi dolori,

casa ecocompatibile,

l’outlet dell’elettrodomestico,

lavatrici sui marciapiedi,

il parcheggio Tre monelli,

si prenotano carciofi arrostiti,

Outlet pastore,

Caffetteria Gesù bambino:

sala interna-rosticceria-pasticceria.

Pagani: la statale, l’autostrada e la ferrovia

attraversano il paese,

si vive in una sorta di tapis roulant,

un movimento frenetico che non fa nascere

l’idea di fuggire.

Appena si forma un buco

subito arriva un’auto a colmarlo.

Torre del Greco, Portici, Ercolano,

incauti nei metalli delle auto

i topi affaccendati nell’andare,

nel tentativo folle di gremire

le zolle ancora calde della lava.

Mariconda (frazione di Pompei):

La pizza del poeta,

Panuozzo più due bottiglie d’acqua: 4 euro,

Macelleria Al vero vitello.

Gragnano:

Studio fotografico Fotoromanzo,

Università della pasta,

Pizzeria Strapizzami,

Parrucchiere Idee per la testa,

Show Room Infissi.

Napoli è foderata nel rumore,

dentro c’è ancora qualcosa,

da fuori è un purgatorio di palazzi,

una teca di lampi orizzontali.

Se prosegui sul rigo della costa

non c’è speranza di trovare

il vuoto, la gialla solitudine

lucana. Sto passando dentro

il vicolo cieco del fervore:

Arzano, Acerra, Afragola.

La Campania delle pianure

accoglie una fittissima maglia di rumori,

una perenne apocalisse sonora

da cui sono esenti solo i morti dentro i cimiteri.

Prima ogni posto aveva un suo respiro

e per vederlo salivi le scale,

ogni luogo era una stanza intima,

lingua cupa, mandibola

feroce. Ora in giro c’è un’aria

di sconfitta, un rosario di facce

innervosite da una smania senza fondo.

A Marigliano

le strade sono molto dissestate:

miserie pubbliche e ricchezze private.

È un susseguirsi di cancelli,

cancelli dei parchi, cancelli delle case.

Nessuno si fida più di nessuno.

Afragola, perfettamente congiunta

con Casoria e Cardito, è in mezzo a una selva

di paesi giganti

che insieme fanno ottocentomila abitanti.

I paesi hanno due malattie.

Quelli più piccoli una malattia anginosa,

con le vene che si restringono e poi si chiudono.

Quelli più grandi una malattia da dilatazione,

come se fossero dissanguati da un aneurisma squarciato.

Il cuore nero dell’Occidente è qui sull’Asse Mediano

dove i cumuli di spazzatura impediscono

le fermate nelle aree di emergenza.

Ho una lieve e inspiegabile euforia,

come se il disordine e l’incuria

tonificassero la mia anima.

Non so se sono a Casalnuovo,

comunque noto un’enorme quantità

di istituti scolastici paritari

e molti centri estetici di lusso.

A Casoria

la piazza è una distesa di Suv

con i vetri oscurati,

parcheggiati in doppia e in tripla fila.

Caivano ti accoglie

con una serie di palazzine popolari

dipinte in verde pisello.

Guardo cose che si possono vedere

ovunque: un cane che dorme

e un bambino col telefonino.

Gli esercizi commerciali più importanti

sono in periferia,

in modo da servire più paesi.

Casavatore

è un luogo sfilacciato, desolante,

una teoria di case dimesse o mal costruite.

Poi palazzi a più piani e i soliti negozi,

parrucchieri, alimentari, abiti e motori.

Le insegne dicono che è già Caserta,

in queste chiese aperte

sul catrame, il traffico

è un dialetto universale

che affida il suo implacabile

ronzio

alle pietre tostate dell’asfalto.

Se noi aprissimo i tendini ad ognuno,

se andassimo a spiare

dietro lo sterno, avremmo un senso

di giornate guaste,

di anime parlanti senza tregua

le anime degli altri e di noi stessi,

noi che non sappiamo annodarci

a niente e ci spartiamo

questa evanescenza

perché il volere appartiene

ai più furbi,

gli innocenti indugiano, si astengono.

Caserta

sensazione di una città senza radici,

un allegato alla reggia,

invaso da negozi e macchinoni.

