Un Paese disuguale: il divario civile in Italia

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Pubblichiamo un contributo sul “divario civile” in Italia scritto da Domenico Cersosimo e Rosanna Nisticò appena uscito su Stato e Mercato.

Un paese disuguale (Formato PDF)

Ipocondria, paesologia, poesia, politica

di Francesco Ventura

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1. L’angustia e l’ampiezza
Alla lettera è “studio dei paesi”. Si sa però che la Paesologia non è una disciplina. È un nome coniato per indicare qualcosa che ancora non lo aveva. Per adesso ci si può contentare di una sintesi: la parola indica un percepire la mutevole molteplicità delle relazioni col corpo immerso nell’incombenza della morte. Trova perciò nutrimento nella più angosciosa delle paure: il terrore dell’annientamento. Un senso del morire portato in luce dal popolo greco quasi duemilacinquecento anni fa e divenuto universale.
Ma perché poetare la paura della morte proprio nelle relazioni paesane? Forse perché l’artista che la va testimoniando abita un paese da quando è nato? O perché si continua a declinare in varie forme la “questione meridionale”? E insieme perché in ogni dove il Sud è l’eterna vittima sacrificale del Nord? Oppure perché l’estendersi di immensi agglomerati urbani ha provocato una commozione geografica, lasciando i paesi nella desolazione? O ancora, perché il culto contemporaneo del patrimonio si commuove alla vista dei borghi incastonati in un paesaggio colmo di tracce di ciò che non è più?
Se il senso di “paesologia” non lo si risolve nelle molteplici suggestioni che la brillante invenzione poetica suscita, allora lo si deve ricercare nelle più remote radici della parola “paese”. Un modo per mettere in luce la non contingenza della relazione serenamente tragica tra ipocondria, paesologia, poesia e politica.
Quella “festa dell’intelligenza” che fu Giovanni Semerano, andando oltre l’immediata derivazione da pagus, “villaggio”, vede le radici di “paese” in parole come paco, “pacificare”, “stringere un patto”, e in altre che rinviano a “rete a maglie strette”, o a ciò che è “angusto” e “conclusivo” [Le origini della cultura europea, vol. II Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee. Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Leo S. Olschki, Firenze 1994, pp. 499-500].
Un senso duplice, frequente nel linguaggio. Da un lato la volontà di pacificazione – che va tenuto presente è scopo di tutte le guerre – è il tentativo di porsi al riparo da lotte mortifere e da catastrofi naturali. Dall’altro, l’angustia vincolante delle relazioni sociali e spaziali, propria dei luoghi serrati, che è implicata da ogni forma di sicurezza. La libertà riduce la sicurezza e viceversa.
Il poetare di Arminio sembra testimoniare il senso remoto di “paese”: «Matera […]. Qui non ci sono case sparse, tutto è connesso e intrecciato […]. Case piccole come cellette d’api […]. Città ipnotica in cui circola un’atmosfera antica nella quale ancora un po’ si può guarire andando dietro il paesaggio, disonorando la civiltà dell’ampiezza» [F. Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Milano 2013, p. 85].

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avere di più essere di meno

metto qui un mio pezzo uscito oggi sulla prima del manifesto.
oggi è un giorno importante per la paesologia. il nostro ragionamento sui luoghi dialoga col massimo esponente europeo delle politiche orientate ai luoghi.
ieri sera parlando con fabrizio barca mi sono reso conto di quanto sia avanzata questa nostra esperienza e dell’accoglienza a cui andrà incontro (ma non c’è pericolo di cedimenti alle lusinghe del potere, in questo barca è un bell’esempio).
spero che gli amici vecchi e nuovi vogliano sostenere questo sforzo per far conoscere il blog della paesologia nel caos della rete.

