grillo e il sud

metto qui il mio articolo uscito oggi su il fatto quotidiano. l’ho scritto di getto dopo le esternazioni sul nord e il sud. in questi anni molti mi hanno chiesto di aderire al movimento di grillo, sarebbe una strada molto facile per arrivare in parlamento. ho simpatizzato e simpatizzo ancora per la battaglia contro la casta, ma adesso mi sembra che il duo grillo casalesi sia nel classico delirio di onnipotenza. e poi, vista da qui, mi sembra oscena qualunque attenzione verso la lega.
l’italia non ha bisogno di un partito che raggiunge la maggioranza assoluta, ma di una partito che fa politica e cultura, che cambia il paese anche dal basso.

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L’Italia è disunita, ma questo non è il suo problema, è la sua forza. Avere tanti luoghi diversi in uno spazio così piccolo è una grande possibilità nel mondo del futuro che invece tende a diventare fin troppo omogeneo. Grillo nella sua esternazione cerca di conservare i voti in fuga, ormai è diventato anche lui un mestierante della politica. I suoi post sono ben scritti, hanno una lingua rapida, senza fronzoli. Peccato che ormai la sua sia una posizione retriva, sfiatata. Come si fa a non provare orrore ad affiancarsi a uno come Salvini? Come si fa a non dire che la Lega da quando è nata non fa altro che cercare di ostacolare ogni flusso finanziario diretto verso il Sud. Cosa pensa Grillo dei leghisti che fanno casino per il fatto che il ministro della cultura manda un po’ di soldi per restaurare una piccolissima parte del patrimonio artistico meridionale? Il suo ragionamento sulle macro regioni è aria fritta. Lo sa Grillo che la società geografica italiana ha predisposto (ho collaborato pure io) un nuovo disegno delle regioni italiane, molto attento alle caratteristiche dei vari territori?
La mia impressione è che in questo momento il Sud sia drammaticamente isolato. Di fatto il governo è senza ministri meridionali: Alfano è pur sempre un uomo di Berlusconi e Berlusconi è alleato con la Lega. Se Grillo ragiona da leghista un po’ si allea, almeno moralmente, con Berlusconi e Alfano. E poco importa che in questa alleanza c’è anche Renzi, che governa con Alfano e fa la legge elettorale con Berlusconi.
L’opposizione grillina è molto fiera e puntigliosa. Cosa sta producendo? Sta producendo un’Italia migliore, come è accaduto negli anni migliori del partito comunista? Il partito radicale con il ventesimo dei voti di Grillo mi pare che abbia cambiato assai di più la società italiana. È vero che la ditta fatta con Casaleggio è da poco al lavoro, ma la tendenza mi pare chiara: Grillo sta nello stomaco della politica come una chiave inglese. Il suo vanto è che gli acidi della casta non possono digerirla. E che ce ne facciamo noi di un pezzo di ferro nella carne della nostra democrazia? Sarà anche una Repubblica putrida, sarà anche guidata da un presidente attento più all’Europa dei banchieri che a quella dei cittadini, ma come si fa ad aprire un’altra stagione, una stagione costituente nella società e nelle istituzioni?
Forse una soluzione è valorizzare al massimo la democrazia locale, in modo che ogni territorio esalti le sue qualità. E invece che vagheggiare congedi impossibili non sarebbe meglio parlare di come rivitalizzare l’Italia interna? E quando parlo di Italia interna non penso solo al Sud. Ci sono molte zone del Nord interessate da uno spopolamento fortissimo, oltre che dalla chiusura delle fabbriche. Il problema non si risolve staccando Cuneo da Lecce.
Abbiamo un miracolo di bellezza concentrata in poco spazio e vogliamo disfarcene? L’Italia non ha bisogno di piccoli stati, ma di politiche adeguate ai diversi territori e di politiche che capiscano le grandi diversità dell’Italia. Si governa incrociando intimità e distanza, autonomie locali e visione centrale. Il resto sono chiacchiere da campagna elettorale. Grillo piuttosto di vagheggiare di prendere la maggioranza assoluta puntando sulle inadempienze degli avversari, farebbe bene a dire cosa serve al Nord e cosa serve al Sud, quali politiche, quali strumenti. È un lavoro poco spettacolare, ma qualcuno lo deve pur fare. Non possiamo andare avanti con una repubblica di comici, di ladri e “venditori di pentole”.

Al Teatro Officina di Milano si mette in scena Oratorio Bizantino

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Al Teatro Officina di Milano si mette in scena Oratorio Bizantino, un lavoro teatrale sul lavoro letterario di Franco Arminio, scritto da Caterina Pontrandolfo e dallo stesso Franco. Uno spettacolo tra narrazione e canto. La prima assoluta è il 6 e 7 dicembre 2013. Per loro ho disegnato la grafica. (Le immagini sono frammenti di Terreno bruciato di Antonio Testa).