All’uscita di Caserta sud

file interminabili di camion.

Un tir davanti a me inizia a suonare

all’impazzata, un altro trasporta i Tic Tac,

un intero camion pieno di caramelle

alla menta: impressionante.

Sembra di stare su una pista da gioco per bambini,

con le sue curve a otto.

Cartello con la scritta Interporto sud Europa,

piattaforma del continente Europa.

Ho un senso di fastidio.

L’Europa che vedo è una giostra di camion.

Su questa giostra ci sto anche io.

Sono in macchina, avanzo su una strada

leggermente rialzata che taglia l’esteso

ematoma urbanistico di Aversa.

Vedo un’infinità di tegole e pochissimi alberi.

Appena c’è un po’ di verde è sempre circondato

da grandi muri di cemento,

già pronto per essere lottizzato,

già predestinato alla scomparsa.

In questi territori è avvenuta una battaglia

tra il pieno e il vuoto e ha vinto il pieno,

un pieno fatto di automobili e di tutto quello

che ruota intorno alle automobili.

A Santa Maria un piccione bianco,

due cani che dormono,

una pietra a forma di fallo.

Una strana scritta su un muro:

comunisti = camorra,

la pubblicità di un centro commerciale

che promette il risveglio dei sensi.

uno spazio di scivoli e altalene

presentato come parco per i diritti dei bambini.

Vago sulla Nola-Villa Literno,

è un lungo giorno senza miraggi,

guardo le cose e non le porto dentro,

le lascio sparpagliate

dove sono: tre vecchi incollati davanti

a un bar, una signora con la cipria

negli occhi. Intanto ho già contato

cinque gatti straziati 

sulla strada,

c’è sempre un frettoloso che li uccide.

Gli abitanti riescono a sopportare

il peso di questi luoghi

con un naturale disincanto

che li fa partecipare a questo perenne

carnevale del caos

senza prendersi troppo sul serio.

È come se avessero capito l’imbroglio

che sta sotto la cosiddetta vita sociale moderna.

È il fondo filosofico

di questa gente, una sorta di renitenza

alla leva del progresso:

se ne accettano gli arredi, le merci,

si resta con un cuore adolescente,

pronto allo spreco più che all’efficienza.

Non ho schiodato i polsi

dal volante, non ho nessuno che mi fa

domande e mi faccio una strana

compagnia senza pensare

neppure alla morte.

Giugliano:

c’è più gente qui che in tutti i paesi

della provincia di Campobasso

e basterebbe questo per dire dello squilibrio folle

tra il Sud dei monti e quello delle pianure.

Tutto è dedicato

a nostra signora automobile:

rivendite lussuose e di seconda mano,

carrozzerie, officine, scuole guida,

assicurazioni, gommisti, pompe di benzina.

Un negozio vende solo parabrezza,

un altro solo copri cerchioni.

L’altro fuoco dei commerci è la famiglia:

i negozi di bomboniere e di mobili,

le vetrine con gli abiti da sposa,

i ristoranti per le nozze, per le cresime e i battesimi.

Gricignano, Sant’Antimo, Succivo

li ho visti altre volte insieme

a Grazzanise. Ora arrivo estenuato

non so come a un piccolo paese

che ha due nomi, Cancello e Arnone,

cerco il mare e ancora non lo trovo.

Ogni paese in verità è un mistero,

un soffio della vita diverso in ogni luogo.

Ogni paese sarebbe da vedere come una nicchia,

un affresco, un santuario della geografia.

Ecco Castelvolturno,

qui l’Occidente si è carbonizzato,

aria africana, insegne

smisurate, la parola caseificio

come un mantra.

Provo un sentimento di clemenza

per le cose che ho visto,

per i luoghi che ho visitato.

Tutto mi appare perso e irrecuperabile.

Forse da questa idea nasce la consolazione

che non c’è spazio per ferire ancora

un territorio martoriato, e che, d’ora in poi,

magari per errore, i suoi abitanti

saranno costretti a imboccare vie più virtuose

Ecco il villaggio Coppola,

dove il sogno del turismo

ha generato una foresta di rovine.

