Un Paese disuguale: il divario civile in Italia

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Pubblichiamo un contributo sul “divario civile” in Italia scritto da Domenico Cersosimo e Rosanna Nisticò appena uscito su Stato e Mercato.

Un paese disuguale (Formato PDF)

LA PAESOLOGIA

di Claudia Fabris

irpinia - foto david ardito

La Paesologia
riflessione al Sud di mezza estate

La paesologia mi sembra una parola per contenere in una forma un modo di guardare la vita, di sentirla. Uno stato dell’essere

Se mi fermo un attimo posso richiamarlo dentro me quello sguardo
E’ il mio sguardo migliore, quello più largo…all’esterno deve sembrare malinconico
sospeso, mentre dentro è tutto tiepido e commosso
Mi hanno spesso chiesto se stavo male quando portavo quello sguardo
e io ogni volta a stupirmi perché non ero mai stata meglio
Ma forse non è uno sguardo così facile da spartire in compagnia
è lo sguardo di quando sei solo
e ti lasci attraversare mentre attraversi
Se ti guardo da quello sguardo ti voglio bene, chiunque tu sia
Quello che tu fai con i paesi io spesso mi esercito a farlo con le persone.
Le osservo in silenzio, da quel luogo di me che porta l’anima agli occhi.
Le faccio entrare dentro e sento in quale punto sono tenere, molli
tu diresti in quale luogo sono ferite, crepate
Lo sento dall’interno attorno a quale debolezza si sono organizzate
attorno a quale vanità si sono costruite
attorno a quale credenza si sono strutturate
come palazzi…come chiese
Ogni corpo fisico si organizza attorno ai propri punti deboli, a difesa, a protezione
Se osservi un uomo camminare e provi ad imitarlo
puoi sentire nel tuo corpo attorno a quale punto della schiena,
a quale tensione, si apparecchia la sua camminata
e quella lo porterà per il mondo
Oppure se imiti una smorfia di un volto
provi immediatamente l’emozione che abita quel viso
Il corpo è una porta
Per le anime è lo stesso si dispongono attorno ad uno o più punti fragili
e li difendono o li esaltano
quasi tutti i punti in fondo hanno a che fare con l’insicurezza
e col desiderio implacabile che qualcuno ci dica che siamo tanto bravi,
che siamo tanto belli, abbastanza da meritare un amore senza condizioni
Con alcune persone è semplicissimo, basta un attimo,
le chiamo creature
a guardarle provo lo stesso stupore muto che sento davanti al mare
alla cascata al fiore alla montagna all’albero antico alla neve
Sento di doverle scoprire in silenzio con delicatezza e rispetto
perché poggiano su un prezioso equilibrio, fragilissimo, come una casa antica
e sento che non ho alcun diritto di interferire con la loro crescita
con il loro passo, troppo unico…troppo prezioso.
potrei rimanere ore a guardarli questi esseri umani, ad ascoltarli e sorridere
Poi ci sono quelli difficili, impenetrabili come l’asfalto nuovo
con questi non so dove sentirlo il tenero,
non so come aprire il pugno, rilassare la mascella,
non so in quale luogo di me accoglierli perchè sono affilati come coltelli
e tagliano ovunque
Allora rimango…sto
come una panchina vuota in un paese…senza aspettare niente
e se non ci riesco allontano lo sguardo
giro gli occhi
tornerò un’altra volta
tante altre volte, tutte quelle che ci vorranno
e di solito, alla fine, prima o poi ci riesco, a sentire la tenerezza
magari proprio dentro la claustrofobia
magari nella solitudine di chi vuole gestire tutto
o nella vanità di chi ha sempre successo
Questo stato dell’essere che tu chiami paesologia
riverbera spesso in me con l’idea che ho del sacro
Anche il sacro è uno stato dell’essere
il grado massimo d’intensità
il grado minimo di clamore
Ogni cosa è sacra quando tu sei sacro
anche il sacro è “solo” un modo di guardare e sentire
di guardare dal punto di vista dello spirito che comprende anima e corpo in sè,
al di fuori del tempo, un modo di illuminare tutto con la luce più bella,
non sempre la stessa cristallizzata,
la più bella ogni volta
In anni di fotografia mi sono accorta che più di tutto è la luce a fare la foto
( certo basta ascoltare la parola! )
Capannoni industriali desolatissimi,
persino le periferie più squallide
se la luce è sontuosa diventano davvero belli
una riflessione malinconica e dolce, agrodolce, dolceamara
Il sacro è come la luce nelle foto
solo che sta nei nostri occhi
e da lì illumina tutto…senza distinzione

Ho compreso quest’ estate, al terzo anno della mia discesa a Napoli,
per quale motivo ci sto così bene al Sud…è una questione di sguardo, il mio
Camminare per Napoli mi allena a indossare il mio sguardo migliore, il più largo, quello che più sa comprendere, quello più amorevole e commosso
e poi quello stesso sguardo attraverso cui dagli occhi lascio entrare la città nel mio corpo lo rivolgo a me stessa…così accogliente, morbido e umido…fertile paziente clemente
e questo rende le giornate più dolci, più lievi, piene di piccole silenziose rivelazioni…mentre se passeggio ad esempio per Milano lo sguardo che affiora è più competitivo, giudicante, tagliente e poi quello stesso sguardo sarà quello che riserverò a me stessa….impietoso rigido senza appello….
C’è un’enorme enorme differenza