Franco Lancio

http://francolancio.tumblr.com/post/67758387967/al-teatro-officina-di-milano-si-mette-in-scena

Estetica globale nella terra dei fuochi

Questo è il mio pezzo uscito il 23 novembre sul manifesto. il manifesto lo leggono in pochi. io più di cinquemila amici non posso avere. allora sarebbe il caso che molti amici condividessero post come questi per arrivare ad altre persone. insomma, ci dobbiamo dividere il lavoro. un abbraccio ai generosi, agli affannati.
https://www.facebook.com/franco.arminio.1

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ESTETICA GLOBALE NELLA TERRA DEI FUOCHI

Capita di svegliarsi nel cuore della notte quando abbiamo un conto aperto con l’angoscia. In questo caso mi sono svegliato perché l’orologio dei termosifoni è impazzito e la pizza di ieri sera brucia nel mio stomaco.
Mi alzo, non ho altro da fare che fuggire la calura e mettermi a scrivere.
Sono stato in quella che si chiama “zona a nord di Napoli”.
Un groviglio di paesi e quartieri, a metà strada tra la campagna e il centro.
La ricognizione avviene senza mai scendere dalla macchina. Piove e voglio vedere tante cose prima di arrivare a Villaricca dove mi aspettano per la presentazione di un mio libro.
Mi fermo al Centro Commerciale Campania. È strano che all’una di un martedì di novembre ci sia comunque molta gente. Mangio il tipico panuozzo e noto l’adiacenza con il Mc Donalds.
Parlo al telefono, racconto a un’amica di come la vita si svuota a furia di riempirla. Ci penso da giorni a questa cosa. Penso al fatto che la vita fitta di impegni diventa priva di profondità. In effetti sono le cose che non accadono a dare senso alle nostre giornate, così come gli sconosciuti sono la gentile premessa allo svolgimento delle nostre frequentazioni.
Da Caserta prendo l’asse mediano, vedo cose già viste, ma so che sono nuove. Il mondo è sempre lo stesso, ad essere cambiato è solo il tempo, è il tempo a non essere più quello di una volta. In un’ennesima conversazione telefonica mi sento dire che possiamo scegliere lo spazio, non il tempo. Mi viene da dire che il tempo è un’autostrada senza uscita.
Intanto sono arrivato a Giugliano. Piove da nuvole disordinate. Il cielo sembra voglia fare da specchio a quello che c’è in terra. Seguo la freccia che indica Qualiano. È il momento degli appunti. Mi invento un nuovo modo di scrivere, come se fossi un corrispondente di guerra. Chiamo un’amica e le detto quello che vedo. Guardo e riferisco, per scrivere quello che vedo dovrei fermarmi o dovrei avere qualcuno con me. Sono solo. Da quando conosco un sacco di persone la mia solitudine si è ispessita.
Detto le scritte delle insegne, guardo il mondo scritto e trovo anche il tempo di scattare qualche fotografia, il tutto rigorosamente senza sosta. Non è un giorno di lentezza. Forse la lentezza è solo una retorica come un’altra. Siamo sbranati dal tempo e inseguiamo una salvezza che non c’è, un’intensità che ormai non si trova neppure nella morte. È arrivato il comunismo degli attimi. Non c’è modo di fare differenze, semplicemente si avvicendano, sembra che lo stesso attimo si replichi all’infinito. Il tempo come una nave da stivare in attesa di una navigazione impossibile. Non si salpa da nessuna parte. È ostruita la via del contingente e anche quella dell’eternità. Possiamo solo raccogliere brandelli di noi stessi e del mondo esterno, possiamo mettere solo virgole tra una cosa e l’altra.
Città di Qualiano, rispetta le regole del vivere civile, Zoomiguana, il megastore degli animali, Rimarrai sempre nei nostri cuori, ciao paky!, Fabbrica materassi a molle e ortopedici anche con lana del cliente, Airone danza, Pollo a legna, Cornetti di notte, Pianeta mutui, Global Service, La Maison immobiliare fitta. Chiedo a un vigile dove sia il centro, lui lo chiama centro sporadico. Macelleria, carne italiana chianina e black Angus, non tutti i caos sono uguali, mi interrogo sulla differenza tra Villaricca e Casalnuovo, Prossima apertura, Benessere in movimento con solo 15 euro al mese, Un modo esclusivo per vivere il fitness, scopri come siamo in, Cornetto più succo 1 euro, Shopping auto, Compro oro e argento,Cornetti tutta la notte, Sfizzi di pizza e cacciagione, Cinemercato, Hotel Piper camera doppia 20 euro. Qui mi viene la fantasia di un racconto, uno che si reca ogni tanto in un albergo ad ore, arriva in stanza, si stende sul letto da solo, chiama una donna al telefono, si abbassa i pantaloni, si masturba mentre lei fa la stessa cosa dall’altra parte del telefono, il racconto potrebbe anche prevedere che lui stia parlando da solo, il tipo non ha a chi telefonare per fare una cosa del genere, compone un numero che non esiste, poi si riveste, esce fuori, tornerà la prossima volta, sempre allo stesso posto, pronto a donare venti euro per una sega.