In tutta questa zona puoi vedere

l’impero romano alla rovescia:

tutto quello che fu gloria

e conquista, adesso è fallimento

grattugiato sulle spalle di chi resta.

Mi fermo per il solito panino,

lo mangio mentre arrivo a Mondragone.

Ora il disordine è meno perentorio,

posso avanzare verso il Garigliano.

Cerco la centrale nucleare,

l’epicentro del guasto e degli errori.

Il pericolo se c’è non si vede,

non si capisce se credere a chi allarma

o a chi rassicura, nel dubbio stacco

dal ramo un’albicocca,

il mio spavento è per il prossimo minuto

per il gomitolo di vene nella testa

per il cuore che non sa darsi pace.

Comunque nella zona non si vede

il disordine e lo scompiglio

di cui mi avevano parlato

e quando cautamente

arrivo al mare

la spiaggia mi pare vuota e felice,

vedo una famiglia che gioca

a bocce, due ragazze che con aria stupida

mi dicono di non fotografare:

certe persone sono le spie

le spine di un paesaggio rotto.

Il Garigliano è la boa del mio viaggio,

posso tornare indietro

a ripassare gli epigrammi

del caos, le lettere

delle discariche e delle puttane,

gli aforismi nei lampi dei semafori

e il racconto insulso dei palazzi.

Oggi neppure so tornare a casa,

al mio paese non c’è più mia madre

che accendeva per me candele d’ansia.

Sulle alture irpine non sento

niente, anche qui solo un mucchio

di tegole. 

Guardo la ruggine sul palo di un lampione,
gli occhi di un cane zoppo,
la busta con il pane

che una vecchia porta a spasso per il paese:
cose inutili, intimamente clamorose.

Da Potenza a Brindisi sulla via Appia

metto qui uno dei tre pezzi usciti sull’atlante del touring sulle strade del sud italia. mi avvia a poter dire di averle fatte tutte, a parte quelle calabre e siciliane

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“Restare a casa propria è una negligenza di cui, presto o tardi, si verrà puniti”. Così scrive Paul Morand in un prezioso libretto sul viaggiare. Mettiamoci in viaggio, allora, ma curandoci di non trascurare quei luoghi che aspettano semplicemente che qualcuno li guardi, li riconosca prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.

Vago in macchina per la periferia di Potenza. La città si fa notare per i suoi palazzi nuovi e ben tinteggiati. A tratti non pare neppure una città del sud. Il problema anche qui sono le macchine. Il centro di Potenza è piccolo, ci metti più tempo ad arrivarci che a girarlo a piedi. Oltre ottocento metri di altezza e un clima che d’inverno fa pensare a un frammento del polo calato nel Mediterraneo.

Il primo paese che incontro sulla via Appia è Vaglio. Vado a toccargli le dita ancora tiepide in questo inverno lucano senza gelo. In piazza ci sono le figure tipiche del mattino dei paesi. Qui ero passato di sera un mese fa. E avevo trovato un senso di quiete, un paese senza smanie, che guarda le luci della città senza andarci dietro. Mi era piaciuto fermarmi a parlare con alcuni anziani. Basta fare una domanda e si apre il rubinetto delle parole. Si parte coi lamenti, ma poi arrivano belle storie, un parlare fitto a cui ognuno dà il suo contributo senza strapparsi le parole di bocca come accade in televisione.

Faccio una foto alla piazza dove c’è un palazzo che era il centro di tutto e ora è chiuso. Non so che effetto mi farebbero i paesi se tutte le case fossero aperte. Forse in questa chiusura c’è anche una forma di sollievo. E questo piacere di attraversare luoghi rarefatti in me si fa sempre più forte. Per questo amo la Lucania. A parte il centro di Potenza, in Lucania si sta larghi. Non ti muovi mai sulla carta millimetrata, come accade sulla costiera Amalfitana.

Dopo Vaglio riprendo il passo sulla via Appia e procedo verso Tricarico. Oggi la luce non è bellissima e la luce è decisiva per ammirare la Lucania. Verso nord un mare di montagne senza picchi fino ad Acerenza, il paese cattedrale. Se la luce è davvero profonda a nordest l’occhio può allungarsi verso la bella Irsina e le Murge pugliesi. Dall’altro lato della strada, verso sud ci sono le cime aguzze delle Dolomiti lucane. Al bivio che indica Campomaggiore devo resistere alla tentazione di andare a vedere le rovine del paese antico: la prima volta che le vidi ebbi un’emozione fortissima.