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La parola più citata dalla politica è la parola crescita. Ormai viene pronunciata a ripetizione, come negli esercizi spirituali buddisti. In una società che alla sua crisi sa opporre solo questa parola non bisogna poi stupirsi che viene fuori la bulimia dei politicanti alla Fiorito che l’ossessione della crescita la prendono alla lettera e fanno di tutto per accrescere il loro patrimonio.
In un certo senso viviamo tutti ammassati in un piccolo campo di concentramento in cui vige una sola legge, quella dell’accumulo. Possono essere poltrone, benefit, amori, successi, fallimenti, il principio ispiratore della dilagante miseria spirituale è sempre quello: avere di più, essere di meno.
La crescita che viene evocata ovviamente è solo quella dei consumi. Vendere più automobili significa avere più gatti morti per le strade, più aria sporca e più rumori, ma questo non sembra preoccupare nessuno. La politica col governo tecnico è andata in cassa integrazione. È entrata in depressione e non lo sa. Non sa allearsi e non sa scontrarsi sulle scelte di fondo. Ci sono contese puramente verbali, come quelle che vediamo in televisione. È il trionfo dell’agonia ciarliera, dell’autismo corale.
Purtroppo questa scena non riguarda solo una minoranza di malati, è tutta la società italiana che è depressa. Ogni persona, oltre alla depressione che gli può venire dalle vicende della sua vita e del suo corpo, è come se partecipasse al dividendo quotidiano della depressione collettiva. Siamo tutti azionisti dell’impotenza, militanti della scontento.
In uno scenario di questo tipo ha poco senso allinearsi su falsi dilemmi: crescita-decrescita, politica-antipolitica. Quello che possiamo fare è dare attenzione ai nostri luoghi, essere fedeli alle nostre passioni. Non è affatto un programma minimo ed è un programma che tiene insieme tensioni intime e tensioni civili.
È in questa logica che col Gal Cilsi abbiamo chiamato in Irpinia il ministro Fabrizio Barca che Sabato a Lioni verrà a parlare con me del sud e dei luoghi. Bisogna costruire situazioni fuori dal colluttorio opinionistico che ci passiamo di bocca in bocca. Il sud non ha bisogno di chiacchiere sul sud, deve guardarsi dai suoi nemici, ma anche dai compiacimenti, dalle comparizie. Con Barca proveremo a discutere di quel che si può fare adesso, coi soldi che ci sono, con le persone che ci sono.
La lezione di questi anni è che quando arrivano solo i soldi il sud si guasta, cancella i suoi paesaggi inoperosi, i tempi vuoti, i silenzi. Il sud ha bisogno di lavoro per essere curato, per essere aiutato a essere quello che è e non una brutta copia del nord. Il sud ha bisogno che i suoi ragazzi migliori non vadano via e che arrivino nuovi residenti da altri luoghi dell’Italia e dell’Europa. Il sud può diventare un grande esperimento per uscire dal capitalismo inventando una società che sia dolce e democratica, colta e solidale. Da qualche parte del mondo deve pur arrivare un soffio nuovo. Perché questa parte non potrebbe essere il sud dove è nato il pensiero occidentale?
Ci serve un filo di umiltà per capire che non ci sono soluzioni garantite, ma ci servono anche scatti immaginativi per non considerare le strade battute le uniche che possiamo percorrere.
Stare a sud, starci dentro non per fare la manutenzione del vittimismo, ma per allestire la sagra del futuro. Bisogna fare un buon uso dell’epoca depressa che ci è toccata, inutile portarle il broncio. Continuare a dare attenzione ai luoghi in cui viviamo sembra poco e invece è un bell’esercizio di salute morale che fa crescere tante cose e avvia la decrescita della sfiducia e dell’impotenza.

la politica, gli scrittori….

cari amici metto qui un pezzo uscito su il manifesto di oggi….per favore discutiamone…fate girare….

Una buona politica comincia da una buona lingua, una lingua semplice, dolce, incantata. Non si sente questa lingua nella politica italiana. Si sentono frasi opache, generiche, senza carne, le frasi di una politica tesa a conservare un potere che non ha o a prendere un potere che non c’è.
Le prossime elezioni rischiano di diventare un gigantesco processo alla casta, un processo che porterà molte facce nuove in parlamento ma poche novità nei meccanismi profondi che muovono la società.
Bisogna dire cose inequivocabili come lo stop al consumo di suolo o alle spese militari o ai privilegi alla chiesa cattolica. Ci vuole una lingua che non aggiunga confusione alla confusione, conformismo al conformismo.
Che senso ha continuare a parlare della crescita, quando si sa che è una strada senza uscita e che porta benefici di gran lunga inferiore ai danni che produce? Che senso ha contestare la penosa avarizia dei nostri parlamentari senza considerare un modello economico completamente fuori dallo schema produzione-consumo?
La modernità è finita, sembra che solo le forze politiche non se ne siano accorte. Per governare una società che ha in testa un modello che non funziona non si può riproporre lo stesso modello, bisogna avere il coraggio di immaginarne un altro, anche se può richiedere tempi lunghi per essere costruito.
La modernità nel tempo della sua fine non crea solo problemi, ci dà anche squarci utili. Tanto per citarne uno, ci fa vedere i benefici che potrebbe avere un modello di riattivazione della ruralità e della specificità dei luoghi. La civiltà contadina prima della modernità era una civiltà violenta e meschina, che annoiava la vita dei pochi agiati e lacerava la vita di tutti gli altri. Paradossalmente adesso non sarebbe così. Adesso, solo per fare un piccolo esempio, si può fare un orto per produrre cose da mangiare e nello stesso tempo per dare nuova linfa alla vita comunitaria. Si può ripartire dalla terra, coniugando il computer e il pero selvatico. Si può partire dall’idea di rivitalizzare i centri storici dei piccoli paesi, quasi tutti agonizzanti, ci si può ricordare che l’Italia è fatta in gran parte di montagne. E invece la lingua ristagna intorno alla crisi e alla necessità della crescita come unica via per uscirne. Politica e antipolitica in questo sembrano non discostarsi molto, come se la fuga dalla realtà fosse il collante per tenere insieme un sistema in cui l’alternanza non è tra proposte diverse. Politica e antipolitica danno vita ogni giorno a uno stucchevole teatrino che mette in discussione gli attori in scena e non la regia dello spettacolo, non la sua ideologia di fondo.
Questa messa in discussione non può non avvenire anche sul terreno della lingua e su questo terreno gli scrittori dovrebbero farsi sentire, magari partecipando attivamente alle prossime elezioni. Quando qualcuno annuncia la volontà di candidarsi, subito viene fuori l’idea che la politica è sporca, che bisogna fare il proprio mestiere, che bisogna fare politica scrivendo buoni libri.
Mi pare uno schema vecchio, uno schema modernista. La letteratura e la politica non sono un mestiere. Lo scrittore non è un elettrauto e il politico non è un imbianchino. La cultura e la politica dovrebbero offrire cornici linguistiche e legislative entro cui le persone possano scegliere il loro abitare il mondo.
Non si può andare alle prossime elezioni senza scardinare questo meccanismo in cui ogni posizione, politica o antipolitica, ha solo la forza di rendere più povera la posizione opposta alla propria.
C’è da impegnarsi subito pronunciandosi con nettezza, pronunciando la propria visione, e questo, prima degli altri, dovrebbero farlo gli scrittori e gli intellettuali in genere. Attraversare i paesi, i volti, le macerie con un linguaggio carnoso e civile, questo fa la differenza. Toccare i margini geografici e umani, le montagne e le rovine. Un agire politico che non parta dal centro, ma dai paesi sperduti, dai luoghi senza potere, dalle vite sfinite.
Non è la casta il nemico da abbattere, ma un capitalismo sempre più cieco e verminoso, un capitalismo che non si lascia inumare perché ha impiegato gli ultimi decenni della sua vita a dare l’idea che era l’unico mondo possibile.
Andiamo alle elezioni per seppellire questa salma, riconoscendone magari anche qualche lontano merito, ma ben convinti che il mondo ha bisogno di un’altra politica e di un’altra economia e forse anche di un’altra letteratura.