Intanto c’è la galleria del tappeto, Qui agnelli della Puglia, festival dell’ingordigia, penso che questo sia il territorio dei tredicenni, adolescenza e modernità incivile, L’assessore Gianni lasciato solo in tre anni ha distrutto l’istruzione, Pronto intervento ostetrico, Follia e scarpe, Estetica globale, foto ringiovanimento, epilazione definitiva, hot stone massaggi, ricostruzione unghie, senso della vita annidato nelle unghie sfaldate, ricostruite e decorate, le mani da proteggere, rischio perdita della protesi su unghia, madre con bambino e Bmw, 13 carciofi 2,99, parcheggio, No Tav, Ernia del re, Io blocco, Contro gli inceneritori ovunque, ecco la prima traccia del fermento che in questi giorni c’è in questa zona. Benessere e Spa, Solarium le Maldive, Caffetteria l’oro di Napoli, Colazioni a domicilio, ragazzo con computer davanti al negozio di frutta e verdura, Incredibile ma vero, solo 50 centesimi, Padre Pio, Ti devi sposare? parliamone insieme, Britishinstitute, Scommesse ippica, Centro baby, Compro oro e cartelle pegnorate, non so cosa siano, intanto cerco il Comune di Villaricca, non posso più dettare, la mia amica ha altro da fare ed è arrivata l’ora dell’incontro, vicino al Comune ci sono già le persone che mi hanno invitato.
Ancora telefonate. Mi chiama Michele da Pomarico per l’incontro di domenica, Vincenzo mi parla dell’incontro che faremo il venti dicembre a Lecce in onore di Scotellaro. Prima avevo parlato con un giornalista della Rai che mi aveva chiesto di perorare la causa di una bella trasmissione che i dirigenti vogliono chiudere. Una trasmissione che parla di montagne non fa molti ascolti in una nazione che sembra essersi vocata interamente alla pianura, perché sulle pianura è più facile stendere il tappeto di palazzi e officine, la selva delle insegne, l’alfabeto dei capannoni, i verbi delle pompe di benzina. Il mondo come groviglio di parole senza lingua. Le montagne sono un ingombro inutile in un mondo del genere. Un mondo da dimenticare, magari con un traforo, come vogliono fare in Val di Susa. Mi viene in mente un triangolo: la base è al Nord, dal Mose di Venezia, alla Tav piemontese. Il vertice sono le ecoballe di Giugliano o i veleni sparsi nella terra dei fuochi.
Ci sono molti ragazzi nella sala consiliare. Parlo a loro, con tutto l’ottimismo che mi è possibile. In questo periodo il mio parlare sembra aver trovato accenti particolarmente credibili. Dico le stesse cose un po’ ovunque, ripeto delle formule a effetto, come quella sullo scoraggiatore militante. La mia è una retorica come tante, ma forse le persone che vengono a sentirmi sentono quello che ero quando avevo le mie giornate bianche, quando scrivevo senza lettori, quando mi leggeva solo la mia ansia. Se c’è forza in quello che dico, viene dal passato, non da quello che sono e che faccio adesso. Sono un reduce che racconta di una guerra, in certe sere pare che si istituisca questo gioco: sono un eroe che parla a un popolo di convalescenti. Ovviamente il mio eroismo è un equivoco, Canetti diceva che si tratta solo di capire per chi ci scambiano.
Il viaggio di ritorno verso casa è affidato ancora alle telefonate. Componi un numero e arriva una voce e in questa voce cerchi l’aria del mondo che c’è adesso, ogni voce ti parla da un fronte, in fondo ognuno è dentro una sua disfatta. Esiste ormai anche una paesologia telefonica. Passare da un interlocutore all’altro, come si passa da un paese all’altro. Adesso mi ricordo solo alcune delle persone a cui ho parlato. E dei posti che ho visto oggi non so che dire oltre gli appunti dettati al telefono. Non ci sono somme da tirare. Sono le sei e mezza del mattino, fra poco devo andare a scuola, poi devo accogliere una persona che viene a trovarmi, poi ci saranno le telefonate e poi gli incontri dei prossimi giorni e delle prossime settimane. Andrò a Riccia, a Milano, a Noci, a Penne, a Cava dei Tirreni, a Ladispoli e in altri paesi e in altre città.
Un sedentario che si muove a oltranza, questo sono diventato, uno che scrive per cancellarsi.