La festa di andare a zonzo

di Giuseppe Montesano

E’ come tornare a vivere in un sogno troppo a lungo dimenticato: mi aggiro eccitato e sballottato in mezzo a una folla che fruscia, sussurra, croscia come un mare, e sento solo il rumore delle voci e dello scalpiccio dei passi; sullo sfondo il Vesuvio azzurro nel cielo azzurro, lavato dalla luce e dal vento, ha in cima il bianco denso della neve, come un Monte Fuji in una veduta giapponese; e quando, arrivandoci da piazza Plebiscito, dove i ragazzi ridono e mangiano pizze seduti a terra, scopro la curva del golfo, il sogno profondo è il mare: mobile, trascolorante, quasi il cielo e il Vesuvio e la neve si fossero riversati in una lastra lucente e morbida che palpita come un docile animale misterioso. L’isola pedonale è stata sommersa da marosi lenti di persone, bambini con le biciclette, ragazzi con le t-shirt a mezze maniche, sessantenni con le giacche a vento, zigomi e nasi arrossati dal sole ingannevole di aprile, ragazze stese sui muretti a prendersi addosso il respiro della luce, e palloncini con attaccati al filo bambini con occhi sgranati, e nonne, e zie, e coppie, e ragazze in rollerball costrette a rinunciare ai pattini nella calca, e nella risacca di voci e strilli sento le cadenze della Sanità e del Vomero, di Chiaia e Montesanto, dei Quartieri e di Mergellina, e facce curiose, espressioni vive. A tratti non si cammina, e bisogna lasciarsi andare al saliscendi della marea di persone come un sughero o un’alga trasportata dalla corrente, per ritrovarsi a caso tra la gente che affolla la Villa Comunale e va a curiosare nel villaggio dell’America’s Cup, o, in un cambiamento imprevisto del flusso, a fissare le barche che dondolano nel golfo, le mani che si protendono a centinaia a fotografare i catamarani, ma anche il vulcano, la collina, il mare, le barchette da pesca, i palazzi, le ragazze con le scarpe da ginnastica, e qualsiasi cosa, come se tutto fosse di colpo diventato interessante e nuovo. Continua a leggere

Tre volte 10 – BAD museum di Casandrino

Incontro presentazione con Davide Morganti autore del libro “TRE VOLTE 10″ (ad est dell’equatore ed.)

Giovedi 3 maggio 2012 ore 18.30

presenta Antonio D’Agostino

interventi

Davide Morganti
Gerardo Pedicini , scrittore e critico
Gaetano Calabrese (poeta errante dell’Irpinia)

Tre volte 10 | Davide Morganti (racconti)

Se dici Maradona, a Napoli, viene istintivo genuflettersi. Pronunciare il suo nome invano è come una bestemmia. D’altronde, in una città pagana come Napoli, Dio assume molteplici forme. Da Totò a Padre Pio, da Eduardo a San Gennaro, da Gigi D’Alessio a Raffaele Cutolo. Mescolando sacro e profano, subumanità e genio. A guardare tutti questi “santi” regna sovrano lui, Diego Armando Maradona. Con tutti loro la storia si è fatta leggenda, mito, la realtà si è spesso mischiata alla fantasia anche se forse è più opportuno dire che la fantasia si è sovrapposta alla realtà.

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da teora

Ripensare le geografie dell’interno

Apennine Mountains

Apennine Mountains (Photo credit: lil miss priss)

Da Il Mattino, 20 febbraio 2012

E’ inaccettabile la lontananza che di fatto separa Napoli dai paesi dell’Alta Irpinia sommersi dalla neve dei giorni scorsi. Franco Arminio ha colto bene il problema quando dice che “per Caldoro venire in Irpinia è come andare in Mongolia”.

Questo grido di aiuto non è venuto solo dal nostro entroterra ma ha accomunato tutta l’Italia dell’Appennino, dalla Val Marecchia al Matese, dalla Val Roveto ai paesi più impervi della Basilicata.

L’emergenza, purtroppo, per le aree interne dura tutto l’anno, e di volta in volta chiede ai cittadini e alle istituzioni locali di lottare contro la chiusura di un ospedale, la soppressione di treni e corse di autobus, gli accorpamenti di scuole, l’allarme per una nuova discarica.

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Arminio: la Coppa America? Avessimo almeno creato le regate mediterranee

Da ”Corriere del Mezzogiorno” –  Giovedì 26 Gennaio 2012

Napoli tra grandi eventi e filosofia di Latouche

Paesologo e poeta autore di Terracarne (Mondadori)
commenta la città vista da lontano: «Non dobbiamo imparare dalla ‘decrescita’, noi siamo la decrescita»

 

Intervista a cura di Natascia Festa

NAPOLI – Il «Vento forte tra Lacedonia e Candela» – è il titolo laterziano di Franco Arminio – non sfiora le vele dell’America’s Cup. Il poeta e paesologo irpino, dalla sua «Terracarne» (Mondadori) non vede il mare, e meno che mai le regate. Ma questo è ovvio.
Mercoledì ha sfiorato Napoli – una conferenza alla Facoltà di Architettura – e poi ritorno a Bisaccia.
«Lambisco la metropoli, non ne conosco bene i meccanismi, posso raccontare come appare da lontano».
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