Perché l’Unione Europea apra una stagione di sviluppo e di libertà sostanziali

UNIVERSITÀ DELLA VALLE D’AOSTA
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2011-2012
Aosta, 27 febbraio 2012
Prof. Fabrizio Barca – Ministro della Coesione Territoriale

PERCHÉ L’UNIONE EUROPEA APRA UNA STAGIONE
DI SVILUPPO E DI LIBERTÀ SOSTANZIALI – Sintesi

Premessa
L’Unione Europea sta tornando a parlare di sviluppo. Anche grazie alla svolta compiuta dall’Italia.
L’occasione per dare corpo alla nuova fase esiste: la predisposizione dei Programmi Nazionali di Riforma; la programmazione del bilancio europeo oggi e per il settennio 2014-2020. Ma il rischio che l’approccio sia burocratico o tecnocratico è elevato: per l’impianto di Europa 2020 e la sovrapposizione dei processi di coordinamento aperto nell’Unione; per le confusioni sul concetto di sviluppo; per la mancanza di chiarezza sulla strategia di sviluppo.
Proverò a immaginare come evitare questi pericoli. Lo farò affrontando quattro quesiti.

 Politica: perché l’Unione Europea ha bisogno di una politica di sviluppo?
 Concetti: cosa sono sviluppo, sottosviluppo e trappola del sottosviluppo?
 Approcci: con quale approccio affrontare le trappole del sottosviluppo?
 Che fare: quali riflessi sull’azione dell’Unione?

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La luce che c’è oggi

metto qui un pezzo uscito ieri sul manifesto. spero che questo blog diventi sempre più punto di raccolta per i sensibili, i non affidati….per chi crede al nuovo umanesimo delle montagne…

grazie a tutti i comunitari che ieri erano con me a napoli.

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Dentro la nostra testa non c’è più una vita pubblica e una privata. Ci possiamo svegliare alle quattro del mattino per lo stomaco che ci brucia, ma anche per le nostre difficili relazioni sentimentali e per lo sdegno di essere governati da un uomo moralmente morto, da un governo clinicamente morto. Il dopo quindici ottobre non sarà riflusso, ormai non è più possibile rifluire da nessuna parte. E non si illudano D’Alema e compagni che tanta rabbia possa rifluire in organizzazioni tecnicamente morte come i partiti. Ormai

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gli indignados delle panchine

questo è il pezzo uscito sul manifesto di oggi. credo che questo nostro blog sia rivoluzionario e interpreti una rivoluzione appartata, l’unica che può cambiare veramente le cose. sto meditando di scrivere un mini saggio proprio con questo titolo: la rivoluzione appartata….

franco arminio

Sulle montagne la crisi c’è sempre stata e quindi si sente meno che altrove. Sulle montagne è normale lamentarsi e i lamenti di questo periodo non hanno niente di speciale. Lamenti, appunto, e non indignazione. L’idea nei paesi è che quelli che stanno in Parlamento sono comunque nemici. La politica viene considerata sempre una cosa losca e si cambia idea solo quando arriva qualche favore. La Democrazia Continua a leggere