la punta del cuore ad avellino

locandina del cuore

Annunci

Al Teatro Officina di Milano si mette in scena Oratorio Bizantino

tumblr_mwoaa5UX0j1qeffrso1_500

Al Teatro Officina di Milano si mette in scena Oratorio Bizantino, un lavoro teatrale sul lavoro letterario di Franco Arminio, scritto da Caterina Pontrandolfo e dallo stesso Franco. Uno spettacolo tra narrazione e canto. La prima assoluta è il 6 e 7 dicembre 2013. Per loro ho disegnato la grafica. (Le immagini sono frammenti di Terreno bruciato di Antonio Testa).

Franco Lancio

http://francolancio.tumblr.com/post/67758387967/al-teatro-officina-di-milano-si-mette-in-scena

chiusa per lutto

DSCF3551
Qui la scomparsa è una macina, è sempre al lavoro, ora d dopo ora sgrana e schiaccia come chicchi di grano gli ultimi superstiti delle tribù dell’altopiano.

I mangiasale

I pizzafredda

I senzasangue

I cristonuovo

I malopelo

I buttafuoco

I cacafoglia

I cecauncino

I beccafichi

 

fabnig

Ipocondria, paesologia, poesia, politica

di Francesco Ventura

IMG_5261

1. L’angustia e l’ampiezza
Alla lettera è “studio dei paesi”. Si sa però che la Paesologia non è una disciplina. È un nome coniato per indicare qualcosa che ancora non lo aveva. Per adesso ci si può contentare di una sintesi: la parola indica un percepire la mutevole molteplicità delle relazioni col corpo immerso nell’incombenza della morte. Trova perciò nutrimento nella più angosciosa delle paure: il terrore dell’annientamento. Un senso del morire portato in luce dal popolo greco quasi duemilacinquecento anni fa e divenuto universale.
Ma perché poetare la paura della morte proprio nelle relazioni paesane? Forse perché l’artista che la va testimoniando abita un paese da quando è nato? O perché si continua a declinare in varie forme la “questione meridionale”? E insieme perché in ogni dove il Sud è l’eterna vittima sacrificale del Nord? Oppure perché l’estendersi di immensi agglomerati urbani ha provocato una commozione geografica, lasciando i paesi nella desolazione? O ancora, perché il culto contemporaneo del patrimonio si commuove alla vista dei borghi incastonati in un paesaggio colmo di tracce di ciò che non è più?
Se il senso di “paesologia” non lo si risolve nelle molteplici suggestioni che la brillante invenzione poetica suscita, allora lo si deve ricercare nelle più remote radici della parola “paese”. Un modo per mettere in luce la non contingenza della relazione serenamente tragica tra ipocondria, paesologia, poesia e politica.
Quella “festa dell’intelligenza” che fu Giovanni Semerano, andando oltre l’immediata derivazione da pagus, “villaggio”, vede le radici di “paese” in parole come paco, “pacificare”, “stringere un patto”, e in altre che rinviano a “rete a maglie strette”, o a ciò che è “angusto” e “conclusivo” [Le origini della cultura europea, vol. II Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee. Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Leo S. Olschki, Firenze 1994, pp. 499-500].
Un senso duplice, frequente nel linguaggio. Da un lato la volontà di pacificazione – che va tenuto presente è scopo di tutte le guerre – è il tentativo di porsi al riparo da lotte mortifere e da catastrofi naturali. Dall’altro, l’angustia vincolante delle relazioni sociali e spaziali, propria dei luoghi serrati, che è implicata da ogni forma di sicurezza. La libertà riduce la sicurezza e viceversa.
Il poetare di Arminio sembra testimoniare il senso remoto di “paese”: «Matera […]. Qui non ci sono case sparse, tutto è connesso e intrecciato […]. Case piccole come cellette d’api […]. Città ipnotica in cui circola un’atmosfera antica nella quale ancora un po’ si può guarire andando dietro il paesaggio, disonorando la civiltà dell’ampiezza» [F. Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Milano 2013, p. 85].

Continua a leggere

LA BELLEZZA DELL’ARIA (“LA NATURA è UN TEMPIO”)

di Ulisse Fiolo

Valle Averto

Il 14 settembre scorso, probabile ultimo giorno di questa fugace estate 2013, nell’Oasi naturalistica WWF di Valle Averto a Campagna Lupia (VE) si è svolto un altro dei Reading Poetico-Letterari mensili che l’Auser “Peppino Impastato” di Mira (VE), in collaborazione con alcuni volontari del luogo e dintorni, ha inaugurato ormai circa un anno fa con sentiti riscontri presso la popolazione; stavolta era dedicato alla laguna e più in generale all’acqua: l’intento è quello di sensibilizzare i residenti a tematiche ambientali ed etiche grazie ad escursioni artistiche nei paesaggi dell’anima, passeggiate sentimentali per la ricostruzione di una geografia emotiva che ci restituisca l’appartenenza concreta ai luoghi che ci ospitano, e quindi una cultura e socialità che siano attenzione e cura ad essi ed a noi stessi che ne facciamo parte; in cammino attraverso il cuore dell’uomo in relazione al suo mondo, per mezzo dell’arte: la musica e il canto, il teatro e la poesia – per sentirsi intorno e andare così davvero lontano – dentro: perché esso non batte solo in petto, ma anche lì fuori – ovunque, dappertutto.

