Al Teatro Officina di Milano si mette in scena Oratorio Bizantino

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Al Teatro Officina di Milano si mette in scena Oratorio Bizantino, un lavoro teatrale sul lavoro letterario di Franco Arminio, scritto da Caterina Pontrandolfo e dallo stesso Franco. Uno spettacolo tra narrazione e canto. La prima assoluta è il 6 e 7 dicembre 2013. Per loro ho disegnato la grafica. (Le immagini sono frammenti di Terreno bruciato di Antonio Testa).

Franco Lancio

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Ipocondria, paesologia, poesia, politica

di Francesco Ventura

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1. L’angustia e l’ampiezza
Alla lettera è “studio dei paesi”. Si sa però che la Paesologia non è una disciplina. È un nome coniato per indicare qualcosa che ancora non lo aveva. Per adesso ci si può contentare di una sintesi: la parola indica un percepire la mutevole molteplicità delle relazioni col corpo immerso nell’incombenza della morte. Trova perciò nutrimento nella più angosciosa delle paure: il terrore dell’annientamento. Un senso del morire portato in luce dal popolo greco quasi duemilacinquecento anni fa e divenuto universale.
Ma perché poetare la paura della morte proprio nelle relazioni paesane? Forse perché l’artista che la va testimoniando abita un paese da quando è nato? O perché si continua a declinare in varie forme la “questione meridionale”? E insieme perché in ogni dove il Sud è l’eterna vittima sacrificale del Nord? Oppure perché l’estendersi di immensi agglomerati urbani ha provocato una commozione geografica, lasciando i paesi nella desolazione? O ancora, perché il culto contemporaneo del patrimonio si commuove alla vista dei borghi incastonati in un paesaggio colmo di tracce di ciò che non è più?
Se il senso di “paesologia” non lo si risolve nelle molteplici suggestioni che la brillante invenzione poetica suscita, allora lo si deve ricercare nelle più remote radici della parola “paese”. Un modo per mettere in luce la non contingenza della relazione serenamente tragica tra ipocondria, paesologia, poesia e politica.
Quella “festa dell’intelligenza” che fu Giovanni Semerano, andando oltre l’immediata derivazione da pagus, “villaggio”, vede le radici di “paese” in parole come paco, “pacificare”, “stringere un patto”, e in altre che rinviano a “rete a maglie strette”, o a ciò che è “angusto” e “conclusivo” [Le origini della cultura europea, vol. II Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee. Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Leo S. Olschki, Firenze 1994, pp. 499-500].
Un senso duplice, frequente nel linguaggio. Da un lato la volontà di pacificazione – che va tenuto presente è scopo di tutte le guerre – è il tentativo di porsi al riparo da lotte mortifere e da catastrofi naturali. Dall’altro, l’angustia vincolante delle relazioni sociali e spaziali, propria dei luoghi serrati, che è implicata da ogni forma di sicurezza. La libertà riduce la sicurezza e viceversa.
Il poetare di Arminio sembra testimoniare il senso remoto di “paese”: «Matera […]. Qui non ci sono case sparse, tutto è connesso e intrecciato […]. Case piccole come cellette d’api […]. Città ipnotica in cui circola un’atmosfera antica nella quale ancora un po’ si può guarire andando dietro il paesaggio, disonorando la civiltà dell’ampiezza» [F. Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Milano 2013, p. 85].

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Testimonianze Provvisorie

“Il mio viaggiare prevede un continuo ritorno a casa, come se il vedere avesse bisogno di essere continuamente messo a punto dalla scrittura”
Franco Arminio