confessioni di un paesaggista

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Oggi sono nelle mani di Giovanni. Anni prima sono stato nelle mani di Antonio, padre di Giovanni. Prima ancora ero nelle mani di Giovanni, padre di Antonio e nonno di Giovanni. Sono passato da una mano all’altra come un testimone, e ogni generazione è stata un giro di pista. Conosco la loro terra e quella dei loro vicini, di tutti i vicini, palmo a palmo. Quando una zolla appena rivoltata vede la luce, tocca a me svezzarla. Accompagno ogni rivolo d’acqua, in superficie come in profondità verso la sua fine, che non di rado è il tuo bicchiere. Mi chiamo Nitrato Ammonico. Sono il sale di questa terra. Un tempo c’erano uomini che mi abbracciavano con una mano. Ero chiuso in sacchi di plastica da cinquanta chili, mi stringevano forte contro il petto. Sentivo il loro cuore battere mentre attraversavano con falcate ampie e regolari i campi. Mi afferravano nel pugno e mi spargevano a terra. Oggi tutto è cambiato, mi fanno girare la testa con le spargiconcime, è come andare sulle giostre, ed io ritorno bambino. Ho una certa età. Ho visto la luce nelle foreste del Vietnam. Ho un carattere esplosivo, ma mi considero un paesaggista. Quando a primavera attraversate in macchina le strade tortuose dell’altopiano e ammirate la bellezza dei campi di grano, sappiate che quel verde che brilla al sole è merito mio. Questa terra senza di me sarebbe solo una distesa di sassi e cicoria selvatica. Quando ritornerete a casa, mi troverete a tavola. Io sono in una fetta di pane, in una foglia d’insalata, in un piatto di pasta … buon appetito.

Un Paese disuguale: il divario civile in Italia

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Pubblichiamo un contributo sul “divario civile” in Italia scritto da Domenico Cersosimo e Rosanna Nisticò appena uscito su Stato e Mercato.

Un paese disuguale (Formato PDF)

Ipocondria, paesologia, poesia, politica

di Francesco Ventura

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1. L’angustia e l’ampiezza
Alla lettera è “studio dei paesi”. Si sa però che la Paesologia non è una disciplina. È un nome coniato per indicare qualcosa che ancora non lo aveva. Per adesso ci si può contentare di una sintesi: la parola indica un percepire la mutevole molteplicità delle relazioni col corpo immerso nell’incombenza della morte. Trova perciò nutrimento nella più angosciosa delle paure: il terrore dell’annientamento. Un senso del morire portato in luce dal popolo greco quasi duemilacinquecento anni fa e divenuto universale.
Ma perché poetare la paura della morte proprio nelle relazioni paesane? Forse perché l’artista che la va testimoniando abita un paese da quando è nato? O perché si continua a declinare in varie forme la “questione meridionale”? E insieme perché in ogni dove il Sud è l’eterna vittima sacrificale del Nord? Oppure perché l’estendersi di immensi agglomerati urbani ha provocato una commozione geografica, lasciando i paesi nella desolazione? O ancora, perché il culto contemporaneo del patrimonio si commuove alla vista dei borghi incastonati in un paesaggio colmo di tracce di ciò che non è più?
Se il senso di “paesologia” non lo si risolve nelle molteplici suggestioni che la brillante invenzione poetica suscita, allora lo si deve ricercare nelle più remote radici della parola “paese”. Un modo per mettere in luce la non contingenza della relazione serenamente tragica tra ipocondria, paesologia, poesia e politica.
Quella “festa dell’intelligenza” che fu Giovanni Semerano, andando oltre l’immediata derivazione da pagus, “villaggio”, vede le radici di “paese” in parole come paco, “pacificare”, “stringere un patto”, e in altre che rinviano a “rete a maglie strette”, o a ciò che è “angusto” e “conclusivo” [Le origini della cultura europea, vol. II Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee. Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Leo S. Olschki, Firenze 1994, pp. 499-500].
Un senso duplice, frequente nel linguaggio. Da un lato la volontà di pacificazione – che va tenuto presente è scopo di tutte le guerre – è il tentativo di porsi al riparo da lotte mortifere e da catastrofi naturali. Dall’altro, l’angustia vincolante delle relazioni sociali e spaziali, propria dei luoghi serrati, che è implicata da ogni forma di sicurezza. La libertà riduce la sicurezza e viceversa.
Il poetare di Arminio sembra testimoniare il senso remoto di “paese”: «Matera […]. Qui non ci sono case sparse, tutto è connesso e intrecciato […]. Case piccole come cellette d’api […]. Città ipnotica in cui circola un’atmosfera antica nella quale ancora un po’ si può guarire andando dietro il paesaggio, disonorando la civiltà dell’ampiezza» [F. Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Milano 2013, p. 85].

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