Dunque abbiamo passato un rigenerante pomeriggio a contatto col verde, le piante e gli animali che lo abitano in silenzio e discretamente – in questo luogo ancora incontaminato, accanto al mare ma non quello aperto: l’ansa calma della Laguna Sud dove sfociano le vene della Terra, i fiumi che attraversano i nostri paesi arrivando dalle Alpi – in quest’orecchio e bocca rivolta al Mediterraneo e al mondo; noi piccoli ma tracotanti uomini, che siamo appunto humus più acqua al 70%, e ogni orbita di luna solleva in maree che risalgono la gravità, puntando là dove torneremo – alle stelle, che ci accompagnano ben oltre noi stessi, respirando e nutrendoci di tutto per restituirlo a nostra volta al tutto: varcato il confine segnato da uno dei cippi di conterminazione lagunaria risalente al 1600, ci siamo immersi nel paradiso che si apre appena dietro la statale Romea – soffermandoci ad ascoltare le storie locali di Moira Mion, la sensibilità poetica di Antonella Barina, i racconti dialettali di Gigi Miracol, il sentimento per la natura di Gian Pietro Barbieri, la risonanza musicale di Lorenzo Secchi e molto altro, riservatoci dagli intervenuti a questa conferenza della natura, in un fitto dialogo floro-faunistico; in conversazione coi ghèbi e i morari, siamo rimasti in ascolto degli stormi di cormorani in riposo prima della migrazione autunnale, tra le canne palustri e i versi di animali che fendevano il silenzio degli alberi, in un grande abbraccio vegetale composto da tutte le varietà di piante che vivono in queste zone.

Ringraziando anche i nostri gentili ospiti dell’Oasi, nelle persone del Dr. M. Bernardi e della guida S. Borella, pur essendo purtroppo assai spesso assenti le figure istituzionali, auspichiamo che esperienze di armonizzazione culturale come queste possano crescere ed espandersi nei nostri Comuni: affinché si risvegli il bisogno di una riappropriazione emotiva dei luoghi, di un contatto profondo tra il nostro ed il cuore della Terra e dei singoli posti che ci ospitano; perché occorre oggi più che mai tornare alle fonti e sentire l’amore per questi paesi, percepire il respiro e la voce dei luoghi: fidanzarsi con l’aria, l’acqua, la terra e la storia, conoscere (ma biblicamente, carnalmente: con le viscere, prima ancora che con la ragione, comunque necessaria – è questione di appartenenza e radicamento: essere parte di qualcosa che appaga e nutre anzitutto lo spirito, oltre al corpo e senz’arrivare alla bulimia attuale) il nostro pianeta che è un tempio e lo stiamo invece violentando come mai prima; è necessario: perché siamo fatti di questo e vivendoci a contatto riscopriamo di avere un senso, un destino e pure un’autentica gioia nei ritmi che regolano l’equilibrio ecosistemico (oltre a un rilancio pure economico, economia reale e davvero sostenibile: non c’è altra via, mai c’è stata né mai ci sarà – la bolla tecnologico-finanziaria è già scoppiata, è una stella esplosa ormai divenuta buco nero che tutto risucchia; vi siamo ancora impelagati, ma basta cambiare la qualità dell’attenzione per capirlo e uscirne); o si comprende che affondando il coltello nella schiena della natura ci stiamo suicidando, o non ci sarà più nessun futuro, smaltita la sbornia del progresso a ogni costo – in quest’epoca di contraddizioni già ribattezzata antropocene: o così, o finirà davvero tutto – perché l’era del cemento verrà prima di quella della pietra.

Ulisse Fiolo (musicista e poeta) – 17/09/2013, S. Maria Assunta di Campolongo Maggiore (VE)

carosino

loghi+investiamoVOSTRO_001Faccio tanti giri negli ultimi tempi. Una bulimia di luoghi e incontri. Le facce e i nomi si perdono facilmente nella mia testa. Spero non accada la stessa cosa coi luoghi.

Il viaggio a Carosino ha tutte le caratteristiche per scivolare via dalla mente. Sono arrivato nel paese che era già buio e sono andato via la mattina presto. Ho visto la piazza del paese e poi un piccolo spiazzo dove era prevista la lettura poetica.

Dopo un poeta tarantino e uno maltese, ho pensato bene di proporre agli organizzatori di andare a leggere nella chiesa adiacente. L’italia ionica non è un luogo freddo, ma la serata aveva spifferi maligni. Non so se le mie poesie sono piaciute. Ho letto senza microfono e le poesie parlavano tutte della morte di mia madre. Non so mai come mi esce la voce quando leggo. E poi quelle poesie sono prive di versi spettacolari, hanno una lingua rubida e senza ritmo.

A un certo punto mi è venuto da dire che a Carosino si dovrebbe cambiare la scritta all’ingresso del paese. Non più e non solo “paese del vino”, ma paese del vino e della poesia. Gli organizzatori della rassegna “parlate di luce” stanno provano seriamente a portare la poesia dentro il paese. Spero che ci riescano, spero che qualcuno capisca il loro sforzo. Immagino un paese che accoglie i poeti tutto l’anno. Un paese in cui sia bello parlare di come si fa il vino e di come si fanno i versi. Chi ha detto che dentro un bar si debba parlare solo di Berlusconi o delle Juventus?

Carosino fa parte dell’Italia ionica, l’Italia che sembra dare le spalle al resto della penisola. Non che qui non sia arrivata come ovunque la modernità incivile, ma è come se la luce avessse la potenza di tenere in vita qualcos’altro, anche se non so dire bene di cosa si tratta.

Quello che so dire è che ho voglia di tornare a Carosino, per stare in un paese qualsiasi, in un giorno qualsiasi. Spero di tornare a leggere le mie poesie alle tre del pomeriggio, dentro una casa qualsiasi, davanti a un caffè, insieme ai padroni di casa e ai vicini, accorsi come si accorre quando arrivano i rappresentati delle pentole o di altre prodotti.

La poesia è sempre in esilio, è sempre in cerca di adozione. A Carosino forse è possibile trovare accoglienza. I paesi e la poesia, ecco un’amicizia che mi fa sperare.