Sono appena tornato a casa dall’incontro di Firenze, alla Facoltà di Architettura, con Franco Arminio. Oggi, ho conosciuto Franco, ci siamo stretti la mano dopo altre strette, meglio chiamarle vertigini, umorali, che ho imparato a conoscere qui e che sento di avere in comune con lui e con voi.
Arrivato in ritardo per una colpevole consuetudine personale, pensavo di trovare davanti a me una presentazione di Terracarne che volgeva già al termine. La scena che mi si presenta è infatti la seguente: in una stanza nè grande nè piccola con libri ai lati, chiusi dentro vetrine polverose, si erano radunati studenti, dottorandi, professori universitari di Architettura e curiosi. Io, come dicevo, in ritardo. Franco conversava serenamente con i partecipanti, in un clima tutt’altro che serioso o peggio, accademico. Vengo subito incuriosito dall’atmosfera, per via che essa testimoniava l’incontro di due saperi, quello accademico d’un sapere spesso distante anni luce dalla realtà e quello “carnale” dell’esperienza quotidiana della paesologia per come la intende e la incarna, appunto, Franco. Dopo pochi minuti mi si chiarifica l’asincronia tra me e il resto della sala: l’incontro “ufficiale” non era ancora iniziato.
Dunque, poi l’incontro inizia. Per una abitudine appresa da bambino-spettatore alle partite di basket al palazzetto dello sport di Montecatini Terme, la mia attenzione continua a concentrarsi più sugli spettatori dell’evento che sull’attore o gli attori, e mi sembra di percepire la sincera curiosità nell’accogliere un estraneo del sapere scientifico come un poeta, scrittore, o “umanista delle montagne” quale è Franco, che emergerà poi in domande appassionate a lui rivolte, insieme ad altre che erano maggiormente caratterizzate dall’impulso a testimoniare se stessi che la testimonianza stessa di Franco ispira.
Vengono proiettati due video, un cortometraggio e Terramossa, guida sentimentale all’Irpinia, che mi colpisce per la volontà di dichiarare la bellezza ferita del disegno intatto d’una Irpinia sfuggita alla modernità: chi ha inseguito il mito del progresso è andato altrove, lasciando dietro a sè case vuote, un letto disfatto e un mazzo di foto di fotografie sbiadite. Il silenzio prolungato dalle musiche fiocamente albeggianti ha una sua fierezza, una fierezza capace di domarsi, aspettarsi, riconoscersi, raccontando il paesaggio, o il sentimento del paesologo nei luoghi della sua geografia umorale. E percepisco subito cosa rende la paesologia qualcosa di più prossima alla poesia che all’etnologia: la capacità di abitare la domanda, risiedere nel vortice emotivo della propria testimonianza, più che indagarla. Scorrono le immagini, docili al ritmo lento di quei luoghi, rifiutando di approssimarsi al breve incedere di tanti presunti palazzi della scienza che tanto teorizza ma poco tocca: un sapere spesso senza fibre rosse, ossia a contrazione lenta. Paesologia è come sboninarsi il cuore col vento delle cose, invece che cercare la verità nelle cose. È abitare la ferita, una cronaca incendiaria che non si cura della ricostruzione, ma della cenere viva. O questo è quello che la paesologia che è in ogni stato in luogo mi ha chiesto oggi di comprendere, per la mia, di cenere viva.
Di oggi resta una testimonianza, in un debole inizio di primavera, una sentinella di bellezza residua. Oggi in sala abbiamo tutti parlato e poi scherzato, per oltre due ore. Immagino che altrove non sempre sarà così e i silenziosi spettatori andranno per la maggiore, chissà con quale peso di domande, o con quale volontà di testimonianza, o sospinti senza traccia verso una giornata qualsiasi, impermeabili alla paesologia.
Franco ha scritto che “non si loderà mai abbastanza chi fiuta il calore residuo delle esistenze e delle cose che furono”, ma oggi un minuscolo granello di calore è stato portato al gigantesco altare della Comunità Provvisoria per eccellenza, quella terrestre.
Salutando all’uscita chi dalla portineria mi aveva indicato con gentilezza la stanza dell’incontro, ho notato in essi lo stesso sguardo, ed anche Firenze poi, nella strada verso casa, è indifferente a questo focolare di parole mattutino, eppure mi dico che “forse è il tempo di capire che ognuno di noi è l’unica cosa che non c’è in questo mondo gremito di tutto, la cosa che a nessuno manca” ed allora stamani non sarà stato niente, ma mi dico ancora e con più forza e follia: “E avanti allora, avanti ancora nella gentilezza dell’aria e del niente”, e se la paesologia è “un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”, queste sono quelle che stamani vagavano per Firenze, dalle parti di Piazza della Santissima Annunziata: un attimo di bene, di terra, di carne e di niente.

Foto di Gabriele Basilico

Foto di Gabriele Basilico

sotto la neve c’è terracarne

La neve si sta sciogliendo e il postino ritrova i suoi passi. Oggi nella buca delle lettere c’era l’ultimo numero di PulpLibri, a pagina 32 ho letto questa recensione di Flavia Vadrucci .

Franco Arminio  Terracarne

Andare per paesi. Dismettere ogni arroganza,  vestirsi di occhi gentili e ruminare la mezzeria, finché la luce tiene, finché ce n’è. Fai presto ad amare la paesologia di Franco Arminio, il suo muoversi  “ verso il minimo e il minore […] verso il residuo, lo sgraziato, il non visto”. Soprattutto quando la spina non molla il fianco, quando passi le giornate a divincolarti dalla morsa dell’inquietudine e a nasconderti al cecchino dell’ansia, quando il dolore ti avvelena il piatto e la paura ti oscura le finestre, fai presto a seguirlo, a sposare la sua ricetta di sopravvivenza, ad accogliere la sua lezione di lotta e di resa, a seguire il suo esempio di attenzione e di rifiuto, recriminazione e silenzio. Il suo passo è lieve e denso, goffo e perfetto. Lo sguardo è livido e innocente, rancoroso e riconciliato. Prendi la sua scia sommessa e ti bagni in un Sud storto, malandato, convalescente. Un Sud contratto, randagio, seduto su scalini di pietra, sull’orlo di piazze remote, protetto da case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, ritirato dentro i bar degli scapoli. Un Sud che brilla nelle rughe non lisciate e marcisce intorno alle uscite autostradali, che ostenta gloria nelle rovine e cade sotto i colpi della maldicenza. Passarci attraverso è una cura. Brucia le escrescenze, lenisce i rovelli, placa i rantoli. Da Arminio si impara ad abitare la controra e lo sconforto, la periferia e il fallimento, l’incuria e la morte. Con lui si riesce a “stare a metà tra se stessi e le cose”, a essere  “terra e carne e niente”. A sprecare il tempo, a disarmare l’attesa, a rallentare il battito, ad addomesticare il panico, a sfiatare la vendetta.   “ Inutile camminare sopra il vetro del disincanto, inutile stabilirsi dentro il vuoto dell’anguria che c’è altrove. L’ importante è andare e venire, guardare e divagare”. Mastica e sputa, le faglie dell’anima. Mastica e sputa, che l’alba viene.

paesologia e architettura

Salvitelle – Sala del Consiglio Comunale

mercoledì 11 gennaio 2012, ore 17:00
Il Sindaco arch. Domenico Nunziata e il Coordinatore del Seminario dell’Università degli Studi di Firenze, “Progettazione di nuovi ruoli per territori antichi in abbandono”, prof. Francesco Ventura

sono lieti di invitarvi all’INCONTRO con FRANCO ARMINO, autore del libro «Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia»

Facoltà di Architettura, Firenze