La meta adesso è Tricarico. Qui nacque e visse Rocco Scotellaro, il poeta che diventò anche sindaco del paese. La sua storia meriterebbe di essere conosciuta ben oltre la fama di nicchia che gli è riservata. Rocco morì a trent’anni. Sarebbe stato un grande protagonista della storia italiana se fosse vissuto più a lungo. Ha comunque fatto in tempo a lasciare un segno forte. Oggi non ho tempo per fermarmi al centro studi a lui dedicato, ma mi posso fermare un poco a casa di Peppino Infantino, il padre di Antonio, musicista originalissimo. Anche per lui una fama di nicchia. Ed è una fama che meriterebbe anche il padre che ha quasi cento anni. È un professore di francese ancora ben saldo sulle gambe e con la mente molto accesa. Appena mi vede subito mi riconosce, anche se ci siamo visti una sola volta e insieme a tante altre persone. Gli faccio una foto. Lui dice che ha letto il mio ultimo libro e mi cita un autore francese, Le Normand, che fa un lavoro simile al mio.

Vado a prendermi un panino, oggi più che mai la sosta al ristorante è impossibile: panino e acqua minerale, due euro, più la squisita gentilezza del giovane salumiere.

Riprendo la strada. Qui non ci sono paesi attaccati uno all’altro. Forse solo nella zona del Vulture sono vicini, per il resto notevoli distanze. E a parte quelli della costa i paesi non stanno mai in basso, devi fare molte curve per andare a cercarli, la strada gira, non è mai dritta, e non è mai piatta. In un giorno non riesci mai a vederne tanti, però puoi godere del paesaggio che c’è tra uno e l’altro.

Mi fermo a mangiare il mio panino davanti a una casa in una curva a qualche chilometro da Grassano. Mi siedo per terra con le spalle appoggiate al muro. C’è il sole, dalla strada non arrivano rumori. Un momento e un posto perfetto. Mezz’ora di vera grazia, da sola questa pausa vale più di tante concitate giornate. Credo che orienterò sempre di più la mia vita verso momenti come questi. Sfilare in fretta dentro un paese e fermarmi nella campagna. Salendo verso Grassano il paesaggio lo puoi guardare dall’alto. Sopra di me ci sono solo le poiane e forse Dio se non ha lasciato i comandi. Questo posto, assieme ad Aliano, fu il luogo di confino di Carlo Levi. E pure io forse sto cercando un luogo per un confino immaginario, un posto dove andare a liberarmi di questa nostra libertà senza ardore.

Intanto seguo la strada che sale e che scende fino allo squarcio pittoresco di Grottole. Qui devo cercare un meccanico e lo trovo subito. La macchina paesologica ha bisogno di olio ai freni. Ne approfitto per fare due chiacchiere con un gruppo di mammiferi stagionati che danno le spalle al sole e tengono gli occhi puntati alla strada. La sensazione che provo sempre da queste parti è una leggera inattualità rispetto al tono dell’epoca. Loro magari la vivono come una colpa, uno stare indietro, invece a me viene un piacere di conversare che magari non provo in un locale alla moda.

Qui non passa nessuno, mi dice il più giovane dei miei interlocutori. Infatti, questa una volta era una strada importante, tutti di qui passavano, poi hanno fatto a valle la Basentana e ha poco senso avanzare sul crinale. Bisognerebbe fare una mappa dei paesi attraversati da strade che hanno perso gran parte del loro traffico. Io fino a qui ho contato cinque macchine.

Ora la strada tende ad abbassarsi, si vede il Bradano e compare Miglionico, proprio su una cresta tra Bradano e Basento. Ci sono passato altre volte, oggi mi limito ad ammirare il bellissimo castello dal basso, in un momento in cui la luce finalmente si è fatta più calda.

Ormai la montagna è lontana, ora ci sono le colline che portano a Matera. Seguendo l’Appia mi trovo in una zona che non conoscevo, adibita a parco di sculture. Le sculture in un posto che è già interessante di suo forse non sono una grande idea. In effetti Matera non tollera aggiunte, è una città scavata, è una città che si è formata nello spazio che ha tolto alla roccia. Città pedagogica, virtù del levare. Io tifo perché diventi capitale europea della cultura nell’anno che spetta a una città italiana, dovrebbe essere il 2019.

Devo arrivare a Brindisi, non ho tempo per altre divagazioni  dopo la casa di un uomo di cent’anni, dopo la piccola masseria abbandonata con un fico di fronte alla facciata, dopo un punto da cui si vede molto paesaggio, luoghi di soste paesologiche, non segnati da nessuna cartina turistica.

Da Matera in poi la via Appia diventa uno straordinario filo per infilare le perle degli insediamenti rupestri. Cominciano ai piedi di Matera, dopo  l’incrocio sulla strada statale 99 per Altamura. Sulla sinistra si trova la chiesa rupestre di Santa Maria della Valle, comunemente detta della Vaglia. Poco dopo il bivio per Santeramo c’è il santuario della Madonna della Palomba, altro luogo mirabile per chi è in cerca di chiese scavate nella roccia. Questo tratto dell’Appia che corre verso Taranto è trapunto di meravigliose chiese rupestri e gravine che altrove si chiamano canyon. Qui gli uomini trovavano facile insediarsi sfruttando il tenero banco di calcanerite e queste fosse dell’antico diventano sempre più suggestive, man mano che il resto si allinea in un presente sfuocato e senza prospettive.

C’è solo da decidere dove fermarsi: Ginosa, Laterza, Castellaneta, Palagianello, Massafra, Crispiano. Se c’è tempo per una sola sosta forse il luogo ideale è Massafra. È una delle città bianche della Puglia e basterebbe solo la visione da lontano per esserne appagati. Se poi si entra dentro arriva lo stupore, a cominciare dalle centinaia di grotte del villaggio trogloditico.

Dopo il bianco di Massafra, ecco la ruggine di Taranto, città di ferro tinta, città nel mare intinta. Ho scritto molte volte di questo luogo, che è allo stesso tempo turistico e apocalittico. Anche questo è un dono della via Appia: se si va di fretta ci si può accontentare della visione panoramica, giusto per farsi sfiorare dai fregi della natura e dagli sfregi che hanno fatto gli uomini.

Da qui a Brindisi la via Appia mi riserva ancora settanta chilometri. Ormai è quasi buio, sono stanco, ma la strada ha un andamento dolce, rilassante. Mi viene un senso di pace profondissimo, mi sembra di poter accogliere qualsiasi evento.

Volendo non mancherebbero le ragioni per fermarsi. La prima tappa potrebbe essere a Grottaglie per le ceramiche. Altre perle che infila l’Appia sono Francavilla Fontana e Mesagne e, un poco più defilata, Oria.

Il mio viaggio finisce a Brindisi. Se ci fosse ancora luce rifarei il viaggio all’inverso da Brindisi a Potenza, dal mare alla montagna. In questo caso sarebbe un lento risalire. Mare, ulivi, Taranto, chiese rupestri, Matera, poi lo spazio che si dilata, i grandi silenzi della Lucania, la sensazione che il Sud c’è ancora, basta attraversarlo. Se ci si attiene ai racconti su queste terre ne viene fuori solo un elenco di problemi. E invece il Sud è un elenco di meraviglie e la strada statale numero 7 è una bellissima occasione per incontrarne tante. Certe strade non sono solamente percorsi turistici, sono anche delle vie di scampo. Da Potenza a Brindisi si possono impiegare tre ore, ma anche tre anni. E ci si può tornare magari per andarsi a nascondere nelle grotte scavate nelle gravine, ci si può stendere al sole su un prato lucano e guardare le poiane nel cielo. Si può vagare nei sassi di Matera o nel museo archeologico di Taranto, nel Mediterraneo interiore e in quello costiero. L’Appia da Potenza a Brindisi è una strada perfetta per vedere le tante facce del Sud: da una città burocratica come Potenza ai sogni industriali di Taranto e Brindisi. E poi c’è la mutazione nel tratto da Matera a Taranto: bello percepire come la strada si distende e arriva la Puglia, arrivano i paesi grandi e una campagna ricca e viva, che fa ben sperare ora che l’economia sta rimettendo i piedi per terra.

Da queste parti suesta ini ha sempre un piacere che viene dal dettaglio e dall’atmosfera generale. Qui e in altri luoghi l’Italia c’è ancora. Tutti si sono cimentati a raccontare i suoi sfregi, ma quasi ovunque c’è qualcosa che resiste. Forse per le strade ci accade quello che ci accade con le persone, alcune ci sono più simpatiche di altre e c’è poco da dire. Le percorriamo con piacere, andare sembra più bello che arrivare. Forse per me la bellezza di questo pezzo d’Italia ionica viene dal suo sapore antico.

Io voglio passare il resto della mia vita in giro per i luoghi. Voglio e posso andare ovunque, ma la Puglia e la Lucania non mi stancheranno mai.

Oggi abbiamo bisogno, per immaginare il futuro, di saper cogliere la profondità del passato. Il mar Ionio è il più profondo del Mediterraneo, e profondo è anche il paesaggio che c’è dietro.

Al Teatro Officina di Milano si mette in scena Oratorio Bizantino

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Al Teatro Officina di Milano si mette in scena Oratorio Bizantino, un lavoro teatrale sul lavoro letterario di Franco Arminio, scritto da Caterina Pontrandolfo e dallo stesso Franco. Uno spettacolo tra narrazione e canto. La prima assoluta è il 6 e 7 dicembre 2013. Per loro ho disegnato la grafica. (Le immagini sono frammenti di Terreno bruciato di Antonio Testa).

Franco Lancio

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Estetica globale nella terra dei fuochi

Questo è il mio pezzo uscito il 23 novembre sul manifesto. il manifesto lo leggono in pochi. io più di cinquemila amici non posso avere. allora sarebbe il caso che molti amici condividessero post come questi per arrivare ad altre persone. insomma, ci dobbiamo dividere il lavoro. un abbraccio ai generosi, agli affannati.
https://www.facebook.com/franco.arminio.1

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ESTETICA GLOBALE NELLA TERRA DEI FUOCHI

Capita di svegliarsi nel cuore della notte quando abbiamo un conto aperto con l’angoscia. In questo caso mi sono svegliato perché l’orologio dei termosifoni è impazzito e la pizza di ieri sera brucia nel mio stomaco.
Mi alzo, non ho altro da fare che fuggire la calura e mettermi a scrivere.
Sono stato in quella che si chiama “zona a nord di Napoli”.
Un groviglio di paesi e quartieri, a metà strada tra la campagna e il centro.
La ricognizione avviene senza mai scendere dalla macchina. Piove e voglio vedere tante cose prima di arrivare a Villaricca dove mi aspettano per la presentazione di un mio libro.
Mi fermo al Centro Commerciale Campania. È strano che all’una di un martedì di novembre ci sia comunque molta gente. Mangio il tipico panuozzo e noto l’adiacenza con il Mc Donalds.
Parlo al telefono, racconto a un’amica di come la vita si svuota a furia di riempirla. Ci penso da giorni a questa cosa. Penso al fatto che la vita fitta di impegni diventa priva di profondità. In effetti sono le cose che non accadono a dare senso alle nostre giornate, così come gli sconosciuti sono la gentile premessa allo svolgimento delle nostre frequentazioni.
Da Caserta prendo l’asse mediano, vedo cose già viste, ma so che sono nuove. Il mondo è sempre lo stesso, ad essere cambiato è solo il tempo, è il tempo a non essere più quello di una volta. In un’ennesima conversazione telefonica mi sento dire che possiamo scegliere lo spazio, non il tempo. Mi viene da dire che il tempo è un’autostrada senza uscita.
Intanto sono arrivato a Giugliano. Piove da nuvole disordinate. Il cielo sembra voglia fare da specchio a quello che c’è in terra. Seguo la freccia che indica Qualiano. È il momento degli appunti. Mi invento un nuovo modo di scrivere, come se fossi un corrispondente di guerra. Chiamo un’amica e le detto quello che vedo. Guardo e riferisco, per scrivere quello che vedo dovrei fermarmi o dovrei avere qualcuno con me. Sono solo. Da quando conosco un sacco di persone la mia solitudine si è ispessita.
Detto le scritte delle insegne, guardo il mondo scritto e trovo anche il tempo di scattare qualche fotografia, il tutto rigorosamente senza sosta. Non è un giorno di lentezza. Forse la lentezza è solo una retorica come un’altra. Siamo sbranati dal tempo e inseguiamo una salvezza che non c’è, un’intensità che ormai non si trova neppure nella morte. È arrivato il comunismo degli attimi. Non c’è modo di fare differenze, semplicemente si avvicendano, sembra che lo stesso attimo si replichi all’infinito. Il tempo come una nave da stivare in attesa di una navigazione impossibile. Non si salpa da nessuna parte. È ostruita la via del contingente e anche quella dell’eternità. Possiamo solo raccogliere brandelli di noi stessi e del mondo esterno, possiamo mettere solo virgole tra una cosa e l’altra.
Città di Qualiano, rispetta le regole del vivere civile, Zoomiguana, il megastore degli animali, Rimarrai sempre nei nostri cuori, ciao paky!, Fabbrica materassi a molle e ortopedici anche con lana del cliente, Airone danza, Pollo a legna, Cornetti di notte, Pianeta mutui, Global Service, La Maison immobiliare fitta. Chiedo a un vigile dove sia il centro, lui lo chiama centro sporadico. Macelleria, carne italiana chianina e black Angus, non tutti i caos sono uguali, mi interrogo sulla differenza tra Villaricca e Casalnuovo, Prossima apertura, Benessere in movimento con solo 15 euro al mese, Un modo esclusivo per vivere il fitness, scopri come siamo in, Cornetto più succo 1 euro, Shopping auto, Compro oro e argento,Cornetti tutta la notte, Sfizzi di pizza e cacciagione, Cinemercato, Hotel Piper camera doppia 20 euro. Qui mi viene la fantasia di un racconto, uno che si reca ogni tanto in un albergo ad ore, arriva in stanza, si stende sul letto da solo, chiama una donna al telefono, si abbassa i pantaloni, si masturba mentre lei fa la stessa cosa dall’altra parte del telefono, il racconto potrebbe anche prevedere che lui stia parlando da solo, il tipo non ha a chi telefonare per fare una cosa del genere, compone un numero che non esiste, poi si riveste, esce fuori, tornerà la prossima volta, sempre allo stesso posto, pronto a donare venti euro per una sega.
Intanto c’è la galleria del tappeto, Qui agnelli della Puglia, festival dell’ingordigia, penso che questo sia il territorio dei tredicenni, adolescenza e modernità incivile, L’assessore Gianni lasciato solo in tre anni ha distrutto l’istruzione, Pronto intervento ostetrico, Follia e scarpe, Estetica globale, foto ringiovanimento, epilazione definitiva, hot stone massaggi, ricostruzione unghie, senso della vita annidato nelle unghie sfaldate, ricostruite e decorate, le mani da proteggere, rischio perdita della protesi su unghia, madre con bambino e Bmw, 13 carciofi 2,99, parcheggio, No Tav, Ernia del re, Io blocco, Contro gli inceneritori ovunque, ecco la prima traccia del fermento che in questi giorni c’è in questa zona. Benessere e Spa, Solarium le Maldive, Caffetteria l’oro di Napoli, Colazioni a domicilio, ragazzo con computer davanti al negozio di frutta e verdura, Incredibile ma vero, solo 50 centesimi, Padre Pio, Ti devi sposare? parliamone insieme, Britishinstitute, Scommesse ippica, Centro baby, Compro oro e cartelle pegnorate, non so cosa siano, intanto cerco il Comune di Villaricca, non posso più dettare, la mia amica ha altro da fare ed è arrivata l’ora dell’incontro, vicino al Comune ci sono già le persone che mi hanno invitato.
Ancora telefonate. Mi chiama Michele da Pomarico per l’incontro di domenica, Vincenzo mi parla dell’incontro che faremo il venti dicembre a Lecce in onore di Scotellaro. Prima avevo parlato con un giornalista della Rai che mi aveva chiesto di perorare la causa di una bella trasmissione che i dirigenti vogliono chiudere. Una trasmissione che parla di montagne non fa molti ascolti in una nazione che sembra essersi vocata interamente alla pianura, perché sulle pianura è più facile stendere il tappeto di palazzi e officine, la selva delle insegne, l’alfabeto dei capannoni, i verbi delle pompe di benzina. Il mondo come groviglio di parole senza lingua. Le montagne sono un ingombro inutile in un mondo del genere. Un mondo da dimenticare, magari con un traforo, come vogliono fare in Val di Susa. Mi viene in mente un triangolo: la base è al Nord, dal Mose di Venezia, alla Tav piemontese. Il vertice sono le ecoballe di Giugliano o i veleni sparsi nella terra dei fuochi.
Ci sono molti ragazzi nella sala consiliare. Parlo a loro, con tutto l’ottimismo che mi è possibile. In questo periodo il mio parlare sembra aver trovato accenti particolarmente credibili. Dico le stesse cose un po’ ovunque, ripeto delle formule a effetto, come quella sullo scoraggiatore militante. La mia è una retorica come tante, ma forse le persone che vengono a sentirmi sentono quello che ero quando avevo le mie giornate bianche, quando scrivevo senza lettori, quando mi leggeva solo la mia ansia. Se c’è forza in quello che dico, viene dal passato, non da quello che sono e che faccio adesso. Sono un reduce che racconta di una guerra, in certe sere pare che si istituisca questo gioco: sono un eroe che parla a un popolo di convalescenti. Ovviamente il mio eroismo è un equivoco, Canetti diceva che si tratta solo di capire per chi ci scambiano.
Il viaggio di ritorno verso casa è affidato ancora alle telefonate. Componi un numero e arriva una voce e in questa voce cerchi l’aria del mondo che c’è adesso, ogni voce ti parla da un fronte, in fondo ognuno è dentro una sua disfatta. Esiste ormai anche una paesologia telefonica. Passare da un interlocutore all’altro, come si passa da un paese all’altro. Adesso mi ricordo solo alcune delle persone a cui ho parlato. E dei posti che ho visto oggi non so che dire oltre gli appunti dettati al telefono. Non ci sono somme da tirare. Sono le sei e mezza del mattino, fra poco devo andare a scuola, poi devo accogliere una persona che viene a trovarmi, poi ci saranno le telefonate e poi gli incontri dei prossimi giorni e delle prossime settimane. Andrò a Riccia, a Milano, a Noci, a Penne, a Cava dei Tirreni, a Ladispoli e in altri paesi e in altre città.
Un sedentario che si muove a oltranza, questo sono diventato, uno che scrive per cancellarsi.

confessioni di un paesaggista

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Oggi sono nelle mani di Giovanni. Anni prima sono stato nelle mani di Antonio, padre di Giovanni. Prima ancora ero nelle mani di Giovanni, padre di Antonio e nonno di Giovanni. Sono passato da una mano all’altra come un testimone, e ogni generazione è stata un giro di pista. Conosco la loro terra e quella dei loro vicini, di tutti i vicini, palmo a palmo. Quando una zolla appena rivoltata vede la luce, tocca a me svezzarla. Accompagno ogni rivolo d’acqua, in superficie come in profondità verso la sua fine, che non di rado è il tuo bicchiere. Mi chiamo Nitrato Ammonico. Sono il sale di questa terra. Un tempo c’erano uomini che mi abbracciavano con una mano. Ero chiuso in sacchi di plastica da cinquanta chili, mi stringevano forte contro il petto. Sentivo il loro cuore battere mentre attraversavano con falcate ampie e regolari i campi. Mi afferravano nel pugno e mi spargevano a terra. Oggi tutto è cambiato, mi fanno girare la testa con le spargiconcime, è come andare sulle giostre, ed io ritorno bambino. Ho una certa età. Ho visto la luce nelle foreste del Vietnam. Ho un carattere esplosivo, ma mi considero un paesaggista. Quando a primavera attraversate in macchina le strade tortuose dell’altopiano e ammirate la bellezza dei campi di grano, sappiate che quel verde che brilla al sole è merito mio. Questa terra senza di me sarebbe solo una distesa di sassi e cicoria selvatica. Quando ritornerete a casa, mi troverete a tavola. Io sono in una fetta di pane, in una foglia d’insalata, in un piatto di pasta … buon